
Dopo lo scambio di battute con il Sindaco di Roma sui riferimenti alla secessione contenuti nello statuto della Lega Nord, ecco un nuovo spumeggiante botta e risposta tra il vulcanico Ministro per le riforme per il federalismo e il leader dell’Italia dei Valori Antonio Di Pietro.
“Voglio Irpef e Iva ai comuni”, ha dichiarato ieri sera Bossi, alla festa della Lega Nord di Soncino (Cremona). “La Lega ha già portato a casa 15 miliardi per i Comuni, ma bisogna trovare l’accordo con Tremonti e vedrete che ce la farò. Potrebbero girare nelle casse dei nostri Comuni l’Irpef e anche l’Iva, anche se in questo caso la situazione è più difficile” ha promesso.
Infine ha concluso: “Questo è l’obiettivo di questa estate: il federalismo fiscale, non vado nemmeno in ferie se non chiudo la partita e sapete che io sono un uomo di parola: piano piano porteremo a casa quello che si può. Tranquilli fratelli padani: il federalismo è alle porte”. Immediata la risposta di Antonio Di Pietro, in quella che assume i tratti di una simpatica gag di altri tempi: “Una volta che Irpef e Iva vengono incassate dai Comuni, quali soldi vanno allo Stato? È un’affermazione senza senso e senza logica”. Obiezione del tutto legittima. Ma i proclami del Senatùr suscitano qualche altro inquietante interrogativo.

Botta e risposta tra il Sindaco di Roma e il leader della Lega Umberto Bossi. Il primo, al convegno dei circoli e della fondazione Nuova Italia, dichiara: “Ci vuole chiarezza fino in fondo se no il percorso del federalismo é avvelenato. Non é possibile che nello statuto della Lega ci sia ancora la parola della secessione della Padania: é un fatto che deve essere eliminato”.
Il secondo prontamente risponde: “Togliere la parola secessione dal nostro Statuto? Noi nel nostro Statuto ci mettiamo quello che vogliamo”. E, riferendosi direttamente ad Alemanno, aggiunge: “Parla così perché a Roma non ha combinato molto. Non avendo fatto cose pratiche, si butta sull’ideologia”.
Non è ben chiaro cosa intenda Umberto Bossi per “ideologia”: se, in particolare, dia al termine una connotazione positiva (facendo riferimento ad una concezione del mondo e della vita, che, a ben vedere, non dovrebbe mancare ad un partito politico importante e ormai “storico” come la Lega) o negativa (alludendo piuttosto ad un complesso di idee astratte e mistificatorie che non trovano riscontri nella realtà). Considerato il senso complessivo delle asserzioni sopra riportate, propenderei, tuttavia, per quest’ultima ipotesi.
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L’alleanza che non ti aspetti, condita da sorprendente conferenza stampa comune (nel video introduttivo) ha prodotto il facile passaggio in commissione bicamerale del cosiddetto federalismo demaniale. Il leader Idv Antonio Di Pietro e il ministro Roberto Calderoli si sono poi presentati insieme davanti ai giornalisti per illustrare il provvedimento, e Di Pietro ha tenuto anche a stigmatizzare l’atteggiamento del Pd, che astenendosi non ha preso veramente posizione.
Si prepara così un’inimmaginale saldatura tra due forze politiche sempre apparse lontane come il giorno e la notte. Prove di post-berlusconismo in atto? Chissà. Intanto però la Lega incassa un sì di peso a uno dei provvedimenti apripista del federalismo reale, mentre Bossi sottolinea che “anche la sinistra ci ha dato una mano”.
Ma che cos’è questo federalismo demaniale? Ve lo spieghiamo brevemente. Lo stato trasferisce agli enti locali tutti i beni del demanio a titolo gratuito, con l’impegno di valorizzarli. Ne restano fuori i fiumi e i laghi che attraversino più regioni, fatto salvo un accordo tra le stesse, tutte le reti stradali e i beni di proprietà del Senato e della Camera (più il Quirinale), piattaforme petrolifere, gas e affini.
Continua a leggere: Sorpresa: asse Lega-Di Pietro e il federalismo demaniale passa in commissione

