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Il giro del mondo in tremila battute

Esteri: il giro del mondo in tremila battute

pubblicato da R.D. in: Esteri Il giro del mondo in tremila battute

Dossier AIEA sul nuclerare iraniano: Israele aspetta a dare una risposta. Le autorità israeliane hanno scelto un profilo basso. Le fonti governative isrealiane hanno fatto sapere che lo Stato ebraico sta aspettando le reazioni degli altri Paesi prima di esprimersi sul dossier dell’ Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA) che ha divulgato i piani di Teheran per dotarsi di armi nucleari.

Di fatto, Israele non vuole dare l’impressione di condizionare o guidare la comunità internazionale. Del resto, il dossier divulgato dall’Aiea non usa mezzi termini: in un allegato, scrive come l’Iran si stia dotando di tutta le tecnologia necessaria per costruire missili intercontinentali con testate nucleari. Una notizia che sarebbe suffragata dal lavoro di intelligence di almeno dieci Paesi, che non vengono tuttavia nominati.

In tutto questo, l’ordine di scuderia di Netanyahu ai suoi ministri è quello di tacere fino a nuovo ordine. Per evitare dichiarazioni contrastanti e fughe in ordine sparso su un tema così delicato, il Premier israeliano ha rilasciato ieri una dichiarazione in cui afferma che Israele sta studiando il report e che darà una sua risposta successivamente. Inoltre, Netanyahu ha dato istruzioni ai suoi ministri di non parlare dell’argomento con la stampa fino a nuove disposizioni.

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Esteri: il giro del mondo in tremila battute

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Libia: chi deve processare Seif al-Islam? La domanda riguarda la giurisdizione sui crimini commessi dal figlio di Muammar Gheddafi. Mercoledì, il procuratore generale del Tribunale penale internazionale Luis Moreno-Ocampo ha dichiarato al Consiglio di sicurezza dell’Onu che il Tribunale dell’Aja è pronta a negoziare un’eventuale estradizione del figlio dell’ex rais libico. Come è noto, il Tribunale penale internazionale aveva emesso un mandato di cattura nei suoi confronti lo scorso 27 giugno.

Le tracce di Seif al Islam si sono perse dopo la morte del padre, lo scorso 20 ottobre; da allora il delfino del dittatore non è stato più visto in pubblico e, in un primo momento, si erano anche diffuse voci su una sua morte. Il 27 ottobre scorso, fonti ufficiali libiche avevano diffuso la notizia che il figlio del Colonnello sarebbe stato pronto a consegnarsi al Tribunale dell’Aja piuttosto che subire la sorte del padre.

Moreno Ocampo ha aggiunto che, da diversi giorni, il Tribunale dell’Aja non ha più contatti con lo staff di Seif al Islam.

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Libia: via la Nato dopo il 31 ottobre, quale futuro per il Paese?

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Dopo la morte di Gheddafi e la vittoria degli insorti, gli interrogativi sui prossimi scenari del Paese nordafricano hanno iniziato a moltiplicarsi.

Sorvolo di proposito sul cosiddetto “giallo” in merito all’uccisione di Gheddafi. Il coro di ipocrisie dei media e dei Governi occidentali sulla barbarie dell’esecuzione non merita di essere nemmeno discusso: i dittatori, si sa, finiscono spesso per essere vittime della ferocia che hanno generato e c’è poco da scandalizzarsi. Ad ogni modo, per accontentare l’opinione pubblica internazionale, il Consiglio nazionale di transizione (Cnt) ha annunciato di voler istituire un processo per individuare e condannare i responsabili dell’uccisione dell’ex raìss: un modo per salvare le apparenze e data una patina di rispettabilità al nuovo Governo.

Gli interrogativi veri riguardano, invece, l’assetto politico della Libia e il ruolo dei Paesi che hanno partecipato alla missione Nato.

Quello sulla durata della missione è stato uno dei primi nodi a essere sciolto. Dopo le prime diatribe tra i Paesi che avevano preso parte alla guerra (con la Francia che spingeva per un disimpegno immediato della Nato), aveva provveduto il Cnt a chiedere che la missione Nato potesse essere prolungata almeno di un mese per dare tempo ai ribelli di organizzare e gestire la sicurezza del Paese.

E’ tuttavia confermato, che la missione Unified Protector terminerà ufficialmente allo scadere della mezzanotte del 31 ottobre. Secondo i liberatori, la Libia è ormai libera. E adesso cosa succederà? Un secondo interrogativo, molto più grande, riguarda infatti l’assetto politico che avrà il Paese. Ne parliamo dopo il salto…

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Esteri, speciale Kurdistan iracheno: rischio escalation e interessi petroliferi

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Non c’è pace per il Kurdistan. E tantomeno per l’Iraq. Ieri gli F16 turchi hanno effettuato altri bombardamenti sulle montagne del Kurdistan iracheno, la regione settentrionale dell’Iraq che confina con la Turchia. L’obiettivo erano le basi dei guerriglieri del Pkk, responsabili di una serie di attacchi contro obiettivi militari turchi che avevano causato la morte di 24 soldati.

