Nei giorni dei grandi disagi per chi si è avventurato a viaggiare in treno, tra convogli bloccati per neve e treni soppressi o in ritardo cronico, sta passando in secondo piano una polemica tra le Ferrovie dello Stato e NTV- Nuovo Trasporto Viaggiatori, la nuova compagnia ferroviaria guidata da Luca di Montezemolo.
L’antefatto sta nella prima bozza del decreto liberalizzazioni del governo Monti, il cui articolo 41, intitolato “Unbundling nel trasporto ferroviario“, poneva le basi per lo scorporo della Rete ferroviaria dal Gruppo Ferrovie dello Stato italiano. La proposta prevedeva che le azioni della Rfi passassero al ministero dell’Economia, e che dopo il parere di un’Authority la gestione delle infrastrutture ferroviarie passasse a un altro soggetto, diventando indipendente dalle imprese operanti nel settore dei trasporti. Nella bozza definitiva del decreto, l’articolo era sparito, sostituito da un più tranquillizzante “Misure per il trasporto ferroviario”, anche a seguito delle vibranti proteste dell’AD di Trenitalia Mauro Moretti che non ci stava a vedere dimezzato il peso delle FS proprio alla vigilia del debutto della concorrente NTV, il cui primo treno, Italo, dovrebbe partire entro marzo.
Prima che la norma sparisse, l’Ufficio Studi di NTV aveva pubblicato una ricerca sul mercato europeo, da cui risultava che lo scorporo della rete ferroviaria avrebbe portato benefici e risparmi, come accaduto in Gran Bretagna.
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Open data, open source, cloud computing e smart cities. I quattro punti cardinali dell’agenda digitale del governo Monti presentata nel decreto legge sulle semplificazioni dovrebbero iniziare a vedere la luce da giovedì, quando si terrà il primo incontro della cabina di regia formata dal ministro dell’Istruzione Profumo, della Funzione pubblica Patroni Griffi e della Funzione pubblica Passera. Inizia quindi a prendere forma il progetto pensato dall’Unione Europea nel 2010 e i cui obiettivi dovrebbero essere raggiunti nel 2020, con l’eccezione della banda larga, per cui si prevede che già nel 2013 tutti i cittadini europei siano raggiunti dalla banda larga. Ma una banda larga “in piccolo”, niente 100 mega al secondo, ci si dovrà accontentare di averne 2.
Il primo punto riguarda l’accesso libero ai dati pubblici: per fornire tramite un sito dedicato del governo in modo trasparente le informazioni ai cittadini, dando anche la possibilità di creare applicazioni basate sugli open data. “Mettere un documento in Rete è utile solo se i dati sono scaricabili e riutilizzabili da tutti. Così i dati generano altri dati e può nascere un’economia di applicazioni civiche. Quante applicazioni per telefonino c’erano un anno fa? E oggi? E’ una cosa che sai dove inizia ma non dove finisce”, spiega il ministro Profumo a Repubblica.
Un progetto che diventa funzionante se contemporaneamente, come è nel progetto dell’agenda digitale, si utilizzano software aperti e si archiviano tutti i dati attraverso il cloud compunting, per condividere i dati tra le pubbliche amministrazioni e riuscire a fare un passo avanti verso la sburocratizzazione. Per cui, per esempio, a partire da maggio 2012 i pagamenti all’Inps potranno essere fatti solo via internet, come già si può fare oggi per l’iscrizione alle scuole e università. Ma il traguardo finale, e più ambizioso, sono le smart cities, città collegate digitalmente per quel che riguarda mobilità, risparmio energetico, sistema educativo, sicurezza, sanità, servizi sociali e cultura: “Sarà lo strumento per trasformare le tante esperienze, positive ma isolate fatte in giro per l’Italia, in prototipi per un progetto Paese - spiega Profumo - A partire dalla scuola dove il rapporto docente-discente si rovescerà e tutti potranno uscire dal microcosmo della classe per incontrare il mondo attraverso la Rete”.
