Il nostro sistema di sostegno alla disoccupazione, basato su cassa integrazione e altri strumenti più o meno frammentari e discrezionali, fa acqua da tutte le parti. Checché ne dica Renato Brunetta, infatti, la verità è che solo meno di un disoccupato su 4 riceve un sostegno nel nostro paese. Lo spiega l’economista Tito Boeri nel video qua sopra.
Perché dunque ci sono così pochi detrattori di questo sistema assolutamente iniquo ed inefficace? Lo ha spiegato lo stesso Boeri, in un recente un articolo dedicato ad illustrare in dettaglio la sostenibilità economica del sussidio unico di disoccupazione, che si conclude in questo modo:
Nel caso in cui la disoccupazione salisse al 10 per cento, il sistema costerebbe circa 19 miliardi, con una fabbisogno di ulteriori risorse di quasi 3,5 miliardi, per un totale dunque di 7,5 miliardi da reperire dalla fiscalità generale. Siamo, come si vede, non lontano da quanto il governo sostiene di avere già reperito. Quindi non si dica che la riforma non è finanziariamente sostenibile. Semplicemente, sono altre le priorità di questo esecutivo. Vuole tenersi un sistema che è il migliore strumento di potere del mondo.
Ma perché mai la CIG dovrebbe essere uno strumento di potere? Ce lo spiega con grande chiarezza un commento all’articolo.
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Il fatto che anche in Italia si apra un dibattito sul welfare, complice la peggiore crisi dal ‘29 e la proposta del PD di Dario Franceschini di un assegno unico di disoccupazione, è in ogni caso un grosso passo avanti per il nostro paese. Basti pensare a come la tematica era stata (colpevolmente) ignorata da quasi tutti i contendenti durante la campagna elettorale.
Peccato che non tutti i contributi alla discussione si distinguano per onestà intellettuale. E per ogni esempio positivo (come quello di Luca Ricolfi su “La Stampa”), ce ne sono altri che sembrano ispirarsi piuttosto alla massima di quello zoppo tedesco che diceva “Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità”.
Dopo l’uscita di Berlusconi sugli assegni di disoccupazione che sarebbero una “licenza di licenziare“, è il turno del ministro Renato Brunetta, che in un’intervista al Corriere della Sera di ieri ha dichiarato pressapoco che “in Italia ci sono i migliori ammortizzatori sociali d’Europa”:
Noi abbiamo un buon sistema di ammortizzatori sociali. Certo, con figli e figliastri. Però capace di distinguere, di adeguarsi, di coprire tipologie diverse (..) ognuno ha i propri strumenti: cassa integrazione ordinaria, cig straordinaria, cgis in deroga, indennità di mobilità, indennità di disoccupazione, ammortizzatori in deroga… Resta fuori un pezzo dei cocopro
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Vale la pena di fare una piccola riflessione a freddo su quanto avvenuto nell’ultima settimana nel campo delle politiche del lavoro. Caso n°1: il PD rilancia la sua proposta di un assegno unico di disoccupazione, il governo si rifiuta e dileggia la proposta. Risultato: il provvedimento finisce nel dimenticatoio.
Caso n°2: il governo rilancia la proposta di portare a 65 anni l’età pensionabile per le donne nel pubblico impiego; i sindacati (compresa questa volta la CISL) fanno fuoco e fiamme. Risultato: il Ministro Sacconi torna pavidamente sui suoi passi, dichiarando che non si deciderà nulla prima di aver consultato i confederali.
Mettendo a confronto questi due casi colpisce il relativo silenzio di CGIL & co. sulla prima vicenda, soprattutto se comparato alla determinazione investita, con successo, nella seconda. La spiegazione di questo diverso atteggiamento è, in realtà, abbastanza evidente.
Il matrimonio Alitalia-Airfrance, alla fine, pare proprio che si farà: venerdì i CdA delle due società delibereranno l’ingresso dei francesi nel capitale di Cai con un gettone di 300 milioni di euro per il 25% della nuova Alitalia.
Con il matrimonio alle porte non poteva però mancare qualche mugugno (per la verità ben più di qualcuno): Milano contro Roma, nord contro sud, PD contro PdL ma anche Lega contro PdL.
Eh si, non è un mistero che il partito di Bossi parteggi per un partner straniero che non declassi Malpensa come farebbero i francesi (leggi Lufthansa). E così spunta anche un asse “diagonale” che vede PD, PdL e Lega del “nord” contro PDL del “Sud”.
