
La manifestazione del Popolo della Libertà organizzata a Roma oggi, 20 marzo, è una vera e propria novità per il panorama politico italiano. Come osserva qualcuno da diversi giorni, attraverso i social network, non si era mai visto il partito più votato dagli italiani scendere in piazza per dissentire pubblicamente contro l’opposizione.
Il plebiscito che oggi Silvio Berlusconi e gli altri si augurano di ottenere in piazza San Giovanni già esiste. Il Pdl che piaccia o meno è riuscito a conquistare sufficienti piazze per governare, potenzialmente bene, da qui fino alla fine della legislatura.
Diverso è lo spirito con il quale l’opposizione ha manifestato la scorsa settimana. Pierluigi Bersani, seppur con qualche riserva, ha appoggiato i propri compagni affinché l’imminente appuntamento elettorale permetta alla minoranza di crescere. Il Pd, a differenza del Pdl, non può contare su un numero necessario di piazze per governare.
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Non è il sol dell’avvenir. Ma c’è qualcosa nell’aria. Turba il centrodestra, ghiaccia il Pdl, sballa Bossi, sbiella Berlusconi.
Nel casino di questa Italia senza più capo né coda, dopo il caos liste, ieri a Napoli il partito del “predellino” ha fatto nuovamente cilecca.
Ringhioso il Premier, per le sedie vuote del parterre: meno di due mila presenti degli oltre 10 mila aficionados previsti. Con Italo Bocchino (longa manus finiana) che fa il … Corona di turno, fotografando compiaciuto il flop annunciato.
Non tira più l’Unto del Signore? Vedremo domani, nella strombazzata nuova marcetta su Roma, capitale che non ne può più.
Come non ne possono più gli italiani. Presi in giro dal disco rotto del Premier “avvitato” su se stesso, testardo e implacabile mini donchisciotte crociato del mondo libero contro i comunisti già a ridosso di Ponte Milvio e pronti al balzo per far abbeverare i loro cavalli nella fontana di Piazza San Pietro. La pelatina del Cav. dà l’alt ai baffoni truci dell’ombra del compagno Stalin.
Ma “Fortuna che Silvio c’è” è il motivetto oramai fuori dalla hit parade. E il Governo del fare si è squagliato al primo sole di primavera.
Non sarà Bersani e il suo Pd, tanto meno Di Pietro e il suo Idv, a far saltare la baraonda del centro destra sgangherato. E nemmeno Bossi, teso a raschiare il fondo bisunto del barile sforacchiato, pronto a vendere le spoglie (Dio non voglia) del Cav.
Tira un venticello traditore. Una parte dei cosiddetti poteri forti ha affidato a Luca di Montezemolo la fionda, per lanciare il dardo velenoso dell’astensionismo. Se l’ex ragazzo prodigio del “drake” Enzo Ferrari colpirà nel segno, la pentola si scoperchierà.
Non salterà solo il Cavaliere. Perché ad essere delegittimata sarà l’intera politica. E il “tutti a casa” sarà un solo grido.
Chi lo capisce, questo Fini? Uno come Silvio Berlusconi lo si può amare o odiare. Ma chi esalta il Cavaliere o chi lo denigra sa cosa fa e perché lo fa. O almeno crede di saperlo.
E Fini, più “apprezzato” del Premier perché (strumentalmente?) credibile per il popolo della sinistra?
Il (buon) presidente della Camera punzecchia e scaglia frecce avvelenate contro il “capo” che l’ha “sdoganato”, ripescato e ripulito dal pantano dove erano isolati in quarantena gli ex fascisti, o missini, dal 1945 fuori dall’”arco costituzionale”.
Ma l’ex capo di An è insuperabile nell’arte di lanciare il sasso e ritirare la mano. Strappa e ricuce. Allude, illude, spinge e frena, in un interminabile gioco a rimpiattino, in un inconcludente stop and go. E’ maturo o non è maturo, questo eterno “delfino” di Almirante oramai sessantenne? Maturo per fare cosa?
Il “vorrei ma non posso” diventa una maschera di esasperato ed esasperante tatticismo personalistico, da vivere alla giornata, con una strategia sempre pomposamente annunciata e sempre rinviata.