Ieri Silvio Berlusconi è stato intervistato da Libero, oggi Pietro Salvatori sottolinea uno dei punti più interessanti della conversazione con il cav, quello dove tocca il tema legge elettorale. Un tema che certo non è appassionante o travolgente, ma che dovrebbe interessarci. Anche perché saltato il referendum che doveva mandare in soffitta il porcellum di Calderoli, in favore di un ritorno al vecchio mattarellum, che si fa? Intanto vediamo cosa ha detto Berlusconi:
“Il voto degli italiani si disperde in una miriade di partiti e partitini (…) Sarebbe invece opportuno alzare la soglia di sbarramento”. E chi avrebbe lo stesso interesse a dare una sterzata al sistema verso il bipolarismo spinto (o bipartitismo)? Esatto. “Dobbiamo dialogare con il Partito democratico”
Ok, e quindi qui a cosa ci riallacciamo? Alle ipotesi di cui vi avevamo scritto settimana scorsa, e anche a quelle di una riforma della legge elettorale, di cui aveva scritto il nostro Andrea Signorelli. E da domani i partiti inizieranno a parlarsi, proprio sulla riforma della legge elettorale. Punti fermi? Secondo La Russa, nessuno: “Siamo pronti a partire aperti a tutte le opzioni e senza un progetto predefinito perché se ciascuno vuole imporre il suo modello si resta fermi”.
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Gianni Alemanno tuona contro la Protezione civile: «Ci avevano detto 35 mm di neve». E il sindaco di una Roma innevata chiede una commissione d’inchiesta.
Ma qualcosa non torna. Sia chiaro: se c’è da rilevare le responsabilità del Dipartimento, qui non ci si tira di certo indietro. Ma è possibile, ci chiediamo, che sia stato commesso un errore così marchiano?
Purtroppo per Alemanno, pare proprio di no. Anzi, l’errore arriva, se mai, dal suo staff. Ecco quel che scrive la Protezione civile:
«aspettando il lavoro della Commissione d’inchiesta auspicata dal sindaco Alemanno, date le informazioni scorrette che stanno circolando, [il Dipartimento] ritiene necessario puntualizzare alcuni aspetti. I 35 mm di cui parla il sindaco sono contenuti nelle previsioni giornaliere che il Centro Funzionale Centrale del Dipartimento ha inviato nei giorni scorsi al Centro Funzionale della Regione Lazio, dove, crediamo, lavorino tecnici ed esperti capaci di leggere tali dati»
Infatti, quando in meteorologia si comunicano i dati delle precipitazioni (per scoprirlo è sufficiente leggere la voce pluviometro su Wikipedia, anche se si presuppone che i tecnici specializzati lo sappiano senza nemmeno bisogno di un solo click online), si comunicano in equivalente d’acqua. E l’equivalente d’acqua è, esattamente, un decimo della densità nevosa. Quindi, continua il comunicato del Dipartimento di Protezione Civile:
«I 15-35 mm sono riferiti a cumulate di precipitazione di acqua equivalente: i tecnici, che leggono le previsioni e le traducono in informazioni intelligibili per tutti, sanno bene che 1 mm di acqua corrisponde a circa 1 cm di neve. Quindi, i 15-35 mm, se riferiti a neve, si trasformano in centimetri».
Alemanno tuona, ma su di lui, a quanto pare, piove una grossa figuraccia.
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Nicola Latorre ha definito quella del Presidente del Consiglio a Matrix la sua «peggior performance televisiva». Ma non ci voleva un Latorre per dirlo: l’infelice battuta sulla monotonia del posto fisso (che ora si vorrebbe decontestualizzata, ma che era proprio lì a significare quel che tutti hanno capito) ha suscitato un vespaio senza precedenti per il nuovo premier, che ha fatto la sua prima gaffe.
D’altra parte, la straordinaria benevolenza con cui viene accolto in tutti i salotti televisivi (da Fazio a Vespa, dalla Gruber ad Alessio Vinci), facendo trasformare in salotti anche quelli che non dovrebbero esserlo (come In mezz’ora, il programma di Lucia Annunziata), ha reso la vita estremamente facile a Mario Monti: niente domande scomode, niente contraddittorio, nessun ostacolo sulla sua strada (i colleghi di TvBlog l’hanno chiamato il “format Monti”), con buona pace di Michele Santoro che lo invita a Servizio Pubblico.
Ma Repubblica.it, che in questi mesi ha fatto una fatica incredibile a porsi in maniera critica (se non altro nei confronti delle numerose espressioni di continuità fra il governo Monti e quello Berlusconi) nei confronti di qualsiasi esternazione del nuovo premier, oggi fa di meglio e organizza un vero e proprio catenaccio difensivoper Monti, con un forum in cui il premier “risponde alle domande dei cittadini”, che diventa top news per il quotidiano online. Che scrive, quasi agiografico: «Monti, dal salottino di Palazzo Chigi, per quasi un’ora non si è sottratto a risposte dirette e molto schiette, così come schiette erano le domande dei cittadini-lettori. Dai conti pubblici alla concorrenza, dal lavoro alle riforme possibili. E avanti con tutti i temi caldi del momento politico».
