Lodo Consolo. Memorizzate bene questa espressione perché dominerà il dibattito politico dei prossimi giorni. Dopo il Lodo Alfano - ci informa uno scoop di Liana Milella pubblicato oggi da Repubblica - il Pdl ci riprova: stavolta, dopo aver incassato lo scudo protettivo per le più alte cariche dello stato, l’obiettivo è congelare i processi dei ministri.
Ma il vero scopo, sempre secondo quanto riferisce il quotidiano di Eugenio Scalfari, sarebbe quello di bloccare un processo in corso a Livorno che vede imputato per favoreggiamento il numero uno del dicastero delle infrastrutture, Altero Matteoli di cui Giuseppe Consolo, tra l’altro è anche legale.
Spiega Repubblica:
“Il ministro Matteoli, ex capogruppo di An al Senato nella scorsa legislatura, e prima ancora ministro dell’Ambiente, nel 2005 viene messo sotto inchiesta dalla procura di Livorno per aver informato l’allora prefetto della città Vincenzo Gallitto che c’erano delle indagini sul suo conto per l’inchiesta sul “mostro di Procchio”, un complesso edilizio in costruzione a Marciana, nell’isola d’Elba. Il tribunale dei ministri del capoluogo toscano decise che quel reato non aveva niente a che fare con la funzione di ministro ricoperta da Matteoli e rispedì le carte alla procura. Matteoli non si dette per vinto. Divenuto nel frattempo senatore convinse la Camera a sollevare un conflitto di attribuzione contro Livorno per la “ministerialità” del reato. La Consulta lo considera ammissibile e dovrà pronunciarsi. Nel frattempo il processo è congelato. Adesso Consolo lo vuole ibernare definitivamente”.
Lo chiameranno Accordo di Pra Catinat, dall’amena località della Val Chisone in cui si è tenuto l’incontro decisivo tra l’Osservatorio tecnico della Torino-Lione presieduto da Mario Virano e il comitato dei sindaci. Dopo due anni di tira e molla si chiude così la vertenza istituzionale, ponendo fine alla fase uno della progettazione. Parliamo di progettazione perché la fase realizzativa è ancora distante, ma non vi è dubbio sul fatto che sia stato compiuto un passo importante e decisivo.
Ciò che ha sbloccato la situazione, dopo più di due anni di confronti, è stato un compromesso sui lavori da eseguire, basato principalmente sullo sviluppo contemporaneo di un’articolata rete di trasporti di cui beneficeranno tutte le zone interessate. Un pacchetto di misure per il territorio che porterà notevoli vantaggi alla popolazione e che i sindaci rappresentanti hanno accettato di buon grado, definendo l’esito finale della contrattazione “un buon pareggio”.
Si chiude così il duro confronto con il fronte No Tav caratterizzato da una serie di veti incrociati che aveva spinto il governo Prodi a togliere il progetto dal programma di governo per non scontentare la sinistra eco-comunista. Va comunque detto che la frangia più intransigente del fronte, quella capitanata da Alberto Perino, non depone le armi accusando i sindaci di aver aderito a un progetto mafioso, e affermando che «Quelle che arrivano dall’Osservatorio sono solo suggestioni. Per noi non cambia nulla, saremo sempre contro la Tav».
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Come per la nazionale di calcio, anche sul ponte di Messina, di cui si parla da oltre cent’anni, gli Italiani sono divisi a metà. Dalla parte del sì c’è di certo Silvio Berlusconi che lo vorrebbe ad ogni costo. Le file del no si stanno però infittendo e adesso si è schierata anche Emma Marcegaglia, neopresidente di Confindustria, che ad una domanda su cosa pensasse dell’opera ha risposto seccamente “Ci sono altre opere altrettanto importanti”.
Anche Umberto Bossi pur non avendo proferito un secco no, in un recente incontro ha chiarito che per il Ponte sullo Stretto sarebbe meglio chiedere ai siciliani cosa ne pensano. Non è un no, ma poco ci manca.
Nonostante tutto però Berlusconi tira dritto per la sua strada, visto che l’opera è troppo importante dal punto di vista mediatico e che lui stesso si è esposto personalmente per realizzarla. In uno dei suoi primi atti ufficiali, Altero Matteoli che guida il Ministero delle Infrastrutture, ha scritto a Pietro Cucci, presidente della società “Stretto di Messina” e ha chiarito che il progetto, stoppato dal precedente governo Prodi, è invece di “carattere prioritario” per l’attuale governo e pertanto è necessario “porre in essere nei tempi più brevi tutte le condizioni per la ripresa delle attività”. Di fatto un nuovo inizio.
