Se lo dice lui, che è il premier: ”Nessuna crescita fino al 2013”. Monti dixit. E prosegue: “Ristabilire un’Italia capace di crescere è un compito appena iniziato. Ci battiamo ogni giorno per evitare il drammatico destino della Grecia”.
“Sul piano interno la crescita non tornerà fino al 2013”, sottolinea il premier e ministro dell’Economia nella bozza della relazione che accompagna il Documento di economia e finanza. Se il Prof usa le parole, altri snocciolano i dati.
Il centro studi di Confindustria prevede che la crisi sul fronte occupazionale continuerà. Pesanti i dati di Unioncamere sulle cessazioni di attività nel primo trimestre dell’anno. In tre mesi perse 26 mila imprese!E quelli dell’Istat sulla flessione dell’edilizia.
Secondo il Censis, l’Imu farà calare del 20-50% i prezzi delle case. Un quadro grigio fumo.
“La brusca impennata della disoccupazione italiana proseguirà perché permarranno le condizioni che l’hanno causata: perdite di posti di lavoro che si coniugano alla maggiore ricerca di impiego per compensare la caduta del reddito reale”. E’ lo scenario che indica il Centro studi di Confindustria (Csc) nell’ultima analisi mensile.
Il Governo rema ma la barca non si schioda dalle secche. E i partiti, si sa, hanno ben altro da fare. Taca banda!
Adesso Roberto Maroni, nel bel mezzo della bufera del Carroccio, dice serafico: “La segreteria non mi interessa”.
L’eterno secondo della Lega probabilmente ha fiutato che la base leghista vorrebbe acclamare a giugno di nuovo Umberto Bossi. E, soprattutto, l’ex ministro dell’Interno ha in mano i sondaggi che danno la Lega in picchiata: attorno al 4%. Una debacle storica. Pensare che il Senatur puntava alla mitica soglia del 15%!
La Lega Nord affonda quindi nei sondaggi sotto il tiro incrociato dalle inchieste sulle ‘ruberie’ dell’ex tesoriere Belsito e cricche varie. Una bastonata che, se si andasse a votare con la legge elettorale in cantiere, non permetterebbe al Carroccio di superare la soglia di sbarramento del 5%.
Questi sono i dati del sondaggio dell’Istituto Tecnè pubblicato da Affaritaliani.it. Celoduristi ammosciati?

La “furbata” di Silvio Berlusconi fu quella di usare l’arma dell’antipolitica per fare la propria politica, cioè quella dei propri interessi. B&B puntarono a distruggere i “veri” partiti per impiantare i finti partiti personali-padronali, occupando le istituzioni con deputati nominati e facendo eleggere ovunque gente di poca professionalità e dubbia moralità.
Il risultato è oggi sotto gli occhi di tutti. Anche se è doveroso aggiungere che responsabilità e colpe hanno avuto e hanno i partiti di sinistra e quelli di centro-sinistra emulando per anni il gioco del Cav.
I governi di centro-destra hanno poi fatto di tutto per dividere le tre storiche confederazioni sindacali, con l’obiettivo di annientare la Cgil, forte di oltre 5 milioni di iscritti, organizzazione non certo priva di pecche. Così Pdl, Lega, cricche amiche hanno anche alimentato (in tutti i modi, specie con i media e ingenti finanziamenti) sindacati di comodo, organizzazioni inventate di sana pianta.
La cronaca ci dice oggi che con i soldi della Lega Rosi Mauro, Stiffoni e Belsito, avrebbero acquistato diamanti per circa mezzo miliardo di euro. Chi era Rosi Mauro prima di sedere al Pirellone? Era la “capa” del Sinpa, sindacato padano: 350 mila iscritti dichiarati ma sconosciuto in tutta la Lombardia e in tutta Italia. Un sindacato pressochè inesistente, ma sempre invitato ai tavoli regionali di trattativa dal governatore Formigoni e a quelli nazionali dall’allora ministro Sacconi.
Chiaro? A quando una bella ramazzata anche in Italia?
Questa è una di quelle losche storie all’italiana che fanno capire che in politica non sono tutti uguali ma che la pianta della politica Made in Italy produce frutti bacati e anche avvelenati. Sotto i riflettori un “figuro” quale Sergio De Gregorio, il cui passaggio dall’Idv, partito nel quale fu eletto la prima volta nel 2006, al centro destra, fu «lautamente remunerato».
Lo rivela ai pm napoletani il commercialista del senatore, Andrea Vetromile, ascoltato il 29 febbraio scorso quest’anno come persona informata dei fatti. «Fu Lavitola che accreditò De Gregorio presso Berlusconi - dice - De Gregorio è ex socialista come Lavitola».
Alla presidenza del Senato è arrivato l’ordine di custodia cautelare agli arresti domiciliari per il senatore del Pdl: è accusato, nell’inchiesta su Valter Lavitola, di associazione per delinquere legata ai fondi per l’editoria. Gli atti entro 48 ore saranno trasmessi alla Giunta delle Immunità.
