Dalla mafia alla strategia della tensione, le indagini proseguono
Se c’è qualcosa che l’Italia ha fatto bene e diventa esempio da…
Perché le votazioni sulle leggi contro la corruzione hanno spaccato la maggioranza

E’ questione di giorni, forse di ore, ho pensato dopo la triste notizia del terremoto in Emilia Romagna, prima che qualcuno faccia qualche paragone sconsiderato con il terremoto dell’Aquila. Ci ha pensato Vittorio Sgarbi, con un intervento quantomeno inopportuno. All’Adnkronos, Sgarbi ha detto, senza mezzi termini:
L’aspetto positivo è che, come nel Friuli, la ricostruzione sarà rapida, mentre nel meridione sarebbe stata una catastrofe. Gli emiliani non staranno certo con le mani in mano, mentre in Abruzzo, all’Aquila si vive d’inerzia, tutto è fermo come all’inizio, si aspetta solo che lo Stato faccia qualcosa e intanto ci si piange addosso.
Una dichiarazione, quella del critico d’arte, che denota non solo il classico pregiudizio nei confronti del sud dell’Italia (cosa che, di per sé, sarebbe sufficiente a bollare la sparata come priva di alcun fondamento), ma anche una completa - e preoccupante - mancanza di conoscenza relativamente all’entità del terremoto aquilano e all’operato dello Stato dopo il sisma. Eppure c’è una relazione del Ministro Barca, per esempio, che racconta per numeri quel che è stato fatto all’Aquila e cos’è mancato.
Riassumendo, la scossa del 6 aprile 2009, infatti, ha letteralmente paralizzato un capoluogo regionale, distruggendone il centro storico, cuore della vita amministrativa, commerciale, storica della città. E lo Stato è intervenuto, per la prima volta nella storia di un terremoto in Italia, in maniera verticistica e non sussidiaria, imponendosi con una serie imbarazzante di ordinanze che hanno disincentivato l’iniziativa privata, con un’infantilizzazione sistematica della popolazione.
Inutile, dunque, proseguire con questa retorica di chi si rimbocca le maniche: provasse, Sgarbi, a districarsi nel dedalo delle ordinanze di Protezione civile per la ricostruzione. Scoprirà che le sue convinzioni sono del tutto prive di fondamento.
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La pista mafiosa. È stata la prima ipotesi a caldo dopo l’attentato, alimentata soprattutto dalla stampa: il nome della scuola, l’arrivo a Brindisi della carovana antimafia e il vicino ventennale delle stragi del ‘92. Ma l’obiettivo e le modalità dell’attentato non rientrano nel modus operandi della mafia e gli inquirenti, dopo i primi accertamenti, si sono concentrati altrove. Ormai a parlare di questa pista rimangono quasi solo i giornalisti e i politici.
La pista della criminalità organizzata locale. Senza arrivare a parlare di mafia, si potrebbe trattare di un crudele atto delle Sacra Corona Unita. Perché proprio la scuola femminile Morvillo? Due delle ragazze ferite sono figlie di un imprenditore che ha collaborato con Don Ciotti e l’associazione antimafia Libera. Resta comunque il fatto che le modalità non sembrano rientrare in quelle di un’associazione criminale che cerca consenso nel territorio.
La pista politico-mafiosa. Il Fatto quotidiano ha parlato di una “trattativa bis” tra Stato e mafia, alla base dell’attentato. Gli indizi sarebbero il tentato suicidio di Provenzano in carcere e le parole del figlio del boss, Angelo, “violenza genera violenza” che suonano come una minaccia alle istituzioni. Da qui l’ipotesi che la mafia stia cercando di aprire a suon di bombe una nuova trattativa con lo Stato. Al momento non è una pista seguita con attenzione dagli inquirenti.
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L’Italia ieri si è fermata schierandosi contro la violenza, il terrorismo, la mafia.
Sono state davvero tante le reazioni nelle piazze - per lo più spontanee, e attraverso la rete con i social netwok intasati - dopo l’attentato sanguinoso di ieri mattina nella scuola Morvillo-Falcone di Mesagne, in provincia di Brindisi, che ha provocato la morte di una studentessa di 16 anni.
La natura dell’attentato non è stata ancora precisata. La pista mafiosa è prevalente, ma non si escludono altre ipotesi dietro le esplosioni. Unanimi il cordoglio e le reazioni di sdegno della politica e delle istituzioni.
La nota del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “Nello stringersi con affettuosa solidarietà ai famigliari e alla comunità scolastica il Capo dello Stato auspica e sollecita il più rapido ed efficace svolgimento delle indagini volte a individuare la matrice e i responsabili di questo sanguinoso attacco alla convivenza civile”.
Il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha promesso “fermezza e coesione” dopo la tragedia. Ha quindi disposto l’esposizione di bandiere a mezz’asta per oggi e per i prossimi tre giorni.
Rete degli studenti e Unione degli universitari hanno lanciato una mobilitazione: studenti in piazza con fazzoletti bianchi davanti ai Comuni. “Vogliamo reagire subito, non possiamo stare zitti – dicono -. Qualsiasi cosa farete, non ci fermerete”.
