Sono trascorsi 30 anni dalla morte di Walter Tobagi. Sembra ieri. Il 28 maggio del 1980 il giornalista veniva assassinato da un commando di 5 uomini, appartenenti alla sedicente Brigata XVIII Marzo, capitanata da Marco Barbone.
Gli altri uomini che gli spararono erano Paolo Morandini, Mario Marano, Francesco Giordano, Daniele Laus e Manfredi De Stefano, tutti figli di famiglie borghesi; tutti ansiosi di compiere un gesto eclatante per segnalarsi all’ambita area “che contava” del terrorismo rosso .
Il capo, Marco Barbone - figlio di un alto dirigente editoriale della casa editrice Sansoni - si prese l’incarico di finire Tobagi, sparandogli un colpo dietro la nuca. In seguito si pentì e svelò i nomi dei compari, che comunque uscirono quasi tutti di galera nel giro di poco grazie a un’interpretazione largheggiante della legge sul pentitismo.

Ecco la seconda parte dell’intervista a Marco Tarchi. La prima parte è qui.
Che ne pensa di quella che ormai appare come un retromarcia dei finiani: cioè passare da gruppi autonomi a “corrente” dentro il PDL? E’ un’idea ormai “superata”, da vecchio partito (in fondo, anche Veltroni era contro le correnti), oppure ha ancora un senso?
È una necessità tattica: fuori dal Pdl, i finiani rischierebbero, in caso di elezioni anticipate, di diventare una forza di scarso peso, una sorta di replica dell’Udc. Dall’interno, invece, possono puntare a un’azione di costante logoramento della classe dirigente e nel contempo dialogare con l’opposizione.
Se di una corrente si tratta, va detto, è una corrente anomala, diversa da tutte quelle degli altri partiti.

Marco Tarchi insegna Scienza Politica e Analisi e Teoria Politica all’Università di Firenze. Il suo ultimo libro è “La rivoluzione impossibile - dai Campi Hobbit alla Nuova Destra”, edito da Vallecchi. Esperto di populismi e crisi delle democrazie, ha anche fatto parte, fino ai primissimi Anni ‘80, del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del MSI. Con lui abbiamo ragionato di vecchie e nuove destre, della crisi dentro il PDL, della crisi della Seconda Repubblica.
Professor Tarchi, qual era la rivoluzione impossibile?
Quella che un certo numero di militanti e dirigenti dell’organizzazione giovanile del Msi cercarono di costruire negli anni Settanta: un tentativo di modifica radicale dell’ambiente politico nel quale si erano trovati ad operare. Un tentativo che ne comportava – nei loro intendimenti – un profondo svecchiamento, l’abbandono della nostalgia per l’autoritarismo fascista, il confronto aperto con la modernità e i suoi problemi, l’apertura di un dialogo franco con gli avversari, con i quali si sentiva di avere, oltre ad un certo numero di divergenze ideali, un buon numero di affinità psicologiche e di preoccupazioni comuni.
Se un ragazzo di vent’anni le chiedesse cosa fossero i Campi Hobbit, cosa risponderebbe?
Un tentativo di uscire dal grigiore della routine neofascista, di cimentarsi su nuovi terreni culturali – la musica rock, il teatro, l’ecologia - e di attivare uno spirito comunitario.

In passato si diceva che il futuro europeo si chiamava Stati Uniti. Oggi, disgraziatamente, il futuro dell’Europa è l’Italia. L’Italia di Berlusconi annuncia situazioni analoghe in molti altri paesi europei: dove la democrazia è in crisi, il potere finisce nelle mani di chi controlla i mezzi di comunicazione. Quindi non vi preoccupate per noi (Italia), preoccupatevi per voi stessi.
Queste solo un piccolo passaggio dell’intervista rilasciata da Umberto Eco a Vicente Verdù del quotidiano spagnolo El Pais, in occasione dell’ennesima laurea honoris causa (la numero 38) consegnata a Siviglia ad uno degli intellettuali più noti e apprezzati a livello mondiale.
Una lunga intervista, che ripercorre la biografia e il background culturale di Eco, le sue prime pubblicazioni che risalgono a più di 50 anni fa e il suo profilo di intellettuale a 360 gradi, come dimostra la varietà dei suoi libri, dai saggi ai romanzi di successo. Non potevano mancare le considerazioni politiche di Eco, come sempre molto mirate ironiche e per nulla banali.
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Mentre a pochi km si esibiva il reality di governo, con pupi pupette e papi, a Roma sabato più di duecentomila persone hanno sfilato per difendere il diritto all’acqua, una battaglia fondamentale che sempre più importanza andrà ad assumere nei prossimi anni. In gioco c’è l’acqua come futura miniera, cosiddetto “oro blu”, opposta all’idea di chi sabato ha ribadito che l’acqua è e deve restare un bene comune.
Alla manifestazione, promossa dal Forum italiano dei movimenti per l’acqua e aperta dallo striscione “ripubblicizzare l’acqua, difendere i beni comuni”, hanno aderito enti locali, sindaci (di destra e sinistra), partiti (Sinistra ecologia e libertà, Prc e verdi) e sindacati.
Obiettivo comune: abolire il decreto Ronchi (che nel frattempo stava nell’altra piazza tra Brunetta Mussolini e la Santanchè) dello scorso novembre, che privatizza la gestione del servizio idrico stabilendo che la quota del pubblico debba scendere progressivamente nei prossimi cinque anni. L’acqua dunque, per il governo, è una merce.

A qualcuno le precipitazioni, talvolta nevose, registrate negli ultimi giorni avran fatto dimenticare che l’Italia è anche il paese del sole. Fortunatamente tale amnