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Il punto politico

Ore 12 - Monti sotto il tiro dei politici "gattopardisti"

pubblicato da Massimo Falcioni in: Il punto politico

altroAscoltando i politici (tutti) sul cosiddetto governo “tecnico” non si sa se ridere o piangere.

Da destra e da sinistra passando per il centro, non ce n’è uno di questi politicanti travestiti da leader o capetti (“mezze calzette” come ringhia Bossi) che non si fa prendere dalla voglia di tirare Mario Monti per la giacca.

Ognuno adesso, mosso da calcoli elettoralistici, è scontento di qualcosa o per qualcosa e vuole di più o vuole di meno rispetto a ciò che sta facendo l’esecutivo dei “professori” voluto dal Presidente Napolitano e accettato ob torto collo dai pertiti (meno Lega e Idv).

Qui non si tratta di difendere a spada tratta e in modo acritico l’operato del premier e dei suoi ministri. Sulla fase uno e sulla fase due non sono poche le scelte discutibili e quelle inaccettabili. Ora, mentre il presidente degli Usa Obama sostiene Mario Monti per la sua azione di risanamento e di rilancio del Paese in chiave europea, da noi i nuovi … “sanfedisti” di sinistra e di destra, come verginelle, gridano al tradimento agitando le loro ricette miracolose. Quali?

Quelli che più sbraitano non sono gli stessi protagonisti della sedicente seconda Repubblica, che hanno portato l’Italia a un passo dal baratro, che hanno portato in Parlamento nani ed escort, che hanno occupato le istituzione con la politica degli affari e degli affaristi?

Sono loro che hanno fallito e che fanno pagare agli italiani il costo del loro fallimento. Gente così, lo ripetiamo, deve solo tacere e togliere il disturbo.

I soliti furbi pensano di lasciare a Monti il “lavoro sporco” e di cavarsela riverniciando le facciate dei partiti e cambiando la targa d’ingresso alla bottega. Bisogna ripartire dalle fondamenta. Anzi, dal progetto. Stavolta, gli italiani non si faranno infinocchiare dai vecchi e nuovi gattopardisti.

Ore 12 - Berlusconi&Bossi, il "gatto e la volpe" secondo tempo?

pubblicato da Massimo Falcioni in: Il punto politico

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La situazione politica, a dir poco, è confusa. O, per altri versi, fin troppo chiara.

Incredibile ma vero: tutto (o quasi) ruota sempre attorno a Silvio Berlusconi, alle sue decisioni, alle sue scelte. Due-tre settimane, giorno più giorno meno, e il Cavaliere deciderà se staccare la spina al governo Monti facendo riemergere l’opzione delle elezioni anticipate a maggio.

La lancetta dell’orologio è puntata sul processo Mills, considerato dal Pdl un processo con sentenza politica cui – in caso di condanna del Cavaliere – “va data una risposta politica”. A questo si aggiunge il nodo delle frequenze tv, con rischi di penalizzazione per Mediaset. Insomma, ancora una volta le sorti del Paese sono legate a quelle personali del Cavaliere.

Il Pd sta (troppo) alla finestra, sempre convinto di trarre vantaggio dalle disgrazie altrui, in questo caso da quelle del Pdl, momentaneamente e forzatamente alleato del governo dei “professori”.

L’Udc va più avanti e, “preoccupato” per una eventuale esplosione del Pdl, puntella Alfano proponendogli l’addio a Bossi con una alleanza di ferro Pdl-Udc alle prossime amministrative, con buona pace di Bersani, “cornuto e mazziato”.

In questo quadro il governo va avanti a zig zag, di fatto al guinzaglio di un Parlamento che intende tenerlo in ostaggio dei giochi dei partiti e di un Paese reale in balia delle proteste dei corporativismi e con “riforme” pagate fin qui solo dai soliti noti.

Non c’è da escludere - anzi! - anche che Bossi e Berlusconi giochino al gatto e la volpe, due facce della stessa medaglia, una finta guerra fra Lega e Pdl per preparare il terreno e cercare un “buon motivo” per fare saltare il banco schierandosi uniti alle elezioni anticipate, la madre di tutte le battaglie.

Monti sa, vede e tira avanti, zitto zitto. Dura minga!

Ore 12 - E il PD di Pier Luigi Bersani?

pubblicato da Massimo Falcioni in: Il punto politico

altroUno che se ne intende, Alfredo Reichlin, scrive oggi su l’Unità che “Il Pd deve reagire” e che quello del Pd “Non è un problema organizzativo”. Giusto.

Ma come fa l’ex dirigente del Pci a “esaltare” l’ultima Conferenza nazionale del Pd, il massimo organismo del partito composto da 1000 persone, a Roma in un momento cruciale con 100 presenti? Non è un problema organizzativo ma politico, appunto.

Il partito di Bersani non sa dove andare e con chi stare: è spiazzato, chiuso in se stesso, con la base delusa e i suoi dirigenti (poche le eccezioni) che pensano come e dove mettere il proprio deretano con le scadenze elettorali che battono alle porte. Non è (anche) questa la dimostrazione che, tant’è ne dica il colto e austero Reichlin, il Pd è più o meno della stessa (cattiva) pasta degli altri partiti?

Non è anche colpa del Pd se c’è un Parlamento così screditato, se c’è oramai un abisso fra i cittadini e la politica, se la credibilità dei partiti (tutti) è quasi pari a zero? Berlusconi ha le sue (gravi) colpe ma non può essere il capro espiatorio di tutti i mali della politica.

Qual è in queste ore il ruolo del Partito democratico di fronte alle serrate degli autotrasportatori e dei tassisti? Dove sono fisicamente i dirigenti del partito di Bersani? Sempre altrove, sempre lontani dai nodi reali. Come i dirigenti del Pd recuperano il senso della solidarietà sociale tra classi, ceti e categorie e territorio per evitare la disgregazione e il caos?

Bersani e compagni, si dirà, hanno cose più “alte” cui pensare. Bene. A Monti e alle riforme del suo governo “tecnico”? Ma si può continuare con il gioco delle tre carte, dicendo che quella di Monti “Non è la nostra agenda”, che “Noi non siamo questa cosa qui”?

Qual è allora l’agenda del Pd? Cos’è oggi il Pd? L’impressione è che Bersani, con un piede su due staffe, sia ostaggio delle correnti interne, che comandi una “armata Brancaleone”, dove ognuno fa e dice ciò che vuole. Aspettando Godot. O Berlusconi?

Ore 12 - E Silvio Berlusconi?

pubblicato da Massimo Falcioni in: Il punto politico

altroCancellato da un colpo di spugna di Monti il ponte sullo stretto, bandiera al vento del precedente governo, senza che il Pdl abbia mosso un dito contro. Davvero impensabile fino a poche settimane fa.

I padroncini dei Tir bloccano il Paese, i tassisti mandano in tilt le città, le corporazioni da sempre base elettorale del centrodestra subiscono le mazzate del governo dei professori, e dov’è finito Silvio Berlusconi, il “ghe pensi mi”, l’unto del Signore, il Dux osannato dal popolo delle partite Iva e dai milioni di seguaci delle sue tv? Scomparso. Politicamente scomparso.

Poche logore battute da attore spompato, sul viale del tramonto. Su Monti: “E’ in mano nostra, gli stacco la spina quando voglio”. Idem su Bossi. Ma l’uno e l’altro avanzano per la loro strada, incuranti dell’ombra del Cav. Dal Pdl tuonano (nascoste) le malelingue: “Berlusconi s’è venduto a Monti! Pensa solo al processo Mills e alle frequenze tv”.
A Maggio si vota per province e comuni importanti. Mezzo Pdl invoca l’abbinamento: amministrative e politiche insieme e subito. Berlusconi legge i sondaggi del Pdl che grondano sangue e tace.

Soprattutto scorre il calendario: alla procura di Milano è in atto una corsa contro il tempo per arrivare alla sentenza l’11 febbraio, tre giorni prima che il reato cada in prescrizione. E il 17 febbraio la Consulta si pronuncerà sul conflitto di attribuzioni in merito al Rubygate. Sono finiti i bei tempi con una maggioranza parlamentare pronta a votare qualunque nefandezza per salvarlo e per allungare i tempi!

Il coniglio dal cappello? Annunciata una grande manifestazione (contro chi?) nazionale a metà febbraio. Il grande rilancio o l’ultimo respiro prima della… dipartita?

Ore 12 - Berlusconi richiamato in campo dall'elefantino "innamorato" Giuliano Ferrara

pubblicato da Massimo Falcioni in: Il punto politico

altroCome tutti gli innamorati, anche un finisseur come Giuliano Ferrara, quando si rivolge al “suo” Cavaliere, perde il senso della realtà infrangendola con la delicatezza di un elefante.

Nel suo pezzo di oggi sul Giornale (vessillifero dei nostalgici del passato regime) Ferrara suona la sveglia a Berlusconi, spingendolo, per un suo immediato e deciso ritorno in campo.

Scrive il direttore del Foglio: “Farsi rinchiudere dalla logica delle cose in una zona grigia di insofferenza, di protesta, di rancori e di rimpianti non è una politica. Sarebbe molto più produttivo per il lascito e anche per la residua vitalità del blocco berlusconiano incalzare la sinistra e il sistema tutto, sfidarlo a fare bene e più a fondo quel che in parte i governi di centrodestra avevano fatto, e quel che il fondatore incarnato del bipolarismo politico aveva promesso invano di realizzare”.

Ma l’impalcatura dell’”elefantino” fa acqua da tutte le parti, a cominciare dal primo paragrafo sul Cavaliere “artefice della successione a se stesso”. Chi ci crede? Non è il Cav il vero e unico padre-padrone del Pdl? Ferrara loda poi il senso di responsabilità di Berlusconi per il “sacrificio” dell’abbandono di Palazzo Chigi, dimenticandosi semplicemente che l’ex premier non aveva più la maggioranza in Parlamento e quindi Napolitano gli aveva preannunciato lo sfratto.

Ancora: Ferrara si fa scudo di Monti perché il neo premier non “spara” sul precedente esecutivo di centrodestra. Tradotto: “Vedete che quello di B&B era un buon governo!”. Monti guarda avanti, non indietro e comunque il Prof non può dire ciò che pensa di chi l’ha preceduto a Palazzo Chigi perché riceverebbe subito il benservito dal Pdl in Parlamento.

Ferrara scrive anche, bontà sua, che “L’azienda di famiglia deve difendersi dalla manipolazione politica e dalla crisi”. E’ stato esattamente l’opposto. Sono stati (e sono) gli italiani a subire il peso nefasto delle leggi ad personam e ad aziendam imposte dal “Ghe pensi mi” e accettate supinamente da tutti i suoi amici e alleati, lautamente ricompensati.

Ferrara ha perso un’altra occasione per tacere. Tanto la maschera l’aveva già gettata da tempo. E la faccia l’aveva persa ancor prima.

Ore 12 - Pd, oggi l'Assemblea nazionale. Bersani, sveglia!

pubblicato da Massimo Falcioni in: Il punto politico

altroNon sono solo gli ex “nemici” del Pdl a dire che il partito più penalizzato dalla politica economica del governo Monti sarà il Pd.

Il partito di Pier Luigi Bersani si crogiola ancora per la defenestrazione di Silvio Berlusconi da Palazzo Chigi (vantando meriti altrui …) ma vive alla giornata, incapace di definire una propria strategia e di costruire alleanze credibili in vista delle elezioni del 2013, la madre di tutte le battaglie.

Oggi all’Assemblea nazionale Bersani non può limitarsi a salire in groppa ai sondaggi favorevoli (debacle del Pdl e Pd al 30%) perché “drogati” da un mega astensionismo che la dice lunga sul disagio dei cittadini e sulla volontà degli elettori di mandare un inequivocabile segnale a tutta politica, nessuno escluso.

Come fa il Pd a non essere “fagocitato” dal governo tecnocratico, a non essere impigliato nell’abbraccio mortale con il Pdl, a non lasciare il pallino in mano a Casini, a muoversi con autonomia e determinazione nel poco spazio lasciato da Mario Monti, super protetto da Napolitano?

Fin qui il Pd è un vagoncino attaccato al treno del governo dei professori, accetta - per lo più subendole - le riforme fatte e quelle annunciate, assiste senza batter colpo al colpo di spugna inferto ai partiti e alla politica. Una situazione sempre più pesante che produce fibrillazione interna e soprattutto distacco di militanti e perdita di iscritti. In molte città ci sono pile di tessere 2012 rimaste nei cassetti dei circoli, con perdite addirittura attorno al 50%: cioè il dimezzamento del partito! Segnali di grave disagio, molto rischioso anche in vista delle importanti amministrative di primavera.

Insomma, serve la svolta, uscire dalle secche e rilanciare linea e azione politica. Oggi tocca a Bersani dare il “là”, stanando i malpancisti. E’ una questione di partito, ma riguarda tutto il Paese.