Se c’è qualcosa che l’Italia ha fatto bene e diventa esempio da copiare a livello internazionale arriva sempre il “pierino” politico (si fa per dire) di turno pronto a porvi rimedio. Parliamo di salute mentale, di manicomi, di legge 180, legge presa a modello dall’Organizzazione mondiale della Sanità e dall’Unione Europea.
I manicomi sono stati aboliti, proprio in quanto destinati a riprodurre disagio, sofferenza e devianza. Sono stati aboliti perché sono una risposta sbagliata in termini di cura. La legge 180 ha interrotto secoli di abusi e di costrizioni nei confronti di migliaia di persone, private della libertà e della dignità e obbligate all’internamento, limitando a situazioni acute e straordinarie, e con precise garanzie per la persona, la possibilità di trattamento sanitario obbligatorio.
Orbene, con il Disegno di Legge presentato dall’on. Carlo Ciccioli del Pdl per modificare la legge 180, e approvato in commissione sanità alla Camera, sono previsti trattamenti sanitari (psichiatrici) “necessari” TSN, prolungati e attuati contro la volontà del cittadino in strutture speciali.
Un provvedimento che colpisce al cuore la legge 180: se verrà tradotto in legge riapre la buia stagione dei manicomi.
Protesta la Cgil: “Invece di applicare integralmente la legge 180, garantendo finalmente servizi diffusi e aperti, l’assistenza e il sostegno alle persone malate e ai loro familiari, si riaprono i manicomi. Strutture che la riforma Basaglia volle abolire in nome della libertà e del diritto alla cura, con tutta evidenza impossibile in quei luoghi di esclusione e di repressione”.
Che fare? Bisogna reagire per affermare ancora una volta che libertà, dignità e diritti di tutti si garantiscono solo rispettandoli a ciascuna persona, a partire dai più deboli. I partiti sono chiamati allo scoperto. Che si voglia internare qualcuno della casta?
Sì, tornano alla memoria le parole di Bettino Craxi alla Camera il 3 luglio ’92:
“…….I partiti, specie quelli che contano su appartati grandi, medi o piccoli, giornali, attività propagandistiche, promozionali e associative, e con essi molte e varie strutture politiche operative, hanno ricorso e ricorrono all’uso di risorse aggiuntive in forma irregolare od illegale. Se gran parte di questa materia deve essere considerata materia puramente criminale, allora gran parte del sistema sarebbe un sistema criminale. Non credo che ci sia nessuno in quest’aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo: presto o tardi i fatti si incaricherebbero di dichiararlo spergiuro”.
Nessuno si alzò. Nessuno fiatò. Qui oggi siamo.

Da dove viene e cosa prevede? La prima stesura di un disegno di legge contro la corruzione risale al governo Berlusconi e porta la firma di ben cinque ministri: Alfano, Bossi, Maroni, Brunetta e Calderoli. L’idea alla base era inasprire le pene per i pubblici ufficiali che chiedono o accettano mazzette, ma il ddl non è mai arrivato in porto: è stato discusso in Commissione al Senato e poi approvato in aula, ma poi si è arenato alla Camera, a causa di rinvii e della caduta del governo Berlusconi.
Cosa ha fatto il governo Monti? Il premier, sin dal suo insediamento, ha dichiarato che la lotta alla corruzione è una priorità, anche per l’incidenza sui costi della macchina statale. A dicembre il ministro Patroni Griffi ha promosso una commissione di studio, ma la discussione del ddl, calendarizzata per la fine di febbraio, è stata fatta slittare dal ministro Severino per approfondire i passaggi in Commissione.
Cosa è successo ieri? Il passaggio in Commissione si è rivelato più spinoso del previsto, con il Pdl che è salito sulle barricate con una tattica di ostruzionismo, finora inedita nei rapporti con il nuovo governo. Lo scopo era ritardare la votazione sugli emendamenti. Dopo una sospensione per cercare invano un accordo, è passato un emendamento Pd, con i voti di Idv e Fli e l’astensione di Udc e Lega, che raddoppia le pene per la corruzione per atti contrari a dovere d’ufficio. Apriti cielo, Alfano ha parlato di atto che mette a rischio il governo.

La riforma della Protezione Civile porta con sé una brutta sorpresa per gli italiani e le loro tasche: da oggi lo Stato non pagherà più i danni dovuti a terremoti, alluvioni o qualsiasi altra calamità naturale. È scritto chiaramente nel decreto pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale, come riportato dal Corriere.
Lo conferma anche il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli, secondo il quale i cittadini de L’Aquila saranno gli ultimi a ricevere assistenza dallo Stato per la ricostruzione. D’ora in poi tutti i danni a immobili o altri beni dovuti a catastrofi naturali saranno totalmente a carico del cittadino che, se previdente, dovrà stipulare un’assicurazione ad hoc. Questo perché, come ammette lo stesso Gabrielli, lo Stato non è più in grado di sostenere i costi della ricostruzione. In questo modo, si sostiene, i cittadini potranno intervenire in prima persona e sarà rispettato il principio di uguaglianza.
Ma è davvero così? Non proprio, visto che il decreto non prevede l’obbligatorietà dell‘assicurazione sulle calamità (per cui è solo prevista da alcuni anni una detrazione sulle tasse), né tantomeno un costo unitario. È evidente che, stando così le cose, chi vive nelle zone a rischio da un lato sarà più portato a stipulare una polizza, ma dall’altro dovrà sostenere costi più alti dettati dalle compagnie.
Nel decreto si prevede che entro 90 giorni venga varato un decreto attuativo, in cui forse verrà resa obbligatoria l’assicurazione contro le calamità a un prezzo fisso per tutti, forse un centinaio di euro all’anno. Un nuovo balzello per i proprietari di immobili, dopo l’Imu. Inoltre la riforma della Protezione Civile introduce la cosiddetta “tassa sulle disgrazie”, le Regioni potranno alzare le accise sulla benzina fino a 5 centesimi per fronteggiare spese dovute a calamità naturali. C’è stato comunque un passo avanti: in una prima versione l’aumento scattava automaticamente.
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Dopo le accuse a Matteo Renzi, Enzo Bianco e Francesco Rutelli di essersi intascati i soldi che lui distribuiva a piene mani, è ancora l’affaire legato a Luigi Lusi a tenere banco. E l’indiscrezione che circola, riportata da Francesco Lo Sardo su Europa, è di quelle dal potenziale esplosivo: il Pdl si prepara a salvare Lusi dalla richiesta di arresto e a garantirgli un posto al Senato.
Quel che si sta già concretizzando è «un’opinione» che si trasformerà presto in convinta decisione del Pdl a votare no alla richiesta di misure cautelari in giunta per le immunità del senato. In secondo luogo, il Pdl opererà per far sì che nel successivo passaggio parlamentare l’aula di palazzo Madama, nel segreto del voto, dica no alla richiesta di arresti per Luigi Lusi.
Visto il pelo sullo stomaco che i deputati del Pdl hanno dimostrato in mille occasioni (salvando Cosentino o sul caso Ruby-nipote-di-Mubarak) c’è poco da stupirsi. Per chi crede alla buona fede di certi individui ci si può comunque fare scudo con il garantismo, il fumus persecutionis e compagnia bella. Ma la cosa non finisce qui, il partito del Cavaliere (che “sa e lascia fare”) starebbe lavorando anche a una ricandidatura dell’ex tesoriere della Margherita, possibilmente al Senato e in un seggio sicuro.
Si vocifera tra le malelingue di palazzo Madama di un impegno a garantire una bella ricandidatura, cioè un seggio quanto più possibile sicuro, meglio se senatoriale, all’ex tesoriere della Margherita nella legislatura che verrà. Promettere candidature, del resto, non è un reato. Né è reato tirare un bidone – all’ultimo momento – al destinatario della promessa: Berlusconi, in materia, è un maestro che non teme rivali. Che la storia vada a finire o meno così, a tutt’oggi, nessuno può giurarlo. Ma sulla circostanza che le cose stiano trotterellando in quella direzione non ci sono più molti dubbi
Chi l’ha visto? Parliamo di Gianfranco Fini e del suo Fli, leader e partito svaniti, se non al limite della liquidazione.
C’è un gap nella consistenza elettorale (2,5 % alle ultime amministrative) ma soprattutto non c’è linea e prospettiva politica, specie dopo il de profundis di Pier Ferdinando Casini sul Terzo Polo, rimasto nelle secche, incapace di attrarre neppure un elettore dei tanti delusi e fuoriusciti da Pdl e Lega.
Il grande progetto di Fini del nuovo “partitone” si è dimostrato puro velleitarismo: Fli è un partitino sul piano elettorale e inconsistente sul piano politico. Ecco perché c’è aria di fronda e in questa situazione da “rompete le righe” ognuno cerca di accasarsi dove può, incurante di ciò che vuole fare o farà Fini.
Già, Fini, sempre più grigio presidente della Camera e sempre più assente leader politico. Persino uno sempre con il piede in due staffe come Casini oggi rispetto a Fini sembra un … gigante.
Di fatto, il leader di Fli è rimasto col cerino in mano e, dopo l’ultimo schiaffo subito da Casini, non sa più a che santo appellarsi.
Forse non gli rimane che bussare alla porta di Arcore. Col cappello in mano. Poi ci penserà il Cav a metterlo in castigo, con i ceci sotto le ginocchia.
Beppe Grillo: guardie&ladri. Voto 6+ Il leader del Movimento 5 Stelle grida sui tesorieri dei partiti: “Sono solo esecutori. Stanare i mandanti”. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.
Angelino Alfano: corrotti&ladri. Voto 3- Sul nodo incandescente della corruzione il Pdl blocca tutto. Ordini del Cav. Alla Camera passa un emendamento del Pd. Governo a rischio. Cvd.