Eppure, qualcuno continua a non gradire. E anche Repubblica deve darne conto.
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Silvio Berlusconi non si ricandiderà nel 2013. E il suo erede sarà - dice lui - Angelino Alfano. Questa, in sostanza, la “notizia” che emerge dall’intervista rilasciata al Financial times, la prima da quando l’ex presidente del consiglio si è dimesso.
«Mi sono fatto da parte, anche nel mio partito», ha detto Berlusconi, che al giornale britannico - che lo attaccò abbondantemente, in passato. Memorabile quel In nome di Dio vattene dello scorso dicembre. Un attacco che veniva da una buona fetta di stampa estera, che Berlusconi continuò a indicare come foraggiata dalla sinistra - spiega anche di essere ancora molto popolare ma di non avere intenzione di ricandidarsi nel 2013.
Il vecchio Berlusconi, megalomane ed eccessivo nell’autoesaltazione, non è affatto cambiato:
«Sono ancora popolarissimo, quasi il doppio dei miei colleghi Merkel e Sarkozy. Nei sondaggi, ho ancora personalmente il 36% della fiducia. Se cammino per strada fermo il traffico. Sono un pericolo pubblico e non posso uscire a fare shopping!»
E anche il resto dell’intervista contiene la solita musica: la persecuzione nei suoi confronti, il fatto che sia assolutamente sereno per i suoi processi e l’«eleganza» (sic) con la quale «dopo aver valutato le cause della crisi, che non risiedevano in Italia ma in Europa e nell’euro, ho pensato che se fossi rimasto al governo avrei danneggiato l’Italia visto che avrei avuto contro una campagna mediatica ancor più terribile. Con senso di responsabilità, nonostante avessi la maggioranza in entrambe le camere del Parlamento, mi sono fatto da parte».
E’ la visione dell’ex leader, immutabile nel tempo: si autodipinge come eroico e vittima di persecuzione, cambia continuamente versione dei fatti - fino a pochi giorni fa si augurava (anzi, si aspettava) addirittura di “essere richiamato”. E, come tutti i monarchi assoluti, nomina anche il suo predecessore successore. Ma il fatto che il Pdl sia disposto a supportare Alfano alle politiche del 2013 senza discutere è tutto da dimostrare.
Il governo ha subito la prima sconfitta alla Camera (con uno scarto di oltre 50 voti) su un emendamento del leghista Gianluca Pini al Ddl comunitaria 2011, emendamento che modifica il concetto di responsabilità civile dei magistrati. Rispetto alla legislazione attuale, il testo approvato alla Camera (e che il ministro Severino si è augurato che il Senato modifichi) prevede che i magistrati possano essere chiamati a rispondere in proprio e in solido da chi si ritiene vittima di errore giudiziario. Rispetto alla legislazione attuale, le novità sono essenzialmente due:
Per i promotori dell’iniziativa, si tratta di una “vittoria di civiltà” che servirà a responsabilizzare i giudici. Per tutti gli altri, si tratta di un’intimidazione nei confronti dei magistrati, approvata facendosi scudo di un’indicazione dell’Unione Europea. Ma come funziona la responsabilità civile dei giudici nel resto d’Europa? Paradossalmente, se l’emendamento Pini diventasse legge, l’Italia si troverebbe fuori dal diritto comunitario più di quanto non si trovi oggi.
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Diventa meno probabile la possibilità che tra Lusi e la Margherita si arrivi a un patteggiamento: la procura ha infatti dato mandato alla Guardia di Finanza di compiere accertamenti sui bilanci della Margherita dal 2001 a oggi, cioè nel periodo in cui le finanze dell’ex partito sono state gestite dal senatore Lusi. Una ipotesi della procura è che Lusi possa aver elargito i fondi alle varie correnti della Margherita sfruttando un tacito accordo, per poi trarne guadagno personale: una sorta di stipendio auto-versato per le sue consulenze.