Ore 12 - Monti fra la "rabbia" dei tassisti e il movimento del "forcone". E i partiti?

pubblicato da Massimo Falcioni in: Il punto politico

altroLe proteste e le minacce dei tassisti e del movimento del “forcone”, pur molto diverse fra loro, rappresentano un pezzo di questa Italia contraddittoria e “conservatrice” con cui confrontarsi e misurarsi.

Abbiamo già scritto che l’Italia non è la Libia o l’Egitto, né la Tunisia, né nessun altro paese dove c’è stato o c’è tumulto di piazza con i tank per le strade, con morti e feriti. Chi dice che quello è l’epilogo getta benzina sul fuoco. Le tradizioni democratiche, il tessuto sociale e la collocazione geopolitica dell’Italia non consentono quel tipo di deriva.

Però non uccidono solo le pallottole. Qui il rischio, lo ripetiamo, non è la guerra civile. Anche se “professionisti” più o meno infantili sono pronti a giocare alla rivoluzione e fazioni e “bande” contrapposte non vedono l’ora di attizzare il fuoco e spingere il Paese nel caos. La gente comune, cioè la stragrande maggioranza degli italiani, rifiuta la destabilizzazione.

Ma il passaggio fra l’irresponsabilità populista del “ghe pensi mi” berlusconiano e l’azione di risanamento-rilancio non è indolore, specie se il governo dei “professori” riceve dai partiti (Pdl, Pd, Udc) un appoggio solo tattico e formale, per nulla presenti e impegnati nel rapporto con il Paese reale.

L’iceberg della irresponsabilità demagogica è dato dalla Lega che conduce una violenta campagna contro il governo che «massacra il Nord» esaltando nel contempo la «ribellione dei siciliani - la rivolta dei forconi». Cioè il movimento di autotrasportatori, agricoltori, pescatori, piccoli produttori, che protestano non solo per il prezzo dei carburanti, ma perché la crisi economica nel Sud ha contraccolpi ancora più pesanti che al Nord. Quindi 
in Sicilia la protesta dei “padroncini” autotrasportatori blocca il traffico mobilitando altri ceti. A Roma e in altri centri del Nord c’è l’assedio dei tassisti che temono le “liberalizzazioni” e, come altre categorie, non vogliono cambiare nulla nei vecchi assetti amministrativi.

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Ore 12 - Monti al lavoro per l'Italia. Nei partiti al lavoro per le ... "liste civiche"

pubblicato da Massimo Falcioni in: Il punto politico

altroMentre Mario Monti cerca di ricucire i continui strappi a livello europeo e tenta di formare un fronte comune per arginare la crisi, in Italia la fase due delle riforme (leggi liberalizzazioni) fatica a decollare e c’è addirittura il rischio che la tela della fase uno (leggi risanamento) non regga.

Passano le settimane e il quadro è a dir poco paradossale: il tempo concesso al governo dei “professori” per la svolta sta per scadere senza – per ora - significativi successi e quello concesso ai partiti per “riprendersi” passa invano senza novità di rilievo. Anzi! Al di là di alcuni tentativi – per lo più mosse tattiche- ogni partito pensa a se stesso, a come governare le proprie turbolenze interne, a come presentarsi alla importante scadenza elettorale amministrativa delle prossima primavera.

Di fatto, i partiti sono “esplosi”: l’effetto Monti, invece di spingere a una “rifondazione”, ha accentuato i mali antichi con feroci lotte intestine e ulteriore distacco con i cittadini.

Lo scontro Bossi-Maroni ha messo in luce lo stato di grave crisi della Lega ma il Pdl è nelle stesse condizioni: costretti, senza una strategia credibile, a livello nazionale a “sopportare” Monti e la finta alleanza con Pd e Terzo Polo, nel territorio si è al “tutti contro tutti”, con gruppi che si fanno e si disfano in funzione dei centri di potere e di chi li governa.

Sul fronte opposto, Pd, Udc-Terzo Polo, gira lo stesso disco rotto e correnti, capi bastone e cricche varie proliferano pensando al dopo, per adesso, al voto di primavera. Addirittura c’è ovunque e in tutti i partiti un lavorio sotterraneo da parte degli esponenti che detengono le poltrone nelle istituzioni, per formare liste civiche e liste personali, pronti ad abbandonare la nave-partito in caso di (previsto) affondamento.

