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Dì qualcosa di sinistra

Il programma del Governo Monti. Dettato dai mercati e dal direttorio franco-tedesco

pubblicato da Alberto Puliafito in: Dì qualcosa di sinistra Esteri Interni

Per intuire il programma del Governo Monti non c’è affatto bisogno di aspettare «di vederlo sul serio, questo governo Monti, per farci idee più fondate e articolate» come predica Francesco Costa su il Post. E’ sufficiente conoscere la storia di Mario Monti, ascoltare le sue idee, leggere i suoi scritti per indovinarlo.

Europeista convinto, Monti (chi è? vediamo un profilo alternativo all’agiografia imperante) porterà a compimento tutte le “riforme” che ci sono “richieste dalla BCE” e che improvvisamente vengono vendute all’opinione pubblica, a colpi di slogan, come un “male necessario”. Senza che nessuno spieghi veramente che favorire il precariato e i licenziamenti, tagliare lo stato sociale, aprirsi alle liberalizzazioni sfrenate, mettere mano alle pensioni, dichiarare il cantiere della Tav sito militare, non sono davvero misure anticrisi.

Mario Monti al Governo applicherà i dettami dell’Unione Europea e diventerà - non eletto, ma per ragioni troppo complesse per essere spiegate in poche righe, figura di convergenza delle “larghe intese” - l’espressione definitiva di un’Italia che demanda definitivamente ad altri, altri che sono al di fuori delle regole di una democrazia rappresentativa e di una Repubblica Parlamentare, le proprie decisioni politiche ed economiche. Come scrive Roberto Sommella su Milano Finanza

Merkel, secondo quanto riferito da fonti diplomatiche a MF-Milano Finanza, avrebbe fatto il punto della situazione sull’Italia durante questi summit e, forte anche dell’appoggio di Nicolas Sarkozy, si sarebbe lasciata andare a una previsione che suona tanto di indicazione: se l’Italia vuole rispettare la tabella di marcia e salvare l’Eurozona deve far sì che, una volta caduto il governo di Silvio Berlusconi, il capo dello Stato affidi un incarico tecnico-politico al presidente della Bocconi, l’unico in grado di riportare all’autorevolezza perduta il Paese.

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Mario Monti - Da Goldman Sachs ad Aspen Institute passando per la Trilateral

pubblicato da Alberto Puliafito in: Dì qualcosa di sinistra Interni

Chi è Mario Monti?

Mario Monti Senatore a vita è un passaggio “istituzionale” verso il Governo Monti, per indorare la pillola di quello che, a tutti gli effetti, sarà l’esautoramento della volontà popolare con una nomina dall’alto e un aborto politico di “larghe intese”. La mossa di Giorgio Napolitano, cui plaudono in molti, andrebbe analizzata più attentamente rispetto alle prime reazioni a caldo.

Anestetizzato dalla scomparsa (per ora?) dalla scena politica di Silvio Berlusconi, chi esulta forse dovrebbe rileggersi la biografia, la carriera, la vita e le opere di Mario Monti. «Alto profilo»? Ma alto profilo de che, verrebbe da chiedersi?

Ci vuole un illuminante Piergiorgio Odifreddi nel suo spazio su Repubblica.it per ironizzare prima sull’istituzione del “Senatore a vita” (come tante istituzioni, svuotata dal suo significato) e poi dalla nomina di ieri:

il presidente della Repubblica ha nominato l’economista Mario Monti. L’altissimo merito di quest’ultimo è di essere stato commissario europeo con deleghe economiche, dal 1994 al 1999 per nomina del primo governo Berlusconi, e dal 1999 al 2004 per nomina del primo governo D’Alema. Oltre che di essere stato presidente della famigerata Commissione Trilaterale, una specie di massoneria ultraliberista statunitense, europea e nipponica ispirata da David Rockefeller e Henry Kissinger. Ci voleva un ex sedicente comunista dell’area migliorista, per formalizzare attraverso la persona di Monti il ruolo extraparlamentare dell’economia liberista che sta condizionando l’Europa intera attraverso le politiche della Banca Centrale (oggi presieduta da Mario Draghi, ex collega di Monti come consulente della Goldman Sachs), del Fondo Monetario Internazionale e delle borse.

