Il fatto è già noto: nel PD alcuni spingono perché la collocazione europea sia il PSE (al secolo Partito “Socialista” Europeo) ed altri, come Castagnetti, frenano, sostenendo che il PD “non può che rappresentare la novità di se stesso”… come dire: i socialisti sono mica roba nuova.
E allora che fare? Qualcuno ipotizza una “scissione” europea, gli ex. DS nel PSE, gli ex.Margherita nel gruppo misto. Potrebbe essere la più classica delle italiche soluzioni, ma sono abbastanza certo che a molti elettori del PD - magari elettori che per la prima volta hanno scelto una forza riformista - una soluzione del genere non andrebbe troppo bene. Si rischierebbe di creare confusione in una situazione che non è ancora limpidissima: il PD è un partito di Sinistra? di Centro? E’ un partito riformista? Socialista? Tutte queste cose assieme?
Queste difficoltà ideologiche non sono mai state compiutamente affrontate e non sono di facile soluzione; anche perché le due anime del PD cercano di emergere in ogni maniera: per D’Alema il PD deve tornare a sinistra, mentre per gli ex democristiani “deve essere speculare alla DC”. Ognuno, insomma, sembra rimpiangere il suo glorioso passato e la cosa fa comodo anche agli avversari del PPE.
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Il Partito Democratico è una forza politica rilevante, ma con la sua maggioranza relativa attestata al 33% non ha possibilità di tornare al governo; questo è quello che deve aver pensato Massimo D’Alema, che dopo una campagna elettorale da fedele e leale scudiero (almeno a parole) adesso comincia a togliersi qualche sasso nella scarpa.
Il suo obbiettivo è naturalmente Walter Veltroni, o meglio la sua politica che ha visto il PD spostarsi decisamente più al centro di quanto D’Alema avesse voluto. Il ragionamento di D’Alema è semplice: la sinistra radicale ha un certo peso politico e le scelte di Veltroni, di non coalizzarsi con l’Arcobaleno, hanno di fatto causato la perdita di quel serbatoio di voti (il 3,2% ma potevano essere molti di più) che sono rimasti fuori dal parlamento.
Dalla parte opposta replica Franceschini che, come un disco rotto, si ostina a ripetere che indietro non si torna. Tradotto: il PD non è (più) una forza puramente di sinistra ed è stato giusto correre da soli. Il progetto di Veltroni-Franceschini è chiaro: ispirare il PD italaino a quello USA, cioè ad una forza sì riformista ma che nulla ha a che fare con le ideologie massimaliste.
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Montezemolo dixit: «Il risultato delle elezioni conferma quanto andiamo dicendo da tempo: i lavoratori non si sentono più rappresentati da forze politiche e sociali incapaci di dare risposte vere ai loro problemi concreti. E sono molto più vicini alle nostre posizioni che non a quelle dei sindacalisti». Apriti cielo. Si sa che in Italia due cose non puoi toccare: i sindacati e la Resistenza. E l’ormai ex-capo di Confindustria, proprio nel giorno del passaggio di consegne a Emma Marcegaglia, che ti combina? Va a toccare proprio uno dei due grandi santuari del Belpaese.
Ovviamente le reazioni non si sono fatte attendere, ma non sempre dalle parti attese. Se infatti i capi dei sindacati hanno ovviamente risposto piccati, a sorpresa la Lega e altre parti del governo hanno gettato acqua sul fuoco. Rotondi e Calderoli si sono posti alla testa del partito moderato affermando che non è il momento di andare allo scontro, anzi, è ora di mettersi al lavoro insieme per il bene comune del paese, viste le condizioni in cui versa. Si tratta evidentemente di una mossa strategica volta ad avvicinare la Triplice, tradizionalmente avversa a qualunque scelta dei governi di turno, con speciale predilezione per quelli di destra.
