Il caso Cesare Battisti - il terrorista omicida di cui tanto ci siamo occupati in questi giorni - sta scuotendo le coscienze a destra e a sinistra, al punto che forse per la prima volta da anni ieri abbiamo assistito a una manifestazione magari non congiunta, ma sulle stesse posizioni. Il Brasile deve cambiare idea ed estradarlo subito in Italia.
E se anche Idv (abbastanza scontato) e Pd (molto meno) si sono schierati su questa linea, ancor meno comprensibili risultato le posizioni dei pochi che vi si oppongono. Tra questi il giornalista Massimo Fini, come facevamo notare ieri, e una sparuta pattuglia di ultracomunisti nostalgici dei bei tempi delle Brigate Rosse.
Ebbene, questa è una lettera aperta a tutti costoro. Battisti è un assassino e in quanto tale deve pagare. Il che significa essere giudicato (già fatto, per la verità) e pagare nel paese in cui ha commesso il delitto e non altrove. A questo principio giuridico non esiste deroga. Esiste solo il sacrosanto diritto dei familiari delle vittime a potersi rasserenare per quanto possibile nel vedere che chi ha brutalmente ucciso i propri cari perlomeno sia in galera. Un diritto che poi è di tutti noi cittadini onesti e rispettosi delle leggi.
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“Noi concentriamo la flessibilità sui figli, l’articolo 18 garantisce i padri, che sono ipergarantiti”
Renato Brunetta
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Alla presentazione all’Università Statale di Milano dell’ottimo volume (da noi recentemente recensito) “Flex-insecurity. Perchè in Italia la flessibilità diventa precarietà”, non si è discusso solo delle boutade del ministro Tremonti sulla necessità di un “ritorno al posto fisso”, ma anche delle chances del nostro paese di uscire dalla crisi.
E i presenti - tra cui Tito Boeri, Emilio Reyneri e Michele Salvati - hanno concordato tutti sul fatto che le prospettive per l’Italia sono in questo momento particolarmente preoccupanti. Vi riporto nel seguito alcune delle loro interessanti argomentazioni.
Secondo Tito Boeri le statistiche rese pubbliche recentemente sulla disoccupazione sono inquietanti, ma ancora peggio - se possibile - sono i dati (non ufficialmente disponibili, ma che trapelano tra gli addetti ai lavoratori) sulle assunzioni.
Continua a leggere: Crisi, disoccupazione e ammortizzatori sociali: le paure degli esperti

Una decina di giorni fa abbiamo recensito su queste pagine l’ottimo volume “Flex-insecurity - Perchè in Italia la flessibilità diventa precarietà” dei ricercatori del Collegio Carlo Alberto Berton, Richiardi e Sacchi. Qualche giorno dopo, le dichiarazioni del ministro Tremonti sul ritorno al “posto fisso” hanno reso il tema se possibille ancora più attuale.
Ed è sullo sfondo di questo clima da grida manzoniane che si è tenuta l’altroieri all’Università Statale di Milano la presentazione del , alla presenza degli autori e di alcuni importanti studiosi di mercato del lavoro e welfare come Tito Boeri, Michele Salvati, Maurizio Ferrera e Emilio Reyneri.
L’intento della giornata? “Discutere di come disegnare politiche di lungo periodo che mantengano i benefici della flessibilità senza intaccare le condizioni di vita dei lavoratore”, che potrebbero essere messe in atto da un’ipotetica parte politica che non volesse limitarsi a quelle che i discussant definiscono senza mezzi termini le “sparate” di Tremonti.

Su queste pagine mi sono lamentato più volte del fatto che la pressante necessità di una riforma degli ammortizzatori sociali italiani venga colpevolmente trascurata da molta - anche se non tutta - classe politica. A differenza del governatore di Bankitalia Mario Draghi, che ha dichiarato oggi:
“Molti lavoratori restano ancora esclusi dalla tutela pubblica (..). Dal sovrapporsi dei vari strumenti emerge una configurazione intricata che rende estremamente eterogenea la copertura assicurativa dei lavoratori, a seconda del settore, della dimensione di impresa e del contratto lavorativo (..). Nonostante vari interventi, non si e’ ancora giunti a un ripensamento complessivo del sistema orientato a criteri di equita’ ed efficienza”
Continua a leggere: Età pensionabile e ammortizzatori sociali: ha ragione Draghi
La crisi c’è o non c’è? Neanche il premier italiano ha potuto negarla, anche se è passato dalla sua non-esistenza al suo superamento. Dunque la crisi c’è. La domanda ora è: il peggio è passato? Loretta Napoleoni (qui sopra immortalata da Booksweb tv alla Fiera del libro di Torino) nel suo blog offre spunti interessanti, disegnando un alfabeto della recessione.
Scrive l’economista:
Gli ottimisti sostengono che la recessione ha toccato il fondo e che ci stiamo riprendendo. Per costoro la curva della crisi e’ simile alla lettera V, come vittoria sulla contrazione dell’economia. I pessimisti rispondono che invece dobbiamo parlare di una W, dopo la timida ripresa ci sara’ un nuovo crollo.