Il governatore lombardo Roberto Formigoni ha reso noto oggi, in un’intervista al Corriere della Sera (versione cartacea), di aver chiesto l’autonomia per la Regione Lombardia in base al principio del “federalismo differenziato”. Il tutto in ossequio alla legge approvata dal centrosinistra nel 2001 che all’articolo 116 prevede che una regione possa richiedere l’autonomia decisionale su una dozzina di materie.
Queste ultime comprendono alcuni settori fondamentali, tra i quali spiccano l’ambiente e la scuola. Si tratta di attribuzioni esercitate da tempo dalle regioni a statuto speciale ma che al di fuori di esse ancora nessun ente ha richiesto. La Lombardia si farebbe dunque carico del ruolo di precursore.
È importante notare come la procedura non vada in contrasto con il principio di perequazione previsto dalla nuova riforma. Principio che, ricordiamolo, prevede che le regioni virtuose siano favorite nell’attribuzione dei fondi rispetto a quelle che non rispettano le previsioni di bilancio.

Il federalismo è anche questo: giovedì prossimo, oltre 400 Sindaci dei Comuni del Nord sono attesi a Milano per una protesta contro i vincoli imposti dal Ministro Tremonti e dal cosiddetto governo “centrale”.
Sarà una protesta “bipartisan”, dal Pd alla Lega, (che in Lombardia conta quasi 200 Sindaci), capeggiata proprio dal Sindaco di Varese Attilio Fontana, Presidente dell’associazione di comuni della Lombardia. «Il patto di stabilità e i tagli – ha commentato Fontana - penalizzano soprattutto i comuni virtuosi e quindi soprattutto il Nord, mentre in altre parti del Paese la pacchia continua».
Ed in effetti i numeri sembrano impietosi: a conti fatti, dovendo applicare le regole così come sono e senza le deroghe che in passato il governo ha concesso a Roma Capitale e ad altri Enti - alcuni tra i comuni più importanti della Regione come Varese, Brescia e Cremona, (tutti targati centrodestra), rischiano di non poter chiudere i bilanci.
Continua a leggere: Giovedì la protesta dei Sindaci del Nord contro il Governo

Si parla da molto tempo della cosiddetta questione meridionale, e noi di polisblog ne abbiamo già accennato in tempi non sospetti, ma questa volta sembra che si cominci a fare sul serio.
Il problema è sempre la stesso: Roma trova i soldi per gli Enti “spreconi” che solitamente sono al sud e taglia i fondi a quelli più diligenti e rispettosi delle regole, che guarda caso sono al nord.
“Venerdì ci riuniremo con i Sindaci di Lombardia, Veneto, Piemonte e Friuli e decideremo come reagire” ha commentato il neo Presidente dell’Anci Lombardia e Sindaco di Varese, Attilio Fontana.
Continua a leggere: Comuni del nord in allarme: così salta il federalismo

[Prima parte, seconda parte, terza parte]
La Costituzione sovietica prevedeva che le elezioni dei deputati si svolgessero “in base a suffragio universale, uguale e diretto, e a scrutinio segreto”. L’elettorato attivo e quello passivo spettavano a tutti i cittadini dell’URSS (ad eccezione degli alienati mentali e delle persone condannate dal tribunale alla privazione dei diritti elettorali), che avessero compiuto i 18 anni, indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità cui appartenevano, dalla fede religiosa, dal grado di istruzione, dalla residenza, dall’origine sociale, dalla condizione economica e dalla passata attività.
Il capitolo XI della Legge fondamentale del 1936 prevedeva, inoltre, che il voto fosse uguale per tutti (la preferenza di ciascun cittadino valeva sempre un’unità) e che le donne godessero del diritto di eleggere e di essere elette alle stesse condizioni degli uomini. I cittadini che prestavano servizio nell’Armata Rossa avevano diritto di eleggere e di essere eletti a parità di condizioni con tutti gli altri cittadini.
Tali norme presentano evidenti somiglianze con quanto stabilito dall’articolo 48 della Costituzione italiana, in base al quale “sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. E, tuttavia, un’unica previsione normativa riesce a differenziare in modo profondo, anche su questo punto, le due Costituzioni: secondo la Legge fondamentale sovietica, infatti, il diritto di presentare candidati era assicurato soltanto alle organizzazioni del Partito comunista, ai sindacati, alle cooperative, alle organizzazioni della gioventù e alle associazioni culturali. Il Partito comunista era, dunque, la sola formazione politica legittimata a presentare candidati.

