
A qualcuno le precipitazioni, talvolta nevose, registrate negli ultimi giorni avran fatto dimenticare che l’Italia è anche il paese del sole. Fortunatamente tale amnesia non ha colpito tutti. In Europa, ad esempio, han ben presente i talenti del bel paese tanto un ultimatum.
O l’Italia inizierà a produrre più energia pulita o, per rispettare le regole comunitarie (redatte affinché in dieci anni un quinto dell’energia prodotta nel continente si verde) dovrà iniziare ad acquistarla da paesi che ne producono di più.
E’ molto probabile, come dichiarato dalla portavoce del commissario europeo per l’energia, che il nostro paese debba iniziare a trattare su questo tipo di rifornimento con la Germania che ha saputo fare un buon lavoro con le fonti rinnovabili.
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Uno (Guido Bertolaso), in evidente (e comprensibile) stato “confusionale” per la bufera giudiziaria e politica sulla Protezione Civile, spara polemicamente su Panorama: “Se arriva un terremoto chi ci va a spalare? Bersani?”.
Immediato replay del segretario del Pd: “A Bertolaso consiglierei un po’ più di umiltà, meno arroganza e di volare un po’ più basso, perché con me capita male: io a quindici anni spalavo a Firenze, non so lui cosa facesse”.
Bertolaso, in discesa libera. Chi di spada colpisce, di spada perisce.

Non c’è stagione televisiva che non ci porti in dono l’ennesimo fintamente nuovo talk show di politica. Ormai del Governo, dei suoi esponenti e delle relative attività si disquisisce ogni ora del giorno. E della notte.
Analizzando bene il fenomeno si potrebbe pensare che a cannibalizzare il media sia stata la stessa casta che non perde occasione di specchiarsi negli occhi delle persone che l’hanno scelta. O che vorrebbero cambiarla.
Di fatto non è così. È la televisione che ha mangiato la politica trasformandola in uno scarto che a tratti ricorda i contenitori che attorno ad un reality show vengono creati. Oggi, più di ieri, bisogna prender atto del modello Giletti. Utilizzato ogni volta che si può.
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“Ciò che è davvero fondamentale, per ciò stesso non può mai essere posto ma deve sempre essere presupposto. Per questo, i grandi problemi del diritto non stanno mai nelle costituzioni, nei codici, nelle leggi, nelle decisioni dei giudici o in altre simili espressioni di ‘diritto positivo’ con le quali i giuristi hanno a che fare, né mai lì hanno trovato la loro soluzione.
I giuristi sanno bene che la radice delle loro comuni credenze e certezze, come anche dei loro dubbi e dei loro contrasti, è sempre altrove. Per chiarire ciò che davvero li unisce e li divide, occorre scendere più a fondo o, è lo stesso, risalire più in alto, in ciò che non è espresso.
In ultima istanza, ciò che conta e da cui tutto dipende è l’idea del diritto, della costituzione, del codice, della legge, della sentenza. L’idea è così determinante che talora, dove è particolarmente viva e diffusamente accettata, si può persino fare a meno della ‘cosa’ stessa, come avviene per la costituzione in Gran Bretagna o (esempio altrettanto interessante) nello Stato di Israele.
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“Narrano le storie che il 2 settembre 1792, mentre il tribunale rivoluzionario, da pochi giorni costituito (aveva al suo attivo soltanto tre teste), giudicava il maggiore Bachmann, della guardia svizzera del re, un rumore sordo e lontano invase la grande sala delle udienze, che prendeva il nome di San Luigi. Chiamata a raccolta da radi colpi di cannone - quel cannone che nella fantasia del poeta doveva un secolo dopo diventare ‘ammonitore’ -, una folla immensa, la folla di tutte le rivoluzioni, emergeva dai bassifondi e si riversava sulle rive e sui ponti della Senna.