Il Pdl si sta sgretolando e rischia nel suo assordante “vuoto” di trascinare tutti nella rovinosa caduta. Quando (se) accadrà, non sarà sufficiente a Fini ricordare i suoi “distinguo”. Antichi e nuovi rancori lo accumuneranno a Berlusconi e, insieme, cadranno nella polvere. Sulle ceneri del Pdl, non c’è gloria per Fini.
E se il Premier riesce a “rivitalizzare” il partito del Predellino e resuscitare? Per Fini è la fine. Prevarrà l’immagine del congiurato “fallito”, del “cacasenno” che ha perso l’ultimo treno.
La bottega della nuova destra moderata liberale italiana resta chiusa. Sull’insegna, una scritta: “cercasi leader”.
Chi l’ha visto? Dov’è il Governo? Dove sono i ministri? Chi guida questa Italia agitata, traballante, in preda a miasmi velenosi?
Con la coda di una crisi economica che sprofonda l’Italia nelle retroguardie fra i Paesi occidentali e spezza le reni a un popolo sempre più deluso, apatico e diviso, a dominare è il silenzio assoluto e assurdo dell’esecutivo nazionale.
Ministri, vice ministri, sottosegretari, l’infinita equipe del potere messa in piedi dal centrodestra, tutti tacciono: passivi, inutili, impietriti per le sorti del grande “capo”. Tutti trattengono il respiro e oramai sperano solo nel miracolo. Temono il “botto”. Berlusconi è su un piano inclinato: se cade, tutti a casa!
Mai come in questi giorni, l’alleanza voluta e guidata dal Cavaliere, dimostra la propria inconsistenza ideale, progettuale, politica. Adesso anche il partito del “predellino” appare per quello che è: una bolla d’aria, un bluff.
Da una facile e travolgente cavalcata, le imminenti elezioni regionali si stanno trasformando per il centro destra in un passaggio drammatico. Da un “cappotto” annunciato contro il centro sinistra, il Pdl teme ora di portare a casa un pugno di mosche.
La politicizzazione del voto imposta dal Premier si trasforma in un boomerang. Al di là dei risvolti penali delle ultime vicende sollevate dalla procura di Trani è oramai diffuso il senso di un Premier nella tenaglia di una arroganza e di un malcostume deprecabili e indifendibili.
L’astensionismo non punirà solo e tanto i “ras” locali del territorio, ma colpirà nel cuore l’impalcatura del potere berlusconiano. Per la prima volta il “popolo azzurro” ha perso la fiducia nell’Unto del Signore. . E la prova di forza di sabato prossimo a Roma non cambierà nulla. Un bidone di benzina sul falò. Una ammissione di impotenza politica.
A questo punto solo le urne diranno se il colpo, per Silvio Berlusconi, sarà di “striscio” o, invece, “mortale”.
Quelli del Partito Democratico, e non solo loro, si scandalizzano (ingenuamente) e protestano (giustamente) per la Rai che “spegne la luce” sulla campagna elettorale, lasciando sotto i riflettori il Re Sole Silvio Berlusconi.
Oscurati i programmi politici che contano, che fanno opinione, che spostano voti, la Rai pubblica si … “consegna” al Premier, protagonista unico del circus mediatico, pur con l’ultimo carico della procura di Trani che conferma che il presidente del Consiglio è indagato per concussione e minacce. Mica bruscolini.
Con l’aria che tira, (scandali personali-crisi che non passa-pdl a pezzi-Fini con un piede fuori-Bossi pronto a “fare i conti dopo il voto-astensionismo da ko) Berlusconi fa quello che sa fare meglio: la vittima, “eliminando” tutti gli altri competitors, privando il 30% degli indecisi di una Tv che conserva uno straccio di confronto e di democrazia.
Scandalizzarsi? No! Indignarsi? Sì. Contro Berlusconi ma anche contro gli … “altri”, tutti gli “altri”, corresponsabili di aver ridotto così il Paese.
La televisione è diventata la nostra cultura della apparenza. La televisione è diventata la nostra politica della banalità.
Via i ferrivecchi dei partiti. Via i professionisti della politica. Basta analisi, basta contraddittori, basta riflessioni, basta collegamento fra fatti. Tutto diventa “intrattenimento”, “spettacolo”, liquido, i collant della rossa Brambilla.