Il periodo è di quelli complicati. L’aria di crisi, il parlamento italiano e la diffidenza dei cittadini verso i politici. Sfiducia, quindi. Tutto merito di Grillo e Travaglio e dell’antipolitica, o semplicemente constatazione della necessità di un’opposizione dura nei confronti di una presa in giro ventennale della classe politica?
O, per dirla in altro modo, gli annunci di cui si riempiono la bocca i politici hanno un minimo legame con la realtà? E un minimo di buone intenzioni? Andiamo ad analizzare il pacchetto anti-crisi di 80 miliardi annunciato da Berlusconi al G20.
Punto cardine di questo governo e di Tremonti le grandi opere, tanto sbandierate da Berlusconi da quando è in politica. L’elenco delle opere è da anni nella lunga lista della delibera Cipe del 2001 con il quale è stato definito il piano decennale della “Legge obiettivo”. Costo complessivo del piano stimato in 174 miliardi di euro.
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Si è tenuto nei giorni scorsi a Milano il il convegno “Per un nuovo diritto all’acqua”, organizzato dal Comitato Italiano Contratto Mondiale sull’Acqua, in collaborazione con la Campagna europea Water e con un ampio numero di organizzazioni non governative italiane e straniere. L’acqua resta uno dei temi fondamentali attorno a cui si gioca una battaglia decisiva a livello locale, nazionale e globale. Ne avevamo parlato dieci giorni fa, anticipando questo appuntamento che si è concluso a pochi giorni di distanza dall’altro importante Forum dei Movimenti italiani per l’acqua, tenutosi ad Aprilia.
Cosa sta succedendo in Italia? Oggi scade la moratoria sulla privatizzazione dell’acqua che il movimento riuscì a strappare un anno fa al governo di centro-sinistra; da questo momento i singoli enti locali potrebbero tornare a esternalizzare la gestione delle reti idriche. I gruppi italiani si stanno organizzando per resistere, nella palude della normativa italiana. Renato Di Nicola, una delle voci storiche dell’opposizione alla privatizzazione dell’oro blu in Italia così commenta:
“L’acqua pubblica, in Italia, è competenza di ben cinque ministeri e ci sono situazioni differenti in tutto il Paese. Esempi di gestione pubblica, gestione mista pubblico privato e gestione privata”.
Si è appena conclusa in Venezuela un’importante tornata elettorale. Si votava per le amministrative, l’affluenza è stata del 65%, un record per il Venezuela. Si è votato in pace e in democrazia, a dispetto delle catastrofiche previsioni piene di sventura della stampa, che come al solito, ha fatto una pessima figura quando si parla di stati (anzi, di governi) non graditi.
17 stati su 22 sono andati ai sostenitori di Chavez, che perdono il sindaco della capitale Caracas; per capire quanto siano andate bene le elezioni per il presidente venezuelano, anche in tempi di crisi e con il petrolio mai cosi svalutato come ora, basta guardare al silenzio della stampa, quella italiana soprattutto, sempre pronta a starnazzare ideologicamente (memorabile l’attacco del Corriere della sera a Chavez per lo spostamento del fuso venezuelano di un’ora, che era semplicemente un ritorno al passato e un modo per consumare meno energia) quando c’e qualche presidente non allineato ai desideri degli industriali e dei poteri forti economici.
Altro esempio è come vengono affrontati temi riguardanti Bolivia ed Ecuador. A dispetto dell’informazione a reti unificate il Venezuela di Chavez fa un altro passo avanti, e lo stesso presidente non nega la sua soddisfazione:
“La fiamma della rivoluzione è oggi ancora più forte, la strada per la costruzione del socialismo è stata approvata e andrà avanti. Adesso dobbiamo continuare con il nostro compito e approfondire il nostro progetto”.
Nessuno pretende che il Venezuela diventi un modello, o che il suo presidente socialista e un pò populista debba piacere, però ciò che è veramente squallido per parlare di stampa italiana (e occidentale più in generale) è la faziosità e la totale mancanza di professionalità quando si tratta di analizzare paesi come il Venezuela, la Bolivia, Cuba (con l’ormai ventennale campagna stampa soprattutto di Repubblica e Corriere contro l’isola caraibica qualunque cosa accada).
