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Cronache di guerra

Festival di Internazionale: Genova, dieci anni dopo

pubblicato da Francesco in: Cronache di guerra

Andrea Coccia ci invia un pezzo dal Festival di Internazionale in corso a Ferrara.

Un certo esotismo ci spinge spesso a pensare che il punto di vista degli altri sul nostro paese possa essere più interessante e originale del nostro, che possa arricchire e approfondire la nostra analisi. Il bello è che spesso è anche vero, ma non sempre. Il dibattito che ha riunito qui a Ferrara Jeff Israely, Eric Jozsef e Serge Enderlin ha dimostrato che ci sono casi in cui è decisamente vero il contrario. Nonostante tutti e tre gli ospiti siano stati inviati speciali a Genova durante i giorni del G8, nessuno di loro infatti è riuscito a oltrepassare quel sottile, ma decisivo confine che separa il territorio della profondità da quello della superficialità.

Certo, si è discusso della violenza più o meno aspettata del potere, della travagliata esistenza del movimento altermondialista dopo quei drammatici giorni, della questione della mancanza di un racconto veritiero di quello che è successo per le strade di Genova, dell’annosa - ma forse di retroguardia - questione paracomplottistica dei black bloc infiltrati, ma non è bastato. Non è bastato probabilmente perché la ferita che si è aperta nelle calde ore di luglio del 2001 per le strade di Genova non si è ancora rimarginata. Neppure le sentenze - ancora poche - che sono state emesse ci sono riuscite.

Negli eventi festivalieri - in ogni festival - esiste c’è un ospite la cui presenza è tanto ovvia da venire spesso dimenticata o marginalizzata. E’ il pubblico, e questa volta ha preso la parola e lo ha fatto al meglio. Grazie all’ottima mediazione di Riccardo Chartroux di Raitre, gli interventi si sono susseguiti rapidi e ficcanti riuscendo a mettere il dito nella piaga in cui gli ospiti stranieri - per motivazione intrinseche al loro essere per l’appunto “inviati”, quindi completamente slegate dalla professionalità di ognuno - non avrebbero mai potuto.

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La Maddalena, sui 400 missili spariti cala il segreto di Stato

pubblicato da Francesco in: Cronache di guerra

la maddalena

Base militare di Santo Stefano nell’arcipelago de La Maddalena. Deposito giudiziario di Guardia del Moro. Fino allo scorso maggio vero e proprio arsenale composto da 30mila kalashnikov, 32 milioni di proiettili per i mitragliatori AK 47, 400 missili terra-aria filoguidati con annesse 50 postazioni di tiro, 5mila razzi katiuscia. Armi sparite tra il 18 e il 20 maggio scorsi. L’arsenale era stato rinvenuto nel 1994 come frutto del sequestro di una nave del milionario russo Alexander Zhukov.

Ma le indagini avviate dalla Procura di Tempio dopo la pubblicazione dell’inchiesta de La Nuova Sardegna non possono proseguire perché è arrivata la scure del Segreto di Stato.

Si smarca la Nato che fa sapere che la storia non li riguarda e che è la faccenda è prettamente italiana. Dunque, facciamo un passo indietro, diciamo un mese fa, quando La nuova Sardegna pubblica un articolo in merito sparizione delle armi da Guardia del Moro e trasportate su navi civili della Saremar e Tirrenia via Maddalena, Palau, Olbia, Civitavecchia. Da li in poi si perdono le tracce: dove sono state consegnate? E a chi?

Avanza la pazza idea che le armi siano state spedite in Cirenaica per aiutare i ribelli contro Gheddafi, vincere la guerra e salvare faccia davanti Nato, Onu e Europa. Ma il movimento è stato fatto su navi civili: si voleva meglio occultare il trasporto? O banali questioni di budget?

Foto | Flickr

Guerra in Libia, Gheddafi e Berlusconi: intervista di Frattini alla BBC

pubblicato da Bruno Marino in: L'Italia fa schifo Cronache di guerra

“Ovunque andiamo, ci facciamo riconoscere”. Un vecchio cliché, che accompagna gli italiani in giro per il mondo, ma che dopo l’intervista del Ministro degli Esteri, Franco Frattini, assume un nuovo significato. Intervistato da Jeremy Paxman, Frattini ha regalato alcuni colpi da maestro, davvero notevoli. Qui sopra trovate il video dell’intervista, mentre a questo link la traduzione in italiano (sostanzialmente fedele alla trascrizione inglese). Di seguito, ecco il meglio dell’intervista.