Domani è il primo maggio, e con lui arriva la May Day Parade, l’appuntamento che da sette anni coinvolge i precari di tutta Europa e che è decisamente l’appuntamento clou della festa dei lavoratori. Difatti è ormai impossibile distinguere lavoro da precarietà, soprattutto per le generazioni più giovani affacciate al mondo del lavoro.
Gli atipici, i precari, i co.co.co, gli stagisti e tutta quella fetta sempre maggiore di professionalità che non hanno nessuna garanzia e nessuna protezione (neanche dai sindacati), si sono autorganizzati e da sette anni ormai portano in piazza una serie di rivendicazioni assolutamente attuali e centrali.
E lo fanno con grande creatività (vedi il video qui sopra), fatto sta che la May day rappresenta da qualche anno la manifestazione più partecipata e vero punto di incontro per incontrarsi e scambiarsi idee progetti ed esperienze.
Si potrebbe dire l’avevamo detto, avevamo parlato di aria di “Genova”. Certo è che si sperava di non dover parlare di altri fatti tragici. E invece durante le proteste alla vigilia del vertice del G20 a Londra, un uomo di 30 anni è morto a causa di un malore. Naturale certo, ma sempre drammatico.
Nel frattempo questo il bilancio di ieri. Più di 80 persone sono state arrestate e nuove manifestazioni sono previste per oggi (sopra, un video sulla giornata odierna dalla Bbc). I broker e i banchieri, alcuni dei quali hanno avuto l’idea geniale di aizzare ulteriormente gli animi lanciando sterline dalle finestre, sono ancora sotto shock per ieri. “Occhi di odio. Ci considerano i primi responsabili della crisi” hanno dichiarato. Ma va?
Oggi parte ufficialmente il G20. I leader mondiali rimangono con posizioni molto distanti tra loro, ma dovranno cercare un accordo sui paradisi fiscali, sulle misure per contrastare la crisi, sui contributi al Fondo monetario internazionale e sul mercato globale. Concludere questi giorni con un ennesimo nulla di fatto rappresenterebbe un’ulteriore fallimento inaccettabile agli occhi delle popolazioni e della loro crescente rabbia. Ai “grandi” e alle loro promesse chi ci crede più?
Ieri vi abbiamo anticipato come il G20 di Londra che parte oggi avrebbe riproposto dinamiche apocalittiche che ricordano il G8 di Genova. Puntualmente arrivano le prime notizie, come testimoniato dalla Cnn nel video è partito l’assedio, l’assalto alle banche, chiamatelo come volete. Migliaia di manifestanti stanno letteralmente assediando la Royal Bank of Scotland vicino alla Banca d’Inghilterra.
Cariche della polizia anche a Cannon Street. In frantumi alcune vetrine, e un piccolo gruppo, in parte a volto coperto, ha fatto irruzione nella sede della Bank of Scotland. La tensione resta altissima, sono quattro i cortei partiti da altrettante stazioni della metropolitana. Lungo il tragitto, decine di impiegati della City, affacciati alle finestre, lanciavano biglietti da 10 sterline, mentre la folla sottostante reagiva con urla e invettive.
Il Guardian, che sta seguendo l’evento minuto per minuto, riferisce di una rabbia destinata ulteriormente a crescere nei prossimi giorni, quando saranno presenti nella “fortezza” tutti e venti i cosiddetti “grandi”. London’s burning?
C’è una cosa che è emersa con grande chiarezza dai due comizi di Berlusconi al Congresso fondativo del PDL: la completa assenza di un progetto per l’avvenire del paese. Il presidente del Consiglio aveva promesso venerdì che, dopo un interminabile discorso d’apertura tutto concentrato su passato e presente, si sarebbe dedicato alle prospettive per il futuro in quello di chiusura di domenica.
Promessa andata puntualmente delusa, grazie ad un’orazione che ha avuto come temi centrali l’attacco alla sinistra, la fumosa retorica della/e libertà e poco altro. Se n’è accorto con sgomento anche Ernesto Galli della Loggia, uno che di solito quando si tratta di pigliarsela con la sinistra non si fa pregare due volte:
Anche un ascolto o una lettura superficiali del discorso di Silvio Berlusconi al Congresso di fondazione del Popolo della libertà consentono di coglierne immediatamente il cuore ideologico: è l’anticomunismo. Tutto il resto appare solo accennato, sbrigato in poche parole e comunque affatto generico (..) il presidente del Consiglio appare tutto immerso, biograficamente e culturalmente, nella prima Repubblica. Lì stanno con ogni evidenza i suoi riferimenti ideali, a cominciare dall’antifascismo e dall’anticomunismo. Ma come possono essere l’uno e l’altro compatibili con la rottura, con il nuovo?
Continua a leggere: Il discorso di Berlusconi al Congresso del PDL? No Future!