Berlusconi commette un grave errore: esagera. Il Cavaliere non ha bisogno della censura. Perché con questa politica, con questa tv, con questi media (e con italiani ammaestrati all’indifferenza), la censura non serve: perché tutta la politica è diventata una barzelletta. E, in questo, nessuno eguaglia Berlusconi.
Ma ci sarà sempre chi non si adatta all’incoerenza e non si crogiola nell’indifferenza.

L’inchiesta aperta a Trani su Silvio Berlusconi, e le persone che con lui progettavano la chiusura di Anno Zero, non dovrebbe stupirci. Negli ultimi mesi l’asticella del limite si è spinta sempre un po’ più avanti fino ad annullarsi. Per capirlo è sufficiente ragionare su quanto è successo a partire dal 9 febbraio 2009.
Nella stessa notte in cui Eluana Englaro morì, dopo una battaglia legale estenuante portata avanti dal padre Beppino, Enrico Mentana lasciava Mediaset dicendo a voce alta quello che in molti da tempo sussurravano all’orecchio a vicino.
L’azienda di Silvio Berlusconi non permette ai giornalisti di fare il proprio lavoro. Altro che caimano (così si intitolava un film di Nanni Moretti realizzato ispirandosi al Premier). Il vero vincitore è sempre, come sostenuto da George Orwell, il Grande Fratello (il format televisivo è stato estrapolato dal romanzo 1984 dello stesso Orwell).
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Sul Corriere della Sera Angelo Panebianco scrive delle “inutili nostalgie della Prima Repubblica”, restando però prigioniero della nostalgia del “nulla”. Perché la Seconda repubblica italiana è un guscio vuoto.
La storia di ieri e i fatti di oggi non si possono stravolgere. Panebianco accomuna la rivalutazione dei “vecchi” partiti (il 45% degli italiani giudica oggi positivamente la Dc, il 35% il Pci, il 32% il Psi) alla nostalgia dei russi per il Pcus e il regime sovietico.
La prima Repubblica italiana (pur con tutti i limiti ed errori) garantì e sviluppò libertà, democrazia, sviluppo economico, portando l’Italia ai vertici mondiali. Il comunismo russo (e non solo quello) distrusse ogni libertà, instaurando un regime dittatoriale e di miseria.
La Prima Repubblica produsse un benessere diffuso grazie al sostegno della libera iniziativa (artigianato e piccola e media impresa intrecciata a grandi e vere industrie in settori strategici), mentre l’economia italiana (non solo per la crisi mondiale) da anni è in caduta libera e il Paese, senza la rete protettiva dell’Euro, sarebbe già alla bancarotta. I partiti.
E’ vero, ieri come oggi occupavano e occupano le Istituzioni. Ma la differenza c’è. Le poltrone erano occupate da esponenti di partito, frutto di una vera e dura selezione, uomini preparati e capaci. E in Parlamento sedevano deputati scelti e votati dagli elettori e non imposti dal padrone del vapore. Le assemblee elettive decidevano in modo collettivo (giunte e consigli) e le gare d’appalto avvenivano con procedure articolate e controlli serrati.
Ancora. Ieri i partiti non erano proprietà “privata”, erano formati dagli iscritti, militanti dall’impegno gratuito, duri ideologicamente contro l’avversario, ma capaci di lavorare sui progetti per il proprio quartiere e capaci di indignarsi per gli errori e le malefatte dei propri capi. Chi sbagliava, pagava. Chi perdeva le elezioni, fuori.
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Con 169 voti favorevoli, 26 contrari e 3 astenuti il “legittimo impedimento” è diventato legge ieri grazie al Senato. Il provvedimento che consentirà al presidente del Consiglio e ai Ministri di sottrarsi alle convocazioni in sede giudiziaria è stato approvato dopo la richiesta dell’ennesimo voto di fiducia (il 31esimo) chiesto dall’amministrazione di Silvio Berlusconi.
Vero e proprio uomo dei record il leader del Popolo delle Libertà è riuscito, in questo mandato, a chiedere più voti di fiducia di quanti ne avesse già chiesti in passato. Nel secondo Governo, durato 3 anni e dieci mesi, Silvio Berlusconi riuscì ad avvallersi di ben 29.