Erano le tre del pomeriggio, e la giornata era limpida e calda. Impassibili, i giudici si apprestano a interrogare alcuni soldati svizzeri, arrestati anch’essi del 10 agosto, che dalle carceri rigurgitanti sono stati condotti per rendere testimonianza contro il loro capo. Verso le quattro e mezza, il rumore si fa più vicino e insistente, sembra quasi salire dallo stesso palazzo. Un usciere del tribunale - le cronache ne hanno conservato il nome - si affaccia ad una finestra, sul cortile degli uomini delle carceri sottostanti, ed una spaventosa visione si offre ai suoi sguardi. Un’orda di sanculotti, eccitati da qualche mestatore, aveva forzato i cancelli, e armata di scuri, di pugnali, di picche, trascinava quanti prigionieri trovava in mezzo al cortile, davanti ad un improvvisato tribunale del popolo, e là ne faceva orribile scempio.
Come i disgraziati, in preda al terrore, si erano rifugiati dentro le celle, e là si erano barricati, rompono le porte, e colpendo ciecamente e furiosamente li abbattono l’uno sull’altro, misero ammasso di carni sanguinolente. Nè le lotte, nè gli urli, nè i singhiozzi, nè gli appelli disperati, nè il rumore dei colpi e delle porte divelte, le teste schiacciate, i petti squarciati, il sangue che scorre a rivi, l’orrore, che da questa arena di massacro monta, con l’odore della carneficina, verso le finestre, nulla interrompe o ritarda l’udienza che si svolge davanti al tribunale, nella sala denominata da San Luigi.
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“I dottrinari del diritto costituzionale discutono sulla formula che definisca lo Stato italiano. È lo Stato italiano parlamentare, costituzionale, assoluto? O contempera brillantemente in una sintesi, riflesso delle qualità eminentemente pragmatiche del popolo nostro, tutto ciò che di buono è risultato dalle esperienze democratiche degli altri popoli?
Lo Stato italiano, attraverso l’esame della guerra, ha finalmente rivelato la sua intima essenza: esso è lo Stato di Pulcinella, è il dominio dell’arbitrio, del capriccio, dell’irresponsabilità, del disordine immanente, generatore di sempre più asfissiante disordine.
Negli Stati assoluti esiste un solo autocrate, depositario della sovranità e del potere: nel paese di Pulcinella gli autocrati si moltiplicano per generazione spontanea: la tribù dei segretari e sottosegretari di Stato è un semenzaio di poteri autocratici, ognuno dei quali opera per conto proprio, fa, disfa, accavalla e distrugge, distrugge la ricchezza nazionale; sono autocrati i prefetti, i sottoprefetti, i questori che unificano la farragine di disposizioni, circolari, decreti nel proprio buon piacere; i censori che, scelti col criterio della beneficenza, per assicurare una decorosa vecchiaia ai falliti del giornalismo e della burocrazia, mangiano la foglia… sonniniana-conservatrice e tagliano e deturpano l’Avanti! preoccupandosi solo di perpetuare il loro canonicato e i lauti appannaggi correlativi: i generali, i delegati, i questurini.
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[Prima parte, seconda parte, terza parte]
La Costituzione sovietica prevedeva che le elezioni dei deputati si svolgessero “in base a suffragio universale, uguale e diretto, e a scrutinio segreto”. L’elettorato attivo e quello passivo spettavano a tutti i cittadini dell’URSS (ad eccezione degli alienati mentali e delle persone condannate dal tribunale alla privazione dei diritti elettorali), che avessero compiuto i 18 anni, indipendentemente dalla razza e dalla nazionalità cui appartenevano, dalla fede religiosa, dal grado di istruzione, dalla residenza, dall’origine sociale, dalla condizione economica e dalla passata attività.
Il capitolo XI della Legge fondamentale del 1936 prevedeva, inoltre, che il voto fosse uguale per tutti (la preferenza di ciascun cittadino valeva sempre un’unità) e che le donne godessero del diritto di eleggere e di essere elette alle stesse condizioni degli uomini. I cittadini che prestavano servizio nell’Armata Rossa avevano diritto di eleggere e di essere eletti a parità di condizioni con tutti gli altri cittadini.
Tali norme presentano evidenti somiglianze con quanto stabilito dall’articolo 48 della Costituzione italiana, in base al quale “sono elettori tutti i cittadini, uomini e donne, che hanno raggiunto la maggiore età. Il voto è personale ed eguale, libero e segreto. Il suo esercizio è dovere civico”. E, tuttavia, un’unica previsione normativa riesce a differenziare in modo profondo, anche su questo punto, le due Costituzioni: secondo la Legge fondamentale sovietica, infatti, il diritto di presentare candidati era assicurato soltanto alle organizzazioni del Partito comunista, ai sindacati, alle cooperative, alle organizzazioni della gioventù e alle associazioni culturali. Il Partito comunista era, dunque, la sola formazione politica legittimata a presentare candidati.