Paxman chiede a Frattini dove debba andare in esilio Gheddafi. Frattini risponde che è meglio non dirlo, per non pregiudicare la buona riuscita dell’esilio. L’intervistatore chiede come mai l’Italia non si fosse offerta e il Ministro replica dicendo che il nostro paese non vuole un dittatore. “Perchè non chiedete che compaia dinanzi alla Corte Internazionale di Giustizia?”, chiede il giornalista. E Frattini replica dicendo che Gheddafi dovrebbe presentarsi alla Corte. Paxman allora chiede se il motivo per la mancato esilio in Italia del dittatore libico sia la necessità, da parte del nostro paese, di consegnarlo alla “giustizia internazionale”. Frattini risponde che l’Italia, come ogni altro paese, sarebbe obbligata a consegnare Gheddafi alla Corte.

A questo punto, il giornalista inglese fa una domanda ovvia: se, potenzialmente, ogni paese dovesse consegnare Gheddafi alla giustizia internazionale, perchè qualche nazione dovrebbe ospitarlo? Frattini replica dicendo che è proprio per questo motivo che non ci sono offerte ufficiali da parte di altri paesi. La logica inizia lentamente a scomparire. L’intervista continua con altre perle frattiniane… (seguiteci dopo il salto)

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"Potrei allearmi con Al Qaeda". L'ultima provocazione di Gheddafi

pubblicato da Luca Landoni in: Esteri Alle 5 della sera Cronache di guerra


Il dibattito sulla situazione militare libica è più acceso che mai. Negli ultimi giorni i media hanno posto l’accento sulla controffensiva governativa, facendo sembrare l’esercito di Gheddafi sul punto di riconquistare il paese una roccaforte dopo l’altra.

Invece le cose non stanno esattamente così. La ripresa di alcuni centri, pur importanti, non significa che la situazione si sia già ribaltata, ma semplicemente che il Rais non è ancora morto. Le truppe governative sono ben lontane da Bengasi, capitale della Cirenaica e e dei ribelli, e quasi 200 chilometri non si coprono da un giorno all’altro.

In più sono spuntate nuove, misteriose armi in mano agli insorti, cosa che fa pensare all’appoggio di qualche potenza estera (un paese mediorientale, ad esempio il Qatar?).

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La Russa come D'Annunzio: da un elicottero lancia volantini per gli afghani

pubblicato da Bruno Marino in: Propaganda Ignazio La Russa Cronache di guerra


Ecco la svolta in Afghanistan. Rapido e pugnace come ogni combattente che si rispetti, il ministro La Russa ha informato i giornalisti che dall’elicottero che lo trasportava da Herat a Bala Murghab sono stati lanciati circa undicimila volantini

“ideati, spiegano al comando del contingente, «per supportare la campagna di reintegrazione degli insorti nella società civile promossa ed attuata dal governo afgano».”

Il breve pezzo del Corriere della Sera continua, elencando le caratteristiche dei volantini, ma la memoria, è inevitabile, corre subito al Volo su Vienna di D’Annunzio, che però colpevolmente non fu guidato da Ignazio La Russa e quindi non merita neanche di essere accostato alla Coraggiosa Impresa del Nostro Ministro. Mentre i volantini ricordano, tra le altre cose, che “il benessere proviene dalla pace”, si scopre che

“Il 2010 è già l’anno più sanguinoso per i civili afgani dal 2001, con le vittime civili aumentate del 31% nei soli primi sei mesi dell’anno. La sicurezza si sta rapidamente deteriorando in tutto il paese.”

Ma che importa? Non bisogna mica pensare a come battere gli insorti senza falcidiare la popolazione civile, non bisogna mica pensare, eventualmente, a come andarsene da un paese in guerra da quasi dieci anni. L’Ardito Volo del Nostro Ministro distruggerà definitivamente la volontà di combattere dei talebani. Ne siamo sicuri.