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In fondo nemmeno il Partito delle Libertà ci credeva fino in fondo, al punto da ipotizzare Gianni Alemanno come costante in uno dei principali dicasteri da attribuire nella compagine di governo. E ora che il Campidoglio è stato conquistato davvero dal centrodestra, urge un ripensamento sulle poltrone anche alla luce del ritrovato potere di AN, forte di un successo così importante e clamoroso.
Dando ormai per scontato il sottosegretariato di Gianni Letta, così come Esteri a Frattini, Economia a Tremonti e Interni a Maroni (anche se qualche voce dissonante parla di una messa in discussione di quest’ultimo), i crocevia principali divengono Welfare e Giustizia. Quest’ultima oscilla sempre tra AN e Forza Italia, e potrebbe risolversi in un duello Mantovano-Vito, mentre il nome della Bongiorno pare eclissarsi. La Russa e Matteoli dovrebbero mantenere Difesa e Infrastrutture, Scajola andrebbe alle Attività Produttive, Fazio alla Salute, Gelmini all’Istruzione, Zaia all’Agricoltura e Bondi, appena silurato dagli elettori a Massa provincia, ai Beni Culturali.
Rimane così aperto il nodo del Welfare, in cui la pole position di Sacconi potrebbe essere insidiata dallo stesso Mantovano o da Giorgia Meloni. E’ di queste ore anche la nuova levata di scudi dell’Alleanza Autonomista di Lombardo, che chiede un riconoscimento tangibile, ma sembra difficile che questo possa concretizzarsi in un dicastero; più probabile un vice-ministero, per esempio a Giovanni Pistorio (Economia).
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Quella vecchia volpe di Bossi ancora una volta ha dimostrato fiuto. Annusata l’aria che tirava all’indomani del grande successo elettorale leghista ha subito alzato i toni e messo in chiaro che il Carroccio non si sarebbe accontentato delle briciole. E così tra veti incrociati e pretese elevatissime il Senatùr ha portato a casa l’obiettivo primario, vale a dire il Viminale. E quale miglior uomo per presiederlo di Bobo Maroni, già ministro degli Interni nel primo governo Berlusconi?
Si compone così il primo tassello del piano volto a costruire un asse forte soprattutto sulla via delle sicurezza; un piano che prevede ora la conquista delle due regioni-guida del nord: Lombardia e Veneto. Il mandato dei due governatori scade infatti nel 2010, anno che vedrà con ogni probabilità l’avvicendamento tra Formigoni e Castelli (sembra infatti tramontata l’ipotesi della discesa del primo a Roma). Più complesso il discorso su Galan, che potrebbe anche decidere di rimanere in Veneto. Tra l’altro Zaia, l’uomo su cui Bossi puntava per la successione, un po’ a sorpresa sarà a sua volta ministro delle Politiche Agricole. Il trio di dicasteri leghisti è completato da Bossi alle Riforme (senza portafoglio), mentre Calderoli sarà vice-premier con Gianni Letta.
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Il toto-ministri è sempre in corso, e si va verso un accesissimo scontro l’epicentro del quale sono le due principali poltrone regionali del nord, Lombardia e Veneto, cuore dell’economia italiana. La Lega chiede con forza di governare laddove alberga il suo principale serbatoio di voti, ma la vertenza non è facile, vediamo perché.
La Regione Veneto è attualmente in mano a Galan (Forza Italia) il cui mandato scade nel 2010; difficile quindi immaginare un ricambio immediato. Per Formigoni la situazione è sensibilmente diversa, in quanto irresistibilmente attratto dalle sirene del governo romano, dove potrebbe ricoprire la carica di vicepresidente del Consiglio, oppure prendere un ministero di grande prestigio, come la Pubblica Istruzione. In questo caso la Lega non può stare a guardare, e per questo ha proposto una candidatura forte come quella di Castelli. Per il Veneto come detto se ne parla nel 2010, ma l’uomo del Carroccio sarebbe Zaia.
Nel gioco delle poltrone c’è però una novità dell’ultim’ora, rappresentata da Albertini. Forza Italia ne ha estratto il nome dal cilindro nell’ansia di contrastare l’imponente offensiva leghista, attualmente operante su altri due fronti oltre a quello succitato, volti ad ottenere 4 ministeri, oppure quello degli Interni, da assegnare a Maroni. Anche il veto sulla Poli Bortone appare più dettato da una strategia generale che da una reale avversione per la persona.
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