
“Non è più vero che il ‘pubblico’ colonizza il ‘privato’. È vero, anzi, il contrario: è il privato che oggi va colonizzando lo spazio publico, spazzando via tutto quanto non possa essere pienamente espresso nel gergo dei fini, degli interessi e dei timori privati.
A furia di sentirsi ripetere di essere padrone del proprio destino, l’individuo ha ben pochi motivi di accordare una ‘rilevanza topica’ (il termine è di Alfred Schütz) a qualsiasi cosa si opponga all’essere risucchiata nell’ambito dell’interesse personale e regolata dagli strumenti propri di una visione egocentrica; ma avere tali motivi e comportarsi di conseguenza è esattamente il marchio di fabbrica del cittadino.
Per l’individuo, lo spazio pubblico non è molto più che un maxischermo su cui le preoccupazioni private vengono proiettate e ingrandite senza per questo cessare di essere private o acquisire nuove qualità collettive; lo spazio pubblico è il luogo in cui si rende pubblica confessione di segreti e intimità privati.
Continua a leggere: Leggiamo i classici: pubblico e privato per Zygmunt Bauman

Chi era Paride Mori? Come spiega a Repubblica Marco Minardi, direttore dell’Istituto storico della Resistenza di Parma, Mori è stato capitano del battaglione dei bersaglieri “Bruno Mussolini” (terzogenito del Duce), alle dipendenza dirette del Terzo Reich. Un ufficiale quarantenne che aderì consapevolmente alla Repubblica di Salò.
Il Comune di Traversetolo, in provincia di Parma, ha deciso di dedicargli una strada. Sconcertante la giustificazione del Sindaco, il quale spiega che il tutto risale al 2003, quando il Consiglio comunale “ratificò l’intitolazione di alcune strade discussa in commissione Toponomastica”, accogliendo anche la proposta di intitolazione di una via a Paride Mori, senza alcuna discussione su chi fosse costui.
Via Paride Mori di Traversetolo va così ad affiancare Via Mussolini di Serravalle di Sesia, in provincia di Vercelli, e altre strade intitolate a personaggi più o meno noti della storia fascista. Quanto tempo passerà perchè il Piazzale dei Partigiani a Roma torni a portare il suo antico nome di “Piazzale Adolfo Hitler”?
La foto di Traversetolo è tratta da Parmaitaly.com.

“La libertà è uno dei termini più oscuri ed ambigui, non soltanto del linguaggio filosofico, ma anche di quello politico. Non appena cominciamo a speculare intorno alla libertà del volere, ci troviamo persi in un labirinto inestricabile di questioni e antinomie metafisiche.
Quanto alla libertà politica, tutti sappiamo che questo è uno dei luoghi comuni più usati e abusati. Tutti i partiti politici hanno assicurato di essere i veri rappresentanti e protettori della libertà. Ma sempre hanno definito il termine nel senso proprio, e lo hanno usato per i loro interessi particolari.
La libertà etica, in fondo, è una cosa molto più semplice. Essa è sgombra da quelle ambiguità che sembrano inevitabili tanto in metafisica che in politica. Gli uomini si comportano come agenti liberi, non perché posseggono un liberum arbitrium indifferentiae. Non è l’assenza di un motivo, ma il carattere dei motivi, ciò che contraddistingue un’azione libera.
Continua a leggere: Leggiamo i classici: il termine "libertà" secondo Ernst Cassirer
Come ormai molti di voi sapranno (esclusi quelli che guardano il Tg1), Marcello dell’Utri è stato condannato in appello a sette anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Fin qui nulla di strano, a questo link trovate un bel pezzo di V. che mette qualche necessario puntino sulle i.
I commenti più belli sono senza dubbio quelli leghisti. Bossi, ad esempio, ha detto che “l’appoggio esterno non significa nulla, non che Dell’Utri sia un mafioso”. Bene, bravo, bis. Ligia al dovere quando si tratta di difendere la sopravvivenza politica di B., la Lega è stata protagonista negli anni di un’inversione di marcia clamorosa. Piccolo riassunto dei fatti.