Come dirlo meglio (a parte il fatto che Odifreddi scrive “essere stato”, ma Monti è ancora nella Commissione Trilaterale)? Be’, si può aggiungere qualche altro dettaglio. Per esempio, il fatto che Mario Monti faccia parte del comitato esecutivo Aspen Insititute, un’inquietante struttura internazionale finanziata, al momento della nascita, dalla Rockefeller Brothers Fund e dalla Fondazione Ford (che fra l’altro finanziarono il golpe in Cile di Pinochet, sostenuto dalla scuola neoliberista degli economisti di Chicago. Dettagli e coincidenze sicuramente). In Italia, Aspen fa propria la riservatezza e le riunioni a porte chiuse. E’ stata fondata da Gianni Letta (che, se Monti diventasse Presidente del Consiglio, rimarrebbe sicuramente sottosegretario) e oggi è presieduta da Giulio Tremonti e ha, fra i vicepresidenti, Enrico Letta. Sì, certo. Vi diranno che si tratta solamente di un’associazione per discutere i temi più importanti del nostro paese e dettarne la linea (fu in Aspen e in altre associazioni simili che tornò in auge l’idea del nucleare, attraverso Chicco Testa e compagnia, per dire. Li ha stroncati solo il referendum). Be’, se vi diranno questo, rispondete loro che c’è già il Parlamento, per dettare la linea politica ed economica di un Paese. Il parlamento è democraticamente eletto, piaccia o meno. Mario Monti no. Ad Aspen piace tanto questa storia dei “grandi pensatori” al Governo. Piace ai Letta. Piace a tutti coloro che raccontano la favola delle “grandi intese”. Le “grandi intese” sono pericolosissime, perché portano verso il baratro del “pensiero unico”.

E se le opposizioni cadranno nel trappolone, lo faranno o per inettitudine o per complicità. Inettitudine in quanto incapaci di una proposta alternativa concreta. Complicità in quanto hanno introiettato nel loro Dna alcune delle più gravi teorie neoliberiste, e si potranno mascherare dietro alla necessità e all’emergenza - un evergreen - per cavalcare norme che si faranno passare per impopolari ma necessarie. Quando invece sono impopolari e basta.

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Manovra - Il CdM che decreta lo stato d'emergenza permanente

pubblicato da Alberto Puliafito in: Dì qualcosa di sinistra Interni Silvio Berlusconi Giulio Tremonti

Manovra - Decreto anticrisi

Ironia della sorte: quello di ieri, che ha partorito la manovra, il cosiddetto decreto anticrisi, era il Consiglio dei Ministri di questa legislatura. 150 è un numero che noi italiani, in questo 2011, ci siamo sentiti ripetere alla nausea. E nei 150 anni dell’Unità d’Italia, il 150° Consiglio dei Ministri di questa legislatura ha sfasciato il Paese così come lo conosciamo.

Lo ha fatto il 12 di agosto, all’inizio di un lungo weekend festivo per molti. Non c’erano i Mondiali, quest’anno, a distrarre l’italiano medio e così si è provveduto nel periodo a minor rischio sociale: tutti a riposare, prima delle lacrime e del sangue. Sì, certo, certo. C’era l’urgenza e la necessità. E se c’era un caso di necessità e urgenza, le due clausole per le quali un Governo dovrebbe ricorrere ai Decreti legge, era proprio questo, ha detto Giulio Tremonti. Salvo dimenticarsi che i Governi Berlusconi hanno fatto dell’uso continuo di Decreti Legge una prassi. Sono oltre 100, nei soli primi 8 mesi del 2011. Per tutti ci sarà stata sicuramente necessità e urgenza, in un Parlamento congelato e impossibilitato a lavorare. Congelato a discutere di provvedimenti di dubbia utilità, altrimenti definiti “leggi ad personam”. Ma ieri, improvvisamente c’era l’urgenza. In dieci giorni è precipitato tutto. Questa la scusa di Tremonti (per Gianni Letta i giorni erano addirittura cinque). In dieci (o cinque) giorni, dunque, si sono decise le sorti dell’Italia.