Ma servirà a qualche cosa questo gesto? Certo che no. Trattasi di teatrino della politica, come suol dirsi, in una piéce in cui il sindacato deve recitare il ruolo del signornò per evidenti motivi di consenso popolare; dire sempre di no infatti raccoglie molte più adesioni che non il contrario, specie se si parla di sacrifici per i lavoratori. Ma alla fine non era di questo che volevamo parlare, bensì del signor Montezemolo e dei motivi della sua sparata.
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Il toto-ministri è sempre in corso, e si va verso un accesissimo scontro l’epicentro del quale sono le due principali poltrone regionali del nord, Lombardia e Veneto, cuore dell’economia italiana. La Lega chiede con forza di governare laddove alberga il suo principale serbatoio di voti, ma la vertenza non è facile, vediamo perché.
La Regione Veneto è attualmente in mano a Galan (Forza Italia) il cui mandato scade nel 2010; difficile quindi immaginare un ricambio immediato. Per Formigoni la situazione è sensibilmente diversa, in quanto irresistibilmente attratto dalle sirene del governo romano, dove potrebbe ricoprire la carica di vicepresidente del Consiglio, oppure prendere un ministero di grande prestigio, come la Pubblica Istruzione. In questo caso la Lega non può stare a guardare, e per questo ha proposto una candidatura forte come quella di Castelli. Per il Veneto come detto se ne parla nel 2010, ma l’uomo del Carroccio sarebbe Zaia.
Nel gioco delle poltrone c’è però una novità dell’ultim’ora, rappresentata da Albertini. Forza Italia ne ha estratto il nome dal cilindro nell’ansia di contrastare l’imponente offensiva leghista, attualmente operante su altri due fronti oltre a quello succitato, volti ad ottenere 4 ministeri, oppure quello degli Interni, da assegnare a Maroni. Anche il veto sulla Poli Bortone appare più dettato da una strategia generale che da una reale avversione per la persona.
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L’euforia è palpabile nel quartier generale di via Bellerio; la Lega Nord ha conquistato un risultato oltre ogni previsione, tornando ai risultati dei primi anni novanta. E pensare che le prime proiezioni (quelle completamente bucate dalla Consortium) avevano gettato acqua sul fuoco dando solo un lieve vantaggio alla coalizione di centrodestra, con la Lega sotto il 6%. Poi piano piano, soprattutto con i dati del Viminale, ci si rendeva sempre più conto delle proporzioni del successo, fino a valicare addirittura la soglia dell’8% sia alla Camera che al Senato.
Dalle urne esce dunque una Lega numericamente indispensabile al Governo, e non inferiore ad AN in termini di quote elettorali. Le prime conseguenze di ciò si ritrovano nella composizione del nuovo esecutivo, i cui 12 ministri saranno con ogni probabilità suddivisi in questo modo: 6 a Forza Italia, 3 ad AN e 3 ai seguaci del Senatùr. Il quadro potrebbe cambiare se la Lega ottenesse gli Interni e la presidenza della Regione Lombardia, come si diceva ieri; in questo caso potrebbe accontentarsi di due dicasteri.
Ma quello che ci preme ora è di analizzare il trionfo leghista in termini territoriali e di flussi elettorali. A nord e al centro i consensi sono praticamente raddoppiati. In Lombardia e in Veneto la Lega supera abbondantemente il 20%, ma anche in regioni tradizionalmente ostiche come Emilia Romagna, Umbria e Marche il partito comincia a far sentire la propria presenza, anche se i maggiori serbatoi di voti rimangono le province di Bergamo, Varese e Treviso. A Varese Dario Galli sarà presidente dell provincia con un consenso plebiscitario (65%), a Treviso Gian Paolo Gobbo sarà sindaco trascinato dal 35% ottenuto dal partito.
Tutti in carrozza e si parte! Pierferdinando Casini, leader UDC, apre le dirette serali. Si prevede un attacco frontale al PDL con cui dovrà contendersi i voti nella speranza di raggiungere la fatidica soglia del 4%. La Sicilia, storica roccaforte del partito, sarà probabilmente decisiva in questa battaglia.