Stando alla ricostruzione di Vetromile il senatore avrebbe dovuto candidarsi nel 2005 nelle liste di Forza Italia, ma Fulvio Martusciello, «che non lo vedeva di buon occhio, riuscì a farlo escludere». De Gregorio si candidò con Di Pietro e fu eletto con circa 80mila voti. «Una volta eletto passò nelle fila del centro destra - spiega Vetromile - ebbene fu proprio Lavitola, forte dei suoi rapporti personali con Berlusconi, che concretizzò questo accordo. Sentivo Lavitola che caldeggiava l’operazione di passaggio…voglio precisare anche che l’accordo del passaggio venne così lautamente renumerato … (omissis). Anche il Lavitola come De Gregorio doveva traghettare quanti più parlamentari possibili dal centrosinistra al centrodestra». Il verbale, con diversi omissis, è riportato nell’ordinanza di custodia notificata oggi.
Sono questi i personaggi chiamati “onorevoli” e lautamente pagati dal popolo italiano?
Non ci siamo, Pier Luigi. No, non ci siamo proprio per niente. Il segretario del Pd spara a vuoto, resta (purtroppo) rinchiuso nel “palazzo” e, invece di dialogare con i cittadini, parla alla casta. Da lì nasce e prosegue il cortocircuito che manda in fibrillazione la politica, allontana ancora di più i cittadini dai partiti.
La riprova? Basta leggere i commenti su l’Unità alle parole di Bersani che qui sotto riportiamo: una pioggia di critiche (per lo più giuste) e una valanga di minacce di elettori che non voteranno più il Pd. Capito, Pierluigi?
Da l’Unità: «Abbiamo in giro molti apprendisti stregoni che sollevano un vento cattivo». Lo ha affermato il segretario del Pd Pier Luigi Bersani, in un’intervista a Tgcom24 Bersani in cui parla dell’antipolitica diffusa. «Se c’è qualcuno che pensa di stare al riparo dall’antipolitica si sbaglia alla grande. Se non la contrastiamo, spazza via tutti», ha aggiunto: «Siamo nei guai». Sulle risorse ai partiti dice: «È mancata la correttezza dell’informazione su questo punto perché le risorse ai partiti continuano a scendere e arriveranno a 140 milioni nel 2015, il che significa 2,38 euro per ogni italiano. Una cifra inferiore agli altri Paesi europei. Possiamo ancora scendere ma un ‘decalage’ c’è già».
Quanto ai 100 milioni della tranche di luglio cui la Lega vuole rinunciare, Bersani dice: «Il pagamento dei 100 milioni lo postponiamo. Ma non intendo che il mio Paese muoia di demagogia».Il Pd non «metterà nomi sui simboli» alle prossime elezioni politiche. «Si può fare, chi vuole lo faccia ma sono i partiti con le loro liste che si devono presentare alle elezioni, anche in una proposta di coalizione e indicando un candidato premier». Bla, bla, bla. Presto la resa dei conti.
Sempre soft il premier Mario Monti, sempre di “cappa e spada” il ministro Elsa Fornero tornata a minacciare la caduta del governo se il Parlamento non approva la sua riforma.
«Finora abbiamo ricevuto critiche per troppa incisività» o ‘troppo poca incisività ma su una cosa siamo decisi: andremo in Parlamento e se la riforma non dovesse passare andremo a casa». Lo ha detto il Ministro del Lavoro, Elsa Fornero, nel corso di un convegno a Reggio Calabria. «Questa è una riforma del lavoro per il Paese - ha aggiunto Fornero - e non per compiacere sindacati, imprese o partite Iva».
«La nostra riforma - ha concluso - punta ad un mercato del lavoro aperto, inclusivo e dinamico. Inclusivo, innanzitutto, vuol dire senza ‘cittadelle protette’ perchè è impensabile che in un mondo così dinamico si possano iniziare e concludere carriere, da 17 a 57 anni, sempre nella stessa realtà aziendale».
E alle accuse di disparità di trattamento nei confronti delle varie categorie sociali risponde: «Non siamo un governo senza anima e non ci piace aumentare la tassazione, ma sappiamo come sia anche difficile tagliare la spesa improduttiva. Lo faremo comunque se ce ne lasceranno il tempo».
«Il Governo ha presente - ha spiegato - il grande disagio sociale che attraversa il Paese, che negli ultimi 15 anni si è impoverito per la mancata crescita e con una distribuzione del reddito sperequata a danno di classi medie e povere».
Forzature per sbloccare l’inghippo o voglia di mandare tutto a … gambe all’aria?
S’allarga la macchia del presunto scandalo della sanità pugliese. Ieri la notizia che il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola è indagato per concorso in abuso d’ufficio per aver favorito la nomina di un primario. La immediata risposta del leader di Sel: “Sono sereno”.
Oggi, però, è caduto il pietrone addosso alla sinistra pugliese, ora nella bufera.
Almeno 47 sono infatti le persone coinvolte nell’inchiesta sulla gestione della sanità pugliese aperta per accertare gli accreditamenti delle cliniche private. Tra gli indagati c’è pure il senatore del Pd Alberto Tedesco.