Oggi vogliamo occuparci di una vicenda non strettamente attuale, ma da sempre al centro del dibattito storico per la sua importanza nel periodo dei cosiddetti anni di piombo. L’occasione ci è data dalla lettera di risposta inviata oggi al Corriere della Sera dall’ex-direttore di Lotta Continua Adriano Sofri, che come si sa è stato condannato in via definitiva per concorso morale nell’omicidio Calabresi.
Il tutto nasce dalle dichiarazioni di Andrea Casalegno, figlio di una delle vittime di quei tristi anni, Carlo Casalegno. Andrea era stato anche lui militante di Lc, addirittura arrestato per aver distribuito manifestini di approvazione per l’uccisione di Calabresi. Eppure qualche anno dopo, nel 1977, sarebbe stato il padre, giornalista della Stampa e tenutario della rubrica Il nostro stato, a cadere vittima delle Brigate Rosse.
La questione verte tuttavia sul ruolo di Marino e di Sofri nel caso Calabresi, e in generale sul fiancheggiamento di LC alla lotta armata già da prima della strage di Piazza Fontana, nel 1969. L’accusa di Casalegno è che Sofri abbia dato del denaro a Marino per comprare il suo silenzio.

“È giusto che si segua ciò che è giusto; è necessario che si segua ciò che è più forte. La giustizia senza la forza è impotente; la forza senza la giustizia è tirannica.
La giustizia senza la forza è contraddetta, perchè ci sono sempre dei malvagi; la forza senza la giustizia è messa in accusa. Bisogna dunque unire la giustizia e la forza; e perciò bisogna far sì che ciò che è giusto sia forte e ciò che è forte sia giusto.
La giustizia è soggetta a discussione, la forza è molto riconosciuta e indiscussa. Così non si è potuto dare la forza alla giustizia perchè la forza ha contraddetto la giustizia e ha affermato che solo lei era giusta. E così, non potendo ottenere che ciò che è giusto sia forte, si è fatto sì che ciò che è forte sia giusto”.
Blaise Pascal, Pensieri, trad. it., Milano 2009, p. 226.

“Quando, nella cosiddetta repubblica presidenziale, il potere esecutivo viene affidato ad un presidente che non è nominato dal Parlamento, ma direttamente dal popolo, e quando l’indipendenza di questo presidente, investito della funzione esecutiva, nei confronti della rappresentanza nazionale è assicurata in altro modo ancora, ciò significa - per quanto paradossale possa sembrare - piuttosto un indebolimento che - in contrasto con quanto probabilmente ci si proponeva - un rafforzamento del principio della sovranità popolare.
Infatti, quando di fronte al popolo degli elettori, che conta milioni di individui, non c’è che un unico individuo come eletto, l’idea della rappresentanza del popolo perde necessariamente l’ultima parvenza di fondatezza. Ciò che in un Parlamento comprendente tutti i partiti è forse possibile, cioè che dalla cooperazione di tutte queste forze risulti qualcosa che si possa considerare come una volontà nazionale, risulta invece impossibile nel caso del presidente nominato per elezione presidenziale diretta, il quale è perciò del tutto indipendente dal Parlamento e che, d’altra parte, non è controllabile dall’intero corpo del popolo, immenso ed incapace d’azione, così poco come nella monarchia ereditaria, anzi le prospettive di un’autocrazia - anche se limitate nel tempo - possono, in certi casi, essere maggiori in regime presidenziale che nella monarchia ereditaria.
Il tipo di investitura non ha, qua, una parte decisiva. Quale scarsa affinità l’idea di rappresentanza abbia col principio democratico lo si riconosce subito dal fatto che l’autocrazia si serve della medesima finzione. Come il monarca e, in modo del tutto particolare, il monarca assoluto, così anche ogni funzionario da lui nominato vale come organo e, in conseguenza, come rappresentante dell’intera collettività nazionale, dello Stato.
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