Su queste pagine abbiamo già parlato della difficile situazione dell’Iraq del Nord: un’area con un equilibrio interno estremamente fragile. La ricostruzione e il passaggio a una vita normale sono costantemente in bilico. Se a Baghdad gli attentati dinamitardi continuano a mietere vittime, il Kurdistan iracheno è alle prese con forti tensioni con i confinanti Iran e Turchia.

Sulle montagne del Nord Iraq trovano infatti rifugio i guerriglieri del Pkk e del Pjak, rispettivamente il partito armato dei curdi di Turchia e Iran; dalle loro basi sulle montagne del Kurdistan iracheno, i due gruppi guerriglieri conducono azioni militari oltre il confine, provocando rappresaglie e reazioni di Ankara e Teheran. Le conseguenze sono incursioni in Nord Iraq delle forze armate iraniane e turche o bombardamenti come quelli di ieri (che si sono pesantemente intensificati negli ultimi tre mesi) che, oltre alle basi dei guerriglieri, colpiscono spesso anche i villaggi di confine mietendo vittime civili.

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Esteri: il giro del mondo in tremila battute

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Medio Oriente: Israele inizia lo scambio di prigionieri palestinesi per la liberazione di Gilad Shalit. I rilasci sono iniziati alle prime ore di questa mattina: una portavoce dell’Autorità carceraria israeliana, citata dalla Cnn, ha riferito che 477 prigionieri palestinesi si sono già messi in viaggio verso i punti di incontro con la Croce Rossa. Una seconda parte di prigionieri sarà rimessa in libertà entro la fine dell’anno.

La liberazione del caporale Gilad Shalit costerà a Israele la scarcerazione di 1.027 prigionieri palestinesi che scontavano pene detentive (in alcuni casi anche all’ergastolo) per attacchi contro lo stato ebraico.

Hamas esulta e, per bocca dei suoi portavoce parla di “grande giorno per il popolo palestinese”.
In realtà, il grande giorno è solo per il movimento fondamentalista. Hamas ha vinto su tutta la linea contro Israele e contro gli acerrimi rivali dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) di Abu Mazen. Ha dimostrato che la linea dura contro Israele paga e ora, ne possiamo essere certi, non mancherà di presentarsi come l’unico, vero e autorevole difensore del popolo palestinese.

Le capriole e le mosse diplomatiche dell’Anp all’Onu ne escono ridicolizzate. Hamas ha dimostrato che a suon di ricatti e uso spregiudicato della forza può ottenere risultati non ottenibili per mezzo di negoziati.

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Stati Uniti: Obama chiede spiegazioni all’Iran sul progetto di attentati negli Usa.Non porteremmo avanti un caso se non sapessimo esattamente come sostenere tutte le accuse contenute nell’incriminazione.” Sono le parole con cui Barack Obama, nel corso di una conferenza stampa con il Presidente sudcoreano Lee Myung-bak è tornato sull’incidente internazionale che sta facendo precipitare le già fragili relazioni tra Washington e Teheran.

Il caso di Manssor Arbabsiar, con il suo presunto progetto di compiere attentati sul suolo Usa per conto dell’Iran, rischia di innescare un inasprimento delle tensioni tra Stati Uniti e Repubblica islamica.

Nonostante il regime iraniano continui a negare il suo coinvolgimento, accusando gli Stati Uniti di essersi inventati tutto, Obama ha nuovamente addossato Governo di Teheran le responsabilità del progetto di attentato.

Crediamo” ha affermato “che se anche ai più alti livelli non c’era una conoscenza completa dei dettagli operativi, ci doveva essere responsabilità e rispetto nei confronti di chiunque nel Governo iraniano fosse coinvolto in questo tipo di attività

L’importante” ha aggiunto il Presidente Usa “è che l’Iran risponda alla comunità internazionale sul perché, all’interno del suo Governo, ci sia qualcuno coinvolto in questo tipo di attività”.

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Medio Oriente: soldati siriani sconfinano in Libano, possibile escalation regionale della crisi. Come riporta la Bbc, l’incursione oltre confine ha causato anche una vittima: un contadino siriano che viveva nella regione libanese della Bekaa, al confine tra i due Paesi.