Ma al momento questa è solo un’ipotesi. Gli investigatori dubitano anche che l’ex tesoriere possa avere agito da solo, e non solo perché muovere 13 milioni di euro dalle casse di un partito senza che nessuno se ne accorga è abbastanza improbabile, ma per l’eccessiva condiscendenza del partito nell’accettare un risarcimento di 5 milioni di euro, quasi un terzo del maltolto.
Anche perché non a tutti era sfuggito come la situazione finanziaria del partito fosse poco limpida: il 15 luglio 2011 un gruppo di ex appartenenti alla Margherita, guidati da Enzo Carra e Renzo Lusetti, aveva contestato il bilancio firmato da Luigi Lusi.
Ma l’ex tesoriere aveva utilizzato il giudizio dei revisori dei conti della Margherita per confermare come nel bilancio del partito fosse tutto a posto. Ed è per questo motivo che la procura ascolterà i revisori dei conti, ma anche Carra e Lusetti. “Siamo a disposizione - dice l’avvocato di Lusetti, Alessandra Cacchiarelli - perché è il momento di fare chiarezza su quanto era stato contestato da molti esponenti del partito”.
C’è una certa fretta dalle parti della Margherita di chiudere la brutta vicenda di Luigi Lusi, il tesoriere che ha confessato di aver sottratto alle casse del partito 13 milioni di euro tra il 2008 e il 2011. Una fretta che si traduce nel tentativo di arrivare al patteggiamento tra le due parti: un anno e due mesi di condanna a Lusi, una pena che gli consentirebbe di evitare il carcere, e la restituzione del maltolto. Probabilmente la pena patteggiata salirà a due anni, ma anche sulla cifra non c’è accordo: i cinque milioni che Lusi dice di volere (e potere) restituire sono giudicati una cifra non congrua dalla procura di Roma. Non solo, la procura non vede di buon occhio un accordo tra le parti che chiuderebbe qui la faccenda e non permetterebbe di proseguire le indagini.
Rimangono infatti alcuni lati oscuri nella vicenda che vanno chiariti: c’è il sospetto che i 90 bonifici da 144mila euro che Lusi ha fatto confluire in sue società in Italia e in Canada possano nascondere un giro di fatture per coprire versamenti a terzi e ci sono anche dubbi sul fatto che Lusi abbia fatto tutto da solo, come conferma anche il fratello dell’ex tesoriere Antonino, sindaco di un paesino in provincia dell’Aquila: “L’ho cercato perché sono suo fratello ma non sono riuscito a parlarci. C’è molto da chiarire, non è che ci sia un onnipotente che gestisce il tutto senza un gruppo dirigente che quantomeno decida, dia delle direttive. Mi sembra un po’ inverosimile”.
E consultando le spese nel 2010 di un partito che non esiste più, si capisce come ci sia decisamente qualcosa che non quadra, come riporta Carlo Bonini su Repubblica.
Il mattone, si sa, per gli italiani è il bene rifugio per eccellenza. Sarà forse per questo che appartamenti e ville sono il filo comune che lega tanti scandali politici dell’ultimo ventennio? Risalgono a queste ore i casi del pidiellino Riccardo Conti e dell’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi: l’uno sospettato di aver speculato su un immobile di pregio acquistato per 26,5 milioni e rivenduto nel giro di poche ore per 45 milioni, l’altro reo, secondo le indagini, di aver stornato 13 milioni di rimborsi elettorali per comprarsi un appartamento a Roma e una villa a Genzano.
La predilezione per il mattone però è senz’altro bipartisan, e i casi di Lusi e Conti sono solo gli ultimi di una lunga lista. Vediamo i più famosi.
Affittopoli. È il 1995 quando Il Giornale di Vittorio Feltri solleva il coperchio sullo scandalo degli appartamenti affittati dagli enti previdenziali ai politici. Il più importante tra quelli investiti dallo scandalo è Massimo D’Alema: l’allora segretario del Pds occupava un appartamento di 146 mq a Porta Portese, pagando un equo canone di 1.060.000 lire. D’Alema lasciò l’appartamento, non senza uno strascico polemico con l’inviato di Striscia la notizia Stefano Salvi, con cui il futuro premier ebbe un violento alterco. E che la vicenda sia ancora oggi un tasto dolente per D’Alema lo dimostra il “vada a farsi fottere” rivolto al direttore del giornale Sallusti che nel 2010 durante una puntata di Ballarò gli rinfacciava la vicenda (qui il video su Youtube).