Foto | Flickr

Dal Festival di Internazionale a Ferrara: Israele/Palestina, la pace impossibile

pubblicato da Francesco in: Cronache di guerra

Per i lettori di Internazionale e per i frequentatori abituali del festival di Ferrara, Amira Hass non ha certo bisogno di presentazioni: giornalista israeliana, ebrea – e la specificazione non è pleonastica – l’unica tra i suoi colleghi a vivere nei territori occupati, a Ramallah, reporter di Haretz e da anni collaboratrice di Internazionale, ma soprattutto violenta, puntualissima e instancabile critica sia della politica israeliana di occupazione sia dell’establishment di potere palestinese.

Ed è proprio questa sua onestà intellettuale, questa sua instancabile fedeltà ad un’etica che le impone di raccontare il mondo dalla parte dei più deboli che fa di Amira Hass una delle voci giornalistiche più interessanti del Medioriente – la presenza tra il pubblico di un attento Robert Fisk forse lo può testimoniare – un punto di vista prezioso per il pubblico italiano, ma non solo, per riuscire a scavalcare quella barriera di banalità e di luoghi comuni, inutili e spesso dannosi, che le televisioni e i giornali di mezzo mondo ci propinano ogni giorno.

Amira ha una voce potente, tanto che verrebbe da pensare che, anche senza i due altoparlanti megalitici che la moltiplicano in potenza, essa possa autonomamente raggiungere ognuno dei presenti che affollano la piazza Municipale di Ferrara, gremita per l’occasione da un pubblico numeroso, attento, curioso.

E, più che i discorsi di Amira Hass, che rievocano dolorosamente la faticosa e terrorizzante quotidianità della popolazione palestinese, sottoposta ad un vero e proprio regime di terrorismo da parte delle truppe di occupazione israeliane, è proprio il pubblico, io credo, il dato più importante, l’elemento da sottolineare della serata, quella marea oscillante di uomini, donne, ragazzi e anziani, la maggior parte dei quali sfida la fresca serata ferrarese in piedi, con gli occhi fissi e attenti, quasi magnetizzati dal racconto della Hass che prosegue incessante per quasi un’ora e mezza.

E’ negli occhi di tutta quella gente, del brulicante e numeroso popolo del festival, che si leggono le pagine migliori di questa tre giorni estense: occhi che fissano più in là degli oratori, occhi che, seguendo i racconti di Amira, percorrono istantaneamente il paio di migliaia di chilometri che ci dividono dai territori occupati e vivono, quasi sulla loro pelle, le ingiustizie e i soprusi che per i palestinesi sono la quotidianità da anni; occhi che, si spera, non dimenticheranno mai questo momento.

di Andrea Coccia

Attentato a Maurizio Belpietro nella notte. Il racconto del direttore di Libero

pubblicato da Luca Landoni in: Cronache di guerra


Il direttore di Libero Maurizio Belpietro è stato oggetto di un tentativo di “attentato” - lo chiamiamo così in attesa di capire cosa sia accaduto realmente - nel corso della notte.

Dal racconto dello stesso Belpietro le cose si sarebbero svolte in questa maniera. Rientrato in casa dopo una giornata di lavoro, il direttore come d’abitudine ha lasciato la scorta, di cui gode da molti mesi, ed è salito nel suo appartamento accompagnato da un singolo agente.

Subito dopo aver chiuso la porta alle sue spalle ha udito un trambusto, seguito da alcuni colpi di pistola. Un uomo travestito da finanziere si era introdotto nello stabile e aveva affrontato con una pistola l’agente. Fortunatamente l’arma si è inceppata e l’uomo si è dato alla fuga.

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Sbirri di Marca, da Legaland di Sebastino Canetta ed Ernesto Milanesi

pubblicato da Francesco in: Cronache di guerra

Manifestolibri ci invia un capitolo d’assaggio del nuovo libro d’inchiesta Legaland:

Questo libro costituisce un viaggio-inchiesta attraverso i tanti volti del Nord Est: dalle schiave dell’immondizia nei capannoni postindustrali al business che ruota intorno ai finanziamenti europei, agli eco-mostri messi in cantiere dagli interessi immobiliari. Come evidenzia lo scrittore Massimo Carlotto nella prefazione, “il Veneto di domani è un affare ultramiliardario che ora passa nelle mani del governatore leghista Luca Zaia e del suo partito”.

La Marca è tradizionalmente una roccaforte di movimenti sotterranei, aggregazioni «strane», punte estreme di autonomismo. Un universo che è tornato a galla grazie all’inchiesta della Procura della
Repubblica di Treviso, condotta soprattutto a suon di intercettazioni telefoniche e riscontri «sul campo». Riguarda l’idea di Polisia formato secessionista: agenti municipali, ma fedeli al Veneto che nulla vuole spartire con la Repubblica italiana.
«Aruòlate, la Patria te ciàma». Un po’ Gladio in formato autonomista, un po’ eredi dei «serenissimi», un po’ partigiani in versione di Marca. Difficile liquidarli come un’armata Brancaleone, buffoni da osteria, innocue macchiette «chiacchiera e distintivo», dopo che sono finiti nella rete della magistratura. Se non ci fossero di mezzo nove pistole semiautomatiche, due fucili a pompa e 727 proiettili sequestrati, la declinazione veneta del celebre I want you farebbe sorridere. E invece, in questa vicenda, di divertente, non c’è proprio niente.
«Abbiamo fermato la Polisia Veneta prima che diventasse davvero pericolosa» conferma il questore Carmine Damiano. Nel fascicolo sul tavolo di Antonio Fojadelli, procuratore capo, la prima lista degli indagati è già arrivata a quota tredici: tutti promotori, aderenti o semplici simpatizzanti del braccio armato del sedicente Stato delle Venethie. Ora rischiano l’imputazione per banda armata.

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Ezio Mauro: "Le 10 domande a Berlusconi puro giornalismo"

pubblicato da Francesco in: Cronache di guerra


Abbiamo solo fatto giornalismo“, questo il messaggio chiave che, di fronte alla platea dell’International Journalism Festival di Perugia, Ezio Mauro ha voluto lanciare ritornando sul tema delle “10 domande a Silvio Berlusconi“. Impossibile non ricordare quella che era divenuta una battaglia del quotidiano La Repubblica all’indomani della visita a Casoria del Presidente del Consiglio per partecipare alla festa del 18esimo compleanno della sconosciuta Noemi Letizia.

Un evento apparentemente insignificante, ma sin dalle prime battute circondato da misteri, contraddizioni, omissioni che in sei lunghissimi mesi il giornale di Mauro ha cercato di porre al centro del dibattito, non solo nazionale.

L’avventura delle dieci domande è stata è un semplice e pure inchiesta giornalistica, nata nel momento in cui le contraddizioni di Silvio Berlusconi, sulla sua visita a Casoria, sono state evidenti a tutti.

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Caso Emergency in Afghanistan: la protesta in rete continua, mentre gli operatori lasciano Lashkar-gah

pubblicato da davide f. in: Esteri Cronache di guerra

emergency

Mentre l’opinione pubblica inizia a farsi un’idea di quello che è successo a Lashkar-gah, in Afghanistan, ancora nessuna notizia dei tre operatori sequestrati: Matteo Dell’Aira, Marco Garatti e Matteo Pagani. Emergency fa sapere di non avere nessuna novità, e di non poter più lavorare nella sede in mano alla polizia afgana.

Mentre Frattini riesce incredibilmente a peggiorare le sue dichiarazioni (ieri a Skytg24 ha chiamato i tre operatori sotto sequestro “imputati”, parola evidentemente molto familiare al suo partito), i talebani fanno sapere - ce ne fosse bisogno - di non avere nessun tipo di accordo con Emergency.

Pare proprio che ad avercela con Gino Strada e soci sia, come accennavamo ieri, la NATO e le forze alleate, infastidite dagli “occhi scomodi di Gino Strada”, come li ha chiamati Massimo Fini oggi su Il Fatto Quotidiano. Facebook intanto registra oltre 70.000 adesioni alla protesta in meno di 24 ore.

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