Nella scorsa campagna elettorale Casini costruì una strategia basata sulla pacatezza e l’affidabilità, un po’ per distinguersi dai suoi alleati di allora. Vediamo se stasera vi sarà un cambio di rotta.
ore 21.51 - Appello finale: no al Veltrusconi scegliete una strada diversa (noi). Grande esperienza politica a la solita grande dialettica ma Casini non ha convinto appieno, scantonando ogni volta che gli conveniva.
ore 21.50 - In Calabria, Veneto, Campania e Puglia faremo il quorum. Bene! Però che la mafia non ci voti. Argomento già sentito, ma tanto alla fine votano chi vogliono loro, eh. Si parla del G8 di Genova, e dice che dei singoli hanno sbagliato ma non si deve delegittimare la polizia. Fortunatamente il direttore del Secolo XIX vuole parlare di Ciarrapico, e pone un’altra domanda cattivella sulle sue amicizie con esponenti UDC. Casini se la cava con una battuta
ore 21.45 - La noia regna sovrana e ho finito la mia birretta. Oste, portace da ‘bbeve! “I due grandi conglomerati dopo le elezioni si liquiferereranno” (eh?) Si ridesta anche la Del Bufalo! Attenzione, vediamo che dice… ah il referendum sul divorzio, domanda attualissima. Casini giustamente glissa citando la legge spagnola sui matrimoni gay, e torna a dire che lui difende la famiglia cristiana, la storia, la radice. Ronf… Aspetta aspetta. “Molti dicono fuori gli extracomunitari” Razzisti! Accogliamo tutti come fu accolto mio nonno in America” (tutti dovrebbero avere un nonno in America quando serve)
Continua a leggere: Conferenza stampa di Pierferdinando Casini: la diretta


Cari lettori di PolisBlog, il vostro inviato all’Avana (magari!) Luca Landoni è pronto in trincea, munito di elmetto e stilografica virtuale, a raccontarvi la conferenza stampa del transfuga dal Polo delle Libertà Pierferdinando Casini, leader dell’Unione Democratici di Centro.
La diretta di PolisBlog proseguirà poi con Bruno De Vita, candidato premier dell’Unione Democratica Consumatori. In pratica questa sera ci toccano due UDC, un’occasione unica e irripetibile, non mancate!
Appuntamento alle ore 21. Puntuali, mi raccomando, birra e patatine. Non vorrete mica lasciarmi da solo.
Di fronte all’ennesima levata di scudi del centrosinistra contro le dichiarazioni forti di Umberto Bossi sarà forse opportuno analizzare in profondità la strategia elettorale leghista. E non intendo certo in funzione dell’imminente appuntamento al voto, bensì il quadro complessivo e le ragioni che da sempre spingono il partito del nord a usare toni accesi al limite della violenza verbale.
La Lega (allora “Lombarda”) appare sulla scena politica all’apice della corruzione morale e materiale del sistema che reggeva la cosiddetta Prima Repubblica. Nata ufficialmente nel 1986 nella configurazione storica avente per simbolo Alberto da Giussano, viene ignorata e poi ostracizzata in ogni modo dal potere politico, fino a conoscere l’esplosione di consensi del 1990 (18,9% in Lombardia) poco prima del crollo del sistema con Tangentopoli. Poi venne Berlusconi a frenarne l’ascesa, ma questa è un’altra storia.
In tutti questi anni la Lega ha dovuto combattere contro il sistematico sbarramento dei media, che salvo rare eccezioni la cita solo in corrispondenza di eventi o dichiarazioni clamorose, come ai tempi della proclamazione dell’indipendenza del nord, dell’ampolla alla sorgente del dio Po o delle “migliaia di alpini disposti a prendere le armi contro lo stato” di bossiana memoria.