Poi però, al momento di presentare il decreto legge lacrime e sangue, Silvio Berlusconi parla di un lungo passato, non certo del presente. Ed esordisce dicendo che il motivo per cui ci troviamo in questa situazione è che il debito pubblico italiano è cresciuto a dismisura fra il 1978 e il 1992. Nel frattempo, lui è sceso in campo (1994) e da allora ha governato per 9 anni, ma questo, il nostro presidente del Consiglio, si è dimenticato di dirlo. Nel frattempo l’Italia è passata da una moneta sovrana all’Euro, cosa che cambia radicalmente il punto di vista sul debito pubblico. Ma anche questo, è bene non ricordarlo. Come è bene dimenticare che nel 2008, al momento della nuova vittoria elettorale di Berlusconi, il debito pubblico era al 106% del PIL. Nel 2010 - sotto il Governo Berlusconi - è arrivato al 119%. Tutto questo non è mai successo, per Berlusconi e Tremonti (e pochi pasdaran, speriamo. Perché gli altri avranno ben memoria degli ultimi 15 anni di storia italiana. E comunque voteranno allineati e compatti per i motivi più vari. Perché ci credono ancora. Per convenienza. Ma comunque ricorderanno. E se non ricorderanno, occorre presentar loro un bel promemoria).

Di fatto, il Governo ha istituzionalizzato, con questo CdM, lo Stato d’emergenza permanente. Per decreto - e successive modifiche - si prenderanno, in situazione d’emergenza, decisioni che avranno influenza a lungo termine sul Paese. Del resto, questa è la logica berlusconiana che ha fatto propria l’ormai celebre citazione di Carl Schmitt:

Sovrano è colui che decreta lo stato d’eccezione.

(addirittura, citato esplicitamente dall’On. Moffa, che ha invitato il Governo a farsi legittimo portatore dello stato d’eccezione durante la riunione d’urgenza alla Camera).

La verità è che l’emergenza non c’era poiché, vista la situazione degli ultimi anni, era facilmente prevedibile. E ciò che è prevedibile e pianificabile non può essere emergenza. Ma il Governo Berlusconi ama lo stato d’emergenza. Ha fatto diventare emergenza anche i grandi eventi. Ha creato stati d’emergenza ovunque, e continua a prorogarli, nel silenzio generale. E su quegli stati d’emergenza ha innestato un vero e proprio corpus legislativo parallelo a quello ordinario, a colpi d’ordinanza. E quello stesso Governo Berlusconi, che fa della comunicazione un’arte (anche qui, seguendo dettami che si possono riassumere nel ripetere all’infinito una bugia per farla diventar verità, logica cara ai regimi dittatoriali ma anche all’ideologia neoliberista, da Milton Friedman in avanti, o forse anche prima), ha bisogno dell’emergenza per poter affondare lo stato sociale e per attuare quelle modifiche all’ordinamento che, normalmente, non potrebbe affrontare.

E non si può credere a Berlusconi quando dice che il suo cuore è ferito, al mettere le mani nelle tasche degli italiani (come se poi non lo avesse mai fatto. I dati sulla pressione fiscale sono lì a dimostrarlo). Perché sapeva che questa situazione si sarebbe proposta, prima o poi. E’ la shock economy. E come nella miglior tradizione della shock economy, arrivata l’attesa emergenza si mettono in cantiere misure neoliberiste. Con qualche contentino e qualche specchietto per le allodole condito dall’immancabile demagogia. Come il volo obbligatorio in economica, come se non si sapesse che quel che fa lievitare i costi di un biglietto aereo è la flessibilità della prenotazione. Come l’abolizione di certe province per accontentare alcuni. Fino alla clamorosa abolizione - chiamata accorpamento sulla domenica - delle festività laiche, una misura che ha dell’incredibile. Non accadeva dai tempi del fascismo, che però abolì il 1° maggio sostituendolo con il 21 aprile, il “Natale di Roma”. Oggi il governo abolisce il 25 aprile, il 1° maggio e il 2 giugno. Tutte feste connotate politicamente. E’ un gesto fortemente simbolico, altro che produttività.