Se ne è parlato per mesi, anzi per anni, ma loro, le Province, sono ancora lì.
Forse, però, questa volta ancora per poco, visto che il Ddl in materia di federalismo fiscale - che rappresenta il naturale completamento della legge già approvata -, prevede, oltre a “sforbiciate” varie nella pubblica amministrazione (soppressione di difensori civici, di consorzi, di comunità montane ecc.), una “razionalizzazione” anche delle Province.
Certo, adesso non si parla più di “soppressione” come promesso in campagna elettorale, bensì di semplice “razionalizzazione” ma è già qualcosa, visto che, se il vocabolario non mente, il termine letteralmente significa “organizzazione di un servizio o di un ufficio secondo criteri di funzionalità, praticità, efficienza e redditività”. Non è molto ma è meglio di niente!
A volte si trovano spunti interessanti per una riflessione politica anche sulla free-press. Prendiamo ad esempio l’intervista a Philippe Daverio comparsa ieri su DNews Milano. L’ex assessore della prima giunta leghista milanese (sindaco Formentini), ora capolista per la Lista Penati alle provinciali, commenta così le dichiarazioni di Umberto Bossi, che è sembrato voler svalutare l’Expo 2015 definendola “una manifestazione del secolo scorso“:
Bossi non può affrontare un tema come quello di Expo: lui rappresenta la cultura del contado, non certo quella urbana. Anzi, tutto quello che è cittadino gli dà fastidio. A Roma, però, la Lega si trova bene. Infatti lì la politica è agreste. Il Carroccio di oggi non c’entra più nulla con la Lega milanese degli anni ‘90. Anzi, la realtà è che Bossi odia Milano (..) Quando ero assessore nella giunta Formentini venne solo per una cena ai Quattro Mori.
Al di là della partigianeria politica, bisogna ammettere che quello di Daverio è uno spunto di un certo interesse, sul quale personalmente non avevo mai riflettuto prima: la Lega può essere considerata un partito, se non anti-urbano, comunque più vicino alle istanze dei sobborghi, dei piccoli centri e delle vallate che a quelle di metropoli moderne come Milano? Più elementi sembrerebbero indicarlo.
Continua a leggere: Daverio: "Bossi odia Milano". La Lega Nord è un partito anti-urbano?
Silvio ha dichiarato che voterà Sì al referendum, anche se ha specificato che non darà indicazioni di voto. Il PD non ha ancora espresso una linea univoca ed ufficiale ma evidentemente i Sì potrebbero fare piacere ad un grande partito con vocazione maggioritaria.
E la Lega è nel mezzo. Ovviamente spera che non si raggiunga il quorum, perché in caso contrario rischierebbe davvero grosso: in caso vincessero i Sì (la storia insegna che nei referendum la cosa è estremamente probabile) il destino del partito di Bossi sarebbe fortemente a rischio, visto che il premio di maggioranza verrebbe spostato al maggior partito e non alla coalizione (come ora accade). PdL piglia tutto, quindi, a discapito del Carroccio.
A questo punto è evidente che la Lega cerchi delle alternative a quello che è un sistema che punta ad un bipartitismo secco e che mira ad eliminare i “piccoli”. Ed è evidente che si cerchi un’alternativa con chi può avere interesse a non far passare il referendum.
Continua a leggere: Referendum e fantapolitica: possibile un matrimonio lega-PD?