Dopo la caduta del primo governo Berlusconi, nel 1994, l’alleanza tra Forza Italia, Alleanza Nazionale, Lega e altri partiti entra in crisi. Bossi allontana il partito dall’alleanza di centrodestra e inizia a picchiare duro, contro tutto e tutti. Alle elezioni politiche del 1996 la Lega si presenterà da sola (contribuendo alla vittoria dell’Ulivo di Prodi), e ricucirà lo strappo con Berlusconi solo dopo alcuni anni, prima delle elezioni del 2001. Il video qui sopra è una chicca, dopo il salto vediamo perchè.
Ieri vi avevamo parlato dello scandalo delle intercettazioni Fassino - Consorte e dell’inchiesta pubblicata sul sito del Fatto. Oggi è uscita la seconda parte (la trovate nel video qui sopra).
“A raccontare con la sua voce questa storia è l’amico di Raffaelli e socio occulto di Paolo Berlusconi Fabrizio Favata, poi finito a San Vittore con l’accusa di estorsione.
Ilfattoquotidiano.it ha rimontato i colloqui tra Favata e Peter Gomez avvenuti prima dell’arresto. E la registrazione di un incontro tra il socio occulto di Paolo Berlusconi e l’avvocato Piersilvio Cipollotti, assistente del legale del Premier Niccolò Ghedini, consegnata ai magistrati. Oggi per questi fatti Paolo Berlusconi è sotto inchiesta per ricettazione e mllantatato credito. Nulla invece si sa sulla posizione giudiziaria del Premier.”
Il video qui sopra è la prima parte di quello che è stato definito “il Watergate italiano”, lo scandalo Fassino-Consorte, una delle cause del pazzesco risultato delle elezioni 2006. Breve riassunto.
Dicembre 2005: il centrosinistra italiano, guidato da Romano Prodi, si appresta a vincere a valanga (i commentatori di lingua inglese parlerebbero di landslide victory) contro un decotto Silvio Berlusconi, fiaccato da cinque anni di governo. A fine Dicembre, sul Giornale escono alcuni stralci di intercettazioni tra Piero Fassino, DS, e Giovanni Consorte, Unipol. La frase “Abbiamo una banca” diventa lo slogan di una martellante campagna del centrodestra contro Prodi e la sua coalizione. Il resto della storia è noto: attacco di Berlusconi a tutto campo, uso spregiudicato delle reti televisive, afonia del centrosinistra alternata a dichiarazioni contrastanti e contraddittorie dei mille leader della coalizione prodiana.
Infine, il risultato elettorale del 2006, su cui già tempo fa Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani avevano prodotto un film, Uccidete la Democrazia!, in cui veniva descritta la possibilità di brogli effettuati ai danni del centrosinistra.

Di Giuseppe Mazzini, nato a Genova il 22 giugno 1805, si ricorda il ritratto “ufficiale”, un viso austero, quasi esangue, molto “tirato”.
In realtà il fondatore della Giovine Italia era tutt’altro che “tetro”: esperto suonatore di chitarra, amava e frequentava il teatro d’opera, considerava la musica maestra di formazione per i giovani. Studiò attentamente gli autori classici, da cui trasse insegnamenti e consapevolezza di natura morale.
Mazzini scoprì la sua vocazione politica assistendo sedicenne all’esodo dei profughi della fallita rivoluzione costituzionalista piemontese del 1821, la completò leggendo avidamente i giornali giacobini e napoleonici che erano nascosti dietro i libri di medicina della biblioteca paterna e proseguì con una sua polemica permanente sui giornali “contro l’autoritarismo pedagogico e il conformismo culturale”.
Antonio Gramsci scrisse: “il nucleo solido del mazzinianesimo, il suo contributo reale al Risorgimento fu nella continua e permanente predicazione dell’Unità, con onestà e coerenza refrattarie a qualsiasi suggestione trasformistica”.