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Veritometro: Pisapia e la giunta con il 50 per cento di donne

pubblicato da Giulio Mattioli in: Dichiarazioni Campagna elettorale Dì qualcosa di sinistra
“Avremo donne e uomini presenti in misura eguale al governo della città”


Giuliano Pisapia. 14 febbraio 2011

Scopri perchè dopo il salto

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Matteo Renzi, il rottamatore di sinistra con svolta a destra

pubblicato da davide f. in: Dì qualcosa di sinistra Interni

C’era una volta la favola dei rottamatori, giovani ardimentosi che stufi delle gerarchie del Partito Democratico prendevano in mano la sorte di questo senza aspettare passaggi di consegne, pronti a portare finalmente alla vittoria il suddetto partito in Italia.

C’era una volta…appunto, perché a vedere Matteo Renzi, sindaco di Firenze e autoproclamatosi autentico rottamatore, c’è da aver paura: dopo essere andato ad Arcore per fatti suoi, preoccupandosi molto di farsi pubblicità e poco del partito rottamato, con tanto di libro pubblicato per Rizzoli, dopo essersi schierato con Marchionne, incurante che l’ad Fiat stesse trasferendo l’azienda negli Stati Uniti, ora l’impavido, alla luce della catastrofe giapponese, si schiera a favore del nucleare:

Dobbiamo parlare del nucleare in modo serio e poi bisogna capire che tipo di nucleare vogliamo fare. Non pieghiamo tutto alle esigenze di politica interna nostrana.

Chiaro, no? Non è invece chiaro cosa ci faccia Renzi nel Pd: non sarebbe il caso andasse a rottamare il partito alla destra del parlamento?

Se la Stalingrado d'Italia volta a destra: sì alla mozione anti burqa

pubblicato da Christian De Mattia in: Dichiarazioni Dì qualcosa di sinistra


Una volta era la città simbolo della sinistra, la Stalingrado d’Italia: parliamo di Sesto San Giovanni. E in effetti Sesto, storico luogo d’industria, fabbriche e operai è sempre stata una roccaforte della sinistra che qui vince da sempre. Ma sempre più spesso dimostra di volere (o essere costretta) ad attuare politiche di destra.

Prima la costruzione di un muro anti rom per contenere o direttamente far andare via gli indesiderati zingari, poi l’ordinanza anti prostituzione sul modello della vicina Milano e ora la mozione anti burqa.

Fortemente voluta dalla Lega ma votata anche dalla maggioranza di centrosinistra la mozione impegna il sindaco ad adottare i provvedimenti necessari al fine di far rispettare, a qualsiasi persona presente sul territorio comunale che circoli in luoghi pubblici o aperti al pubblico a viso coperto, le nostre leggi vigenti in tema di sicurezza e di dignità della donna.

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Gelosie a sinistra: Grillo attacca Vendola

pubblicato da Christian De Mattia in: Dì qualcosa di sinistra Nichi Vendola Beppe Grillo


A sinistra ci sono segnali di una guerra sotterranea che vede in atto riposizionamenti e movimenti più o meno espliciti per intercettare la pancia degli elettori potenziali di centrosinistra. L’ascesa di Vendola pur risultando sicuramente più appetibile ai votanti di sinistra (quella più radicale) rispetto a Bersani non ha mai convinto pienamente l’ala giustizialista e quella grillina.

Proprio il comico ultimamente sul suo blog lancia frecciate e attacchi a Vendola. In un articolo se la prende con alcune decisioni del Governatore della Puglia accusandolo di aver accantonato le soluzioni semplici e più rivoluzionarie per dei compromessi difficili da digerire.

In particolare si è scagliato contro l’accordo, finanziato dalla Regione, con il berlusconiano Don Verzè per un ospedale privato a Taranto, contro l’atteggiamento di Vendola (”ha dato solo la colpa agli altri”) in merito alla sua giunta colpita pesantemente dalle indagini sulla sanità, contro il rapporto privilegiato con la Marcegaglia per la costruzione di termovalorizzatori.