La fiducia che veniva chiesta ogni 90 giorni (circa) oggi viene pretesa ogni 21 malgrado la maggioranza, forte e solida, su cui può contare il Presidente del Consiglio che, fanno già sapere dalla Procura di Milano, non potrà sottrarsi ai processi aperti nei suoi confronti.
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Resta valido e attuale l’antico adagio che fra i due litiganti, il terzo gode. Soprattutto quando ci si azzuffa anche all’interno stesso dei singoli schieramenti, in perenne contrasto.
A un Pdl, partito di “aria fritta”, come dimostrato dal pasticcio delle liste, si contrappone un Pd “frittata” e autolesionista.
Berlusconi ha le sue gatte da pelare: Fini tira stilettate a non finire in attesa di salutare la campagnia “azzurra” e metter su bottega in proprio; Bossi osserva e alza il tiro mettendo il cappello sul governo.
Ma Bersani non è … da meno. Con un Pidì a corrente alternata sempre pronto alla resa dei conti interna e soprattutto con un alleato (Di Pietro) inaffidabile e impegnato a “pugnalare” alle spalle. Ma sbaglia chi se la prende con l’ex Pm, che fa solo il proprio mestiere.
Il Partito democratico si inguaia da solo: invece di pensare al Paese e confrontarsi sulla base di proposte di governo concrete, gioca di rimessa, porta gente in piazza per darla in pasto al leader dell’Idv, che non si lascerà sfuggire l’occasione di prendersi tutta la scena, magari gettando fango su Napolitano.
Il caos generale dimostra non solo l’inaffidabilità politica del Pdl e del Pd, ma la crisi del bipolarismo Made in Italy, dove a una sciocchezza del Pdl si contrappone una doppia sciocchezza di Pd e Idv.
A trarne vantaggio è il … “non schierato” Pier Ferdinando Casini, pronto a incamerare voti e poltrone alle elezioni, e, subito dopo, a dare forma al nuovo partito di centro, impensabile fino allo scorso anno.
Il bipolarismo dei due muri contrapposti è alle corde. S’ingrossano le file di quanti vogliono aria nuova. Non per tornare alla Prima repubblica, ma per non essere travolti dalla Seconda.
Che la gente è disgustata e stufa di questa politica e di questi politici, è più che noto. Ma con questa infinita bagarre sulle liste la gente è ancor più disgustata e più stufa.
Adesso il rischio è che il Paese possa trasformarsi in un campo di battaglia. Se si torna allo scontro di una “piazza” contro l’altra “piazza, se la lotta politica si rifugia nello scontro di “civiltà”, il cappio si stringe.
A preoccupare non è solo la mancanza di “idee”, l’assenza di una visione nuova dell’Italia, bensì la scomparsa del buon senso e del realismo, del senso di responsabilità nei partiti (tutti) e nel governo. Ognuno è chiuso in se stesso, grida più forte per avere ragione, fregandosene delle ragioni altrui.
Il Pci e la Dc di una volta, la bega liste l’avrebbero risolta con un paio di telefonate.
L’appello di ieri del presidente emerito Ciampi che fa riferimento al De Senectute di Cicerone è caduto nel vuoto: forse non è solo Silvio Berlusconi a disinteressarsi della “strage delle illusioni” e del “massacro delle istituzioni”.
Questo pasticcio ha già diviso l’opposizione, con l’Udc che non va in piazza, con il Pd sfilacciato, con l’Idv rilanciato dal “tanto peggio tanto meglio”. Ha ragione il saggio Emanuele Macaluso, ex riformista del Pci: “Lo spirito di fazione è ormai bipartisan”.
Ma la realtà non piove dal cielo. Il bipolarismo italiano ha alzato due “muri”, ha inventato la furbata dell’antipolitica non per migliorare i partiti, ma per usarli a proprio uso e consumo.
Così siamo in mano a un Berlusconi che comanda le “crociate” contro l’Italia “comunista”, a un capo dell’Idv ex Pm come De Magistris che accusa il capo dello Stato di “avallare il piano piduista di Berlusconi”, a un Bersani che insegue Di Pietro che sabato griderà contro “Benito Berlusconi”, con gli evviva dei sempre più smarriti compagni dell’ex Pci e amici della ex Dc.
Se questa è la partita, la gente non fa più nemmeno il tifo. In pochi si chiedono se un’altra politica è possibile. I più non sanno che dire.