Bufera in particolare su Vendola, accusato di aver favorito un primario facendo riaprire un bando. Ma lui continua a difendersi mostrando sicurezza: “Ho le spalle larghe e la coscienza pulita”. Adesso via alla filastrocca del … tutti uguali?
L’orgoglio padano cerca di non piegarsi di fronte all’evidenza dei fatti, una bufera che ha sconvolto i vertici del Carroccio, decapitando persino il Senatur, padre-padrone del movimento, e cancellando il Trota, “astro” nascente.
Roberto Maroni, ricevuta ieri sera a Bergamo la mezza investitura della leadership dagli inossidabili celoduristi della base, è andato oggi in Procura a Milano chiarendo che “siamo pronti a costituirci” parte civile.
“C’è la sensazione che qualcuno abbia approfittato della buona fede di Bossi per interessi personali”, ha detto l’ex ministro dell’Interno al termine dei colloqui in procura con il procuratore capo Edmondo Bruti Liberati e del procuratore aggiunto Alfredo Robledo sui conti della Lega. Maroni ha spiegato che la Lega fornirà piena collaborazione ai pm milanesi, che hanno fornito una lista di documenti che i vertici del Carroccio consegneranno ai magistrati milanesi.
“Il versante giudiziario ci interessa poco”, ha aggiunto Maroni, spiegando che dall’inchiesta emergono violazioni al “nostro codice etico, che per noi è anche più importante”.
Bravo, Bobo: Cristo è morto dal freddo. Altro che parte civile, qui si va sul penale, e poi, chi denuncia chi? Replica il web: “si vogliono costituire parte civile! Farebbero bene a costituirsi e null’altro”. Già.
Di fronte a gente come il “Trota” e a quelli della Bossi family con vicini cricche e contro cricche, uno come Pier Luigi Bersani pare davvero un gigante, addirittura il gigante buono. O, se si preferisce, quello da cui potresti comprare … un’auto usata. Poi arriva la mezza doccia gelata.
Scrive oggi l’Unità: “Non sono frutto di improvvisazione, ma di una riflessione su come debba comunicare un politico le metafore che, grazie anche a Maurizio Crozza, sono diventate ormai il tratto distintivo di Pier Luigi Bersani”.
E il segretario del Pd spiega a Vanity Fair: ”È un linguaggio che ho studiato. Mica parlavo così, quando avevo 25 anni”. Come parlava? “Filosofese. Ma a forza di scarpinare tra i paesi di montagna - vengo da Bettola - ho capito che uno deve stare al di sotto delle sue solennità. Le metafore sono un modo democratico per tradurre in modo accessibile un concetto complesso. Poi ce ne sono tante che in Tv non posso dire. Quelle un po’ hard”.
Bersani però non ha voluto rivelarle. “Non posso. Ne avrei una per descrivere le sette ore e mezzo di incontro con Monti sull’articolo 18, ma non si può”. Ultima domanda: Era spiritoso anche da giovane? Risposta: “Più di quanto sembrassi: appena mi parlavi veniva fuori la mia natura da paese”.
Tutta colpa di Berlusconi e del berlusconismo? Palmiro Togliatti, pace all’anima, è morto nel 1964. E Enrico Berlinguer si rigira nella tomba.
E’ morta oggi a Roma, all’età di 86 anni, Miriam Mafai. La giornalista e scrittrice era nata a Firenze nel 1926.
La Mafai aveva iniziato la carriera del giornalismo scrivendo su l’Unità e altri importanti quotidiani italiani. Ha contribuito alla nascita della Repubblica nel 1976 e ne è diventata editorialista. Saggista di successo, tra i suoi libri ricordiamo “Pietro Secchia, l’uomo che sognava la lotta armata”, “Pane nero”, “Donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale”, “Botteghe Oscure addio”, “Il lungo freddo”.
Miriam Mafai ha ricoperto spesso ruoli di inviata speciale e notista politica. Era una delle firme più prestigiose del giornalismo italiano. Attenta osservatrice dei cambiamenti della politica e della società del nostro Paese, ha scritto molti saggi sulla politica e la storia del costume ed è stata direttore del settimanale Noi donne.
Figura storica della Resistenza, poi la lunga militanza nel Partito comunista, come funzionario di partito, amministratore pubblico, dirigente. È stata anche parlamentare italiana eletta nelle file del Partito Democratico della Sinistra. È stata per gran parte della sua vita la compagna di Giancarlo Pajetta, storico dirigente del Pci.
Sempre a sinistra, ma sempre con spirito critico e pungente, prima verso il Pci, poi verso il Pds, Ds, Pd. MIRIAM MAFAI conclude così il libro-intervista “Il lungo Freddo”.
Bruno Pontecorvo, il grande scienziato italiano che nel 1950 scelse l’URSS, risponde alla fine del libro: “Sono confuso, come tutti coloro che sono stati comunisti. Certo, il socialismo è fallito, ma la domanda di giustizia che c’è nel mondo, quella rimane. La risposta che abbiamo dato noi era sbagliata, ma questo non significa che non esista una risposta giusta”.