In Italia l’acqua è sulla via della privatizzazione. Giulio Tremonti, mentre ripete espressioni come “etica nell’economia e nella finanza” scrive leggi che negano il diritto al bene comune più importante, l’acqua. La notizia e’ passata nel silenzio piu’ assoluto, ma grazie al Forum italiano per l’acqua, che segue attentamente questo tema fondamentale, la voce è circolata.
Il 5 agosto il Parlamento italiano ha votato l’articolo 23 bis del decreto legge numero 112, scritto da Tremonti. Nel comma 1 si afferma che la gestione dei servizi idrici deve essere sottomessa alle regole dell’economia capitalistica. Scrive il missionario comboniano Alex Zanotelli sul settimanale Carta:
“Cosi’ il governo Berlusconi, con l’assenso dell’opposizione, ha decretato che l’Italia e’ oggi tra i paesi per i quali l’acqua e’ una merce (in mano alle multinazionali). Dopo questi anni di lotta contro la privatizzazione dell’acqua con tanti amici, con comitati locali e regionali, con il Forum e il Contratto Mondiale dell’acqua, queste notizie sono per me un pugno allo stomaco, che mi fa male.”
Nei casi locali in cui l’acqua è stata privatizzata i prezzi per i cittadini sono saliti alle stelle e il servizio spesso e volentieri è peggiorato. Un esempio, Latina. Nel 2005, Acqualatina, (in mano, col 46,5% delle azioni, alla multinazionale Veolia) decide di aumentare le bollette del 300%. 4.000 famiglie iniziano una protesta pacifica rifiutandosi di pagare l’acqua all’azienda privata e versando i soldi al Comune. Ora, pare che Acqualatina abbia iniziato a mandare casa per casa vigilantes e carabinieri a staccare i contatori e chiudere i rubinetti.
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“Il decreto Gelmini è legge e il Governo ha annunciato che adesso si occuperà dell’Università. Le proteste degli studenti si fermeranno?”. Questo il tema di una puntata frizzante e molto partecipata di Anno zero, dal titolo “Io non ho paura”. Prima nota in apertura di serata, il conduttore sottolinea come dei politici invitati si siano rimangiati la parola rinunciando alla partecipazione: coda di paglia? Certo che in un momento come questo rinunciare ad un confronto sa molto di paura di figure imbarazzanti.
Introduzione divertente e pungente di Travaglio (qui sopra), con al centro la “parolaccia” conflitto d’interessi, che da qualunque parti la prendi vede spuntare il premier e il suo staff. E poi, la domanda: quando Berlusconi parla di tv di stato cosa vorrebbe dire? Forse si dimentica chi dovrebbe rappresentare lo stato adesso…Diretta dall’università occupata di Pisa e grande partecipazione giovanile in studio.
Interessanti gli interventi dei ragazzi del movimento e del rappresentante di Azione universitaria, imbarazzante un ragazzo (evidentemente adoratore del premier) che non ha fatto altro tutta la sera che parlare sopra gli altri per difendere il suo governo, con la chicca finale della “scena di gelosia” a Santoro. A impreziosire lo studio l’economista Tito Boeri e Ignazio Marino del Pd.
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Facciamo un’ipotesi. Il titolo dell’Unità, quotidiano rinnovato e da qualche mese su posizioni che si sovrappongono al Partito democratico, descrive in maniera precisa l’eredità lasciata dalla giornata di ieri. Un blocco di primati che si autodefiniscono camerati di Blocco studentesco arriva tranquillamente in piazza con un camion pieno di bastoni.
La testimonianza di Curzio Maltese (sopra nel video) e di tanti insegnanti converge nel giudizio sulle forze dell’ordine: assolutamente indecente. Risposte come “Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra” sarebbero quasi in-credibili se non ci fossero riportate da un’insegnante cattolica che aggiunge “era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l’avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto”.
Ed è questo il primo punto: dopo il G8 di Genova la polizia è rimasta la stessa, i capi accusati di violazione di diritti umani sono stati addirittura promossi, per non parlare di De Gennaro, un’impunità bipartisan, condivisa anche dall’Italia Dei Valori. Cosa ci si può aspettare dunque se non questo tipo di gestione della piazza quando l’intera schiera parlamentare presente da sei mesi ha affossato la commissione d’inchiesta sul G8? Caso vuole che la polizia intervenga quando arrivano i”temibili facinorosi” dei centri sociali, loro si che sono pericolosi, mica i valorosi quarantenni con passamontagna, mazza e pinocchio che hanno cercato ieri di rompere la testa a dei quattordicenni e a delle insegnanti.
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