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Bersani, il PD e la catastrofica comunicazione della sinistra italiana. La lezione degli USA

pubblicato da Bruno Marino in: Propaganda Mediaticamente Dì qualcosa di sinistra Esteri


La lettera di Veltroni a Repubblica, l’orrida campagna di comunicazione del PD (Bersani in maniche di camicia, per intenderci), l’ancor più orrido manifesto del PD di Roma (lo vedete dopo il salto), tutto sembra farci pensare che la sinistra italiana viva una gravissima crisi.

Una delle accuse principali è la mancanza di una strategia comunicativa chiara, di un messaggio semplice ed efficace da inviare a militanti, sostenitori ed elettori indecisi. Non che questa sia una novità, è dal 1994 che, dal punto di vista della propaganda politica, Berlusconi surclassa la sinistra. Le uniche eccezioni, forse, corrispondono alla “discesa in campo” di Romano Prodi, modello politico ed umano antitetico a quello rappresentato dal Cavaliere.

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L'incubo di Berlusconi e l'analisi di Cacciari

pubblicato da Alessandro in: Crisi di governo Dì qualcosa di sinistra Silvio Berlusconi Partito Democratico PD

Berlusconi

L’ipotesi del Governo tecnico, come mi è già capitato di rilevare, è ancora piuttosto improbabile, anche se - contrariamente a quanto sostenuto da autorevoli esponenti della maggioranza e dallo stesso Presidente del Consiglio - il ritorno immediato alle consultazioni elettorali, in caso di crisi di governo, sarebbe impedito dalle vigenti convenzioni costituzionali.

In questi ultimi giorni, tuttavia, sono accaduti degli eventi che hanno parzialmente modificato il già molto complesso ed instabile quadro politico: così, ad esempio, la radicalizzazione estrema del conflitto tra (una parte) dei finiani e il Pdl (i durissimi attacchi di Filippo Rossi su Farefuturo sono, in questo senso, emblematici) e di quello tra Bossi e Casini.

L’intervento di Bocchino parrebbe alludere, piuttosto, alla concretezza dell’ipotesi di un terzo polo, che potrebbe, per così dire, “sparigliare le carte”. In ogni caso, è certo che lo scenario più catastrofico per il Cavaliere sarebbe davvero quello di un Governo tecnico che approvasse una nuova legge elettorale e che - perché no? - introducesse anche qualche piccola regola volta a limitare i danni del conflitto di interessi.

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"Il Pd vuole meno immigrati" e subito scoppia la polemica

pubblicato da Christian De Mattia in: Dichiarazioni Dì qualcosa di sinistra Echi dalla Blogosfera Immigrazione clandestina

Il manifesto qui a lato, ad opera della sezione del Pd delle Marche, sta creando scalpore ma anche indignazione. Il Partito in regione accusa il Governo di aver portato più disoccupazione, meno sicurezza per i cittadini e troppi immigrati. Proprio quest’ultimo riferimento ha fatto storcere il naso a molti commentatori e anche politici del Pd. Il punto è: il Pd che ha accusato nei mesi il Governo di una politica troppo intransigente e pesante nei confronti dell’immigrazione (con il crollo, per esempio, degli sbarchi sulle coste) ora si lamenta che ci sono troppi immigrati per le strade italiane?

E’ Giuseppe Civati, giovane esponente del Pd, a lamentarsi per primo di questo manifesto sul suo noto blog (segnalando anche un video che spiega i motivi di questa propaganda marchigiana) chiedendo l’immediato ritiro del manifesto e di controllare i dati, perché non è affatto vero che gli immigrati siano raddoppiati.

E in rete subito è scattata indignazione con numerosi blog molto seguiti pronti a criticare questa virata in salsa leghista come ha fatto il giornalista dell’Espresso, Gilioli, sul suo Piovono Rane in maniera molto dura “il Pd delle Marche spende i suoi soldi per lamentare la crescita dell’immigrazione e chiedendosi dove sono finite le ronde. La nobile campagna è firmata dal senatore Palmiro Ucchielli, ex Pci, segretario regionale del partito: e ho una leggera nausea all’idea che questo, in teoria, dovrebbe rappresentare anche me”.

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