Continua a leggere: Grandezza e attualità di Giuseppe Mazzini
Ieri è stata una storica giornata per il Regno Unito e l’Irlanda. È stata infatti pubblicata l’inchiesta Saville, sui fatti di Derry del 1972 (ne abbiamo parlato ieri). Ecco i punti principali: i soldati hanno sparato perchè pensavano che presto sarebbero arrivati numerosi paramilitari dell’IRA, insomma hanno perso il controllo. C’erano membri dell’IRA armati e pronti a sparare, ma hanno sparato solo dopo che alcuni manifestanti erano già colpiti. Solo uno dei manifestanti uccisi portava armi, ma la sua morte non è stata causata da queste armi.
Ancora: ogni uso non giustificato o autorizzato della forza letale (cioè dell’uso delle armi) in quello o in altri casi sarebbe stato controproducente per il governo inglese. E proprio il Premier inglese, David Cameron, ieri ha tenuto un discorso ai Comuni (qui sopra il video, qui la trascrizione), in cui ha detto:
” […] Io sono profondamente patriottico, […] ma le conclusioni dell’inchiesta sono assolutamente chiare: non ci sono dubbi, equivoci, ambiguità. Quello che è accaduto nella Bloody Sunday era ingiustificato e ingiustificabile. Ed era sbagliato […]. Alcuni membri delle nostre Forze Armate si sono comportati male. Il Governo è responsabile per la condotta delle Forze Armate, e per questo, nell’interesse del Governo e soprattutto del paese, sono profondamente dispiaciuto.”
Continua a leggere: Pubblicata l'inchiesta Saville sulla Bloody Sunday: ecco i risultati
Nel 1972, una manifestazione per i diritti civili a Derry, nell’Irlanda del Nord, si trasformò in un massacro: quattordici civili vennero uccisi dall’esercito inglese. Da più parti si parlò di uccisioni indiscriminate, addirittura nel 2003 un soldato di Sua Maestà ha ammesso di aver ucciso un manifestante che sventolava un fazzoletto bianco.
L’evento fu ribattezzato Bloody Sunday (letteralmente Domenica di Sangue), e fu reso ancor più famoso dalla splendida canzone degli U2 Sunday Bloody Sunday (il video qui sopra è il live allo Slane Castle). Oggi, come ci ricorda il sito della BBC, dovrebbero essere consegnati alla stampa i risultati della cosiddetta “inchiesta Saville”, costata 200 milioni di sterline e dodici anni di lavoro.
Secondo indiscrezioni, i risultati parlerebbero di uccisioni illegali di civili da parte dell’esercito, e ci dovrebbe anche essere traccia dei presunti colpi sparati alla manifestazione da parte di membri della cosiddetta “Official IRA”. Come ricorda Norman Smith della BBC, c’è il rischio che i risultati di quest’inchiesta aprano di nuovo vecchie ferite e, aggiungiamo noi, colpiscano gravemente il morale e l’immagine dell’esercito inglese, impegnato in una lunga guerra (si potrà usare questa parola?) in Afghanistan.
Sono trascorsi 30 anni dalla morte di Walter Tobagi. Sembra ieri. Il 28 maggio del 1980 il giornalista veniva assassinato da un commando di 5 uomini, appartenenti alla sedicente Brigata XVIII Marzo, capitanata da Marco Barbone.
Gli altri uomini che gli spararono erano Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano, tutti figli di famiglie borghesi; tutti ansiosi di compiere un gesto eclatante per segnalarsi all’ambita area “che contava” del terrorismo rosso .
Il capo, Marco Barbone - figlio di un alto dirigente editoriale della casa editrice Sansoni - si prese l’incarico di finire Tobagi, sparandogli un colpo dietro la nuca. In seguito si pentì e svelò i nomi dei compari, che comunque uscirono quasi tutti di galera nel giro di poco grazie a un’interpretazione largheggiante della legge sul pentitismo.