Pessimismo? No, realismo. Un quadro desolante, a dimostrazione che questa classe dirigente non ha più nulla da dire e da offrire e va spedita a casa. Senza eccezioni.

Lega Nord da ... teatrino dei pupi: Bossi imbavaglia Maroni

pubblicato da Massimo Falcioni in: Il punto politico

Merita tornarci sulla Lega Nord, dopo che Umberto Bossi, di fatto, ha proibito a Roberto Maroni di parlare in pubblico… da solo. Il partito (si fa per dire) dei soviet (si fa per dire) del qualunquismo padano si sta squagliando, con il Senatur che mostra la sua vera faccia.

Così commentava “boh 1”, un lettore di Polisblog, il post pubblicato ieri sullo stesso tema da V.: “Bossi, come chiunque nella storia si sia avvicinato a Berlusconi ( … remember fini ) , pagherà con la sua pelle tutte le porcate di cui è stato complice da 15 anni a questa parte. Bossi da uomo celtico, libero, è caduto nelle sabbie mobili berlusconiane. Pensava di mantenere il controllo come i cocainomani quando incominciano a sniffare e se la godono alla grande. Bossi è diventato la sua stessa caricatura. Senza Berlusconi scompare, per ragioni politiche, e molto probabilmente pure economiche e finanziarie. Berlusconi nel suo perfetto stile, lentamente si è impossessato di simbolo, uomini e della cassa di partito. Un ossessionato dal potere non potrà mai avere un reale subalterno, ma solo manichini.
Bossi è il manichino berlusconiano del nord”.

C’è poco da aggiungere. A Radio Padania militanti ed elettori del Carroccio hanno protestato vivacemente per l’avvilente andazzo del loro partito. Il conduttore ha replicato ai contestatori o togliendo la linea o spiegando secco: «Bossi propone un pacchetto con alcune soluzioni. Se le condividete bene, altrimenti votate altri partiti che ce ne sono tanti. Bossi è il segretario federale, punto e basta».

Robe da … “Trota”. Cvd (come volevasi dimostrare).

Ore 12 - Bossi batte Maroni: vittoria di Pirro?

pubblicato da Massimo Falcioni in: Il punto politico

altroLa divisione della Lega esplosa ieri alla Camera sul voto a Nicola Cosentino non è solo un fatto personale fra Umberto Bossi e Roberto Maroni ma riguarda la prospettiva del Carroccio e le ripercussioni sull’attualità e sul futuro del quadro politico generale.

Maroni è deluso ma rilancia su Facebook: “Non smetto di credere e di lavorare per la Lega che ho contribuito a costruire in oltre 25 anni di attività politica”. Bossi incassa la sua “vittoria di Pirro”. Il Senatur non è più il “dux” assoluto ma tiene duro e decide ancora lui. Maroni ha acquisito autonomia ma non il carisma necessario per la leadership.

Di fatto la Lega vive con grandi difficoltà il passaggio da partito di “governo e di lotta” a quello di partito di opposizione. Il Senatur ha imposto al suo partito la via della contrapposizione tout court al governo Monti ma questa opposizione pregiudiziale e oltranzista ha isolato la Lega anche al nord anche rispetto al suo elettorato di riferimento, incrinando forse irrimediabilmente l’alleanza con il Pdl.

L’ex ministro Maroni rifiuta questa linea cercando di fare uscire dall’angolo il Carroccio e rimettendolo in gioco con una opposizione costruttiva e aperta a vecchie e nuove alleanze, sia sul territorio che a livello nazionale. Bossi gioca tutte le sue carte puntando sul fallimento del governo dei “professori” e preparandosi a raccogliere il voto degli scontenti.

Su questo piano ha però molti avversari: anche Cinque Stelle, Sel e Idv fanno lo stesso gioco con più chances perché, a differenza della Lega, non scontano il gap di anni di governo, cui Bossi sarà chiamato dagli elettori a rispondere. Maroni è certo che saranno Grillo, Vendola e Di Pietro, non Bossi, a rintracciare i voti degli insoddisfatti e che un nuovo abbraccio con Berlusconi potrebbe essere esiziale.

In pochi mesi la Lega si gioca il proprio futuro: il rischio - per lei - è che diventi totalmente marginale dilapidando un “patrimonio” politico e di potere di non poco conto.