Al di là del fatto che la morte di un uomo è sempre un evento tragico, il dato veramente preoccupante di questa notizia riguarda lo sconfinamento di truppe siriane all’interno del Paese dei cedri. Nel corso della settimana mezzi blindati di Damasco sono entrati in territorio libanese nei pressi di Sabaa (nella regione della Bekaa), attaccando i contadini della zona e le loro abitazioni. Il motivo dell’incursione è da ricercarsi nel fatto che in Libano hanno trovato rifugio circa 5.000 oppositori del regime di Assad, tra i quali diversi disertori.

Mentre cresce il bilancio delle vittime della repressione in Siria, prende corpo il timore di una possibile escalation regionale della crisi. Le premesse ci sono e non sono incoraggianti.

Negli ultimi decenni, la Siria ha sempre considerato il Libano come una sorta di cortile di casa: solo lo sdegno internazionale dovuto all’uccisione, nel 2005, dell’ex Premier Rafiq Hariri (di cui è accusato il partito integralista Hezbollah, alleato della Siria) aveva costretto Damasco a ritirare il proprio contingente di truppe che occupava il Libano da trent’anni. I nuovi incidenti di confine fanno temere che si possa tornare al passato. Ma il fronte, per Assad, potrebbe aprirsi anche ad est…

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Il Segretario della Difesa Usa Panetta in Medio Oriente: “Israele sempre più isolato sul piano diplomatico” L’ex capo della Cia, nominato lo scorso luglio Segreterio della Difesa da Barack Obama, non ha usato mezzi termini.

E’ evidente” ha dichiarato Panetta ai giornalisti durante il volo che lo portava nello Stato ebraico “che, in questo momento drammatico per il Medio Oriente nel quale ci sono stati così tanti cambiamenti, non è bene per Israele ritrovarsi progressivamente isolato. E questo è quanto è accaduto.”

Durante la sua visita di Stato in Israele, che ha inizio oggi, Panetta incontrerà separatamente il Ministro della Difesa ed ex Premier israeliano Ehud Barak e l’attuale Primo ministro Benjamin Netanyahu. I temi in agenda saranno numerosi e riguardano tutti i punti critici che attualmente preoccupano Israele: la questione dei confini, le proteste in Giordania e il conseguente cambio di governo, la questione siriana, il programma nucleare iraniano.

Se, da una parte, l’ex capo della Cia ha dichiarato che gli Stati Uniti intendono riaffermare la loro storica relazione di difesa con Israele e proteggere il loro primato militare, dall’altro ha ribadito la necessità di un rilancio dei negoziati e di una politica di dialogo nella regione.

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Repressione in Siria: pronta una risoluzione al Consiglio di sicurezza Onu. In realtà, una prima bozza di risoluzione per varare sanzioni contro la Siria di Assad era già stata annunciata il mese scorso, ma le minacce di veto di Russia e Cina, seguite dall’opposizione di Brasile, India e Sud Africa (i cosiddetti Brics) l’aveva bloccata sul nascere.

Come riporta Al Jazeera, la nuova risoluzione, il cui voto al Consiglio è atteso in tempi brevi, dovrebbe incontrare maggiori favori da parte dei Brics e iniziare a colpire economicamente il regime siriano (il che, in larga parte, significa colpire il patrimonio personale di Assad e della sua famiglia).

La nuova risoluzione è stata portata avanti da Gran Bretagna, Francia, Germania e Portogallo con l’appoggio degli Stati Uniti. Nello specifico, esprime “seria preoccupazione” per la situazione della repressione in Siria e chiede “una fine immediata a tutte le violenze”. Nel caso la Siria non dovesse recepire gli ammonimenti, la risoluzione prevede che il Consiglio possa adottare “provvedimenti mirati, tra cui sanzioni”.

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Medio Oriente: Yemen, ancora proteste contro Saleh. Come anticipato dagli esponenti dell’opposizione, il ritorno in patria del presidente yemenita Ali Abdullah Saleh ha dato il via a un’escalation delle proteste e degli scontri di piazza.

Come riporta la Cnn, la miccia è stata innescata dal discorso televisivo tenuto domenica da Saleh. Di fronte alle telecamere, il Presidente yemenita ha affermato che i responsabili degli scontri e delle proteste antigovernative sono “terroristi criminali” che mirano a “conquistare il potere, rubare le ricchezze del Paese e minarne la stabilità.

Parole che hanno infiammato gli animi dei sempre più numerosi manifestanti che chiedono le dimissioni di Saleh e un cambio di regime per lo Yemen. Ieri decine di migliaia di dimostranti sono scesi nelle strade della capitale Sanaa; Tawakul Karman, una degli esponenti di spicco dell’opposizione, ha dichiarato che la protesta sta montando e che presto gli oppositori marceranno direttamente verso il Palazzo presidenziale.

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