A una settimana esatta dalla chiusura dei seggi poniamoci chiaramente quella domanda che alberga in ognuno di noi: ma il centro-destra può perdere? A giudicare dai bookmaker stranieri sicuramente no, visto che la quota di Berlusconi nell’ultimo mese ha sempre oscillato tra l’1.25 e l’1.45, contro il 3-3.50 di Veltroni. Secondo Veltroni la rimonta è spettacolare (ma non si è mai spinto ad affermare di aver raggiunto il rivale) mentre il Cavaliere ribatte che l’unica cosa spettacolare sono le bugie del Walter nazionale.
A noi frega poco, francamente, di queste dispute verbali e vogliamo stare sul sodo. Il fatto concreto sotto gli occhi di tutti è che gli italiani non sono mai stati contenti di un governo. Sarà perché siamo storicamente bastian contrari, sarà che a sentir parlare di sacrifici ci viene l’orticaria, sarà che è sempre molto più facile criticare che costruire, ma di fatto è così. Piove governo ladro è il motto nazionale. Questo peraltro è anche il motivo del fioccare di listine e partitini che la loro fetta di voto di protesta se la mangiano sempre; e poi come si fa a negare un voto ai pensionati, ai diversamente abili, ai consumatori, agli ecologisti o all’amore, citando i tempi della compianta Moana? Sono tutte categorie meritevoli di consenso, no?
Continua a leggere: Italia: paese di tifosi e bastian contrari
Sta per scoccare l’ora di Stefano De Luca, segretario del “nuovo” Partito Liberale Italiano, chiamato a dissipare le nebbie intorno al mistero del senso della sua formazione. Il programma appare una replica più o meno fedele del Popolo delle Libertà, con tutte le tematiche ad esso care: riduzione delle tasse, ordine e la promessa di una federazione con nuovi (anche loro) PRI e PSI. Anche il fatto che De Luca sia stato eletto nelle liste di Forza Italia nel 94, e che abbia fatto parte di vari governi DC durante la Prima Repubblica non aiuta. Una curiosità: del partito fa ancora parte il vecchio Altissimo… ma va?
ore 22.40 La diretta si conclude qui. Rimane solo il rammarico che i nostri due eroi non si siano scontrati faccia a faccia, ma anche così possiamo dirci abbastanza soddisfatti. A domani!
ore 22.37 Per loro la politica non è un mestiere ma una passione… e saranno ricchi di famiglia. Ma ecco l’appello conclusivo: un partito con grandi personaggi come Scognamiglio e Altissimo non può deludervi. Chi vuole il bene del paese vota Partito Liberale. Alè, mi ha convinto. E’ tanto che aspettavo un’occasione così!
ore 22.31 Non si deve ridurre il numero dei parlamentari! Colpo di scena. Viva il bicameralismo, e qui ha coraggio; il lavoro di parlamentare è difficile e bisogna essere in tanti per correggersi gli errori a vicenda. Ehhh sì. Occhio che siamo al conflitto di interessi, gli chiedono proprio tutto, sanno che darà soddisfazioni. Tuttavia delude inoltrandosi in un discorso sui media che mi induce francamente alla distrazione. Va be’ mi farò raccontare da qualcuno. La magistratura è eccessivamente politicizzata? Sì no forse, ma di sicuro bisogna estrarre a sorte i componenti del CSM, e i magistrati non devono compromettersi con la politica. Era ora, mi sa che lo voto
ore 22.25 Pizza Time! Ohhh finalmente si parla del caso di questi giorni. Per carità di patria (testuale) le elezioni non vanno rimandate, che già le mozzarelle ci han fatto fare brutta figura all’estero. Contento dei suoi sani principi rimane in argomento, e cita varie bufale, tra cui nuovamente Alitalia, il non-caso Malpensa e gli editti di Bersani. Poi eliminare gli sprechi e il precariato (sì ma come?) e di nuovo le clientele. Finalmente gli chiedono quale sia la sua ricetta: fuori la politica dalla sanità, spazio ai tecnici, che vengano assunti solo i meritevoli. Be’ qui siamo tutti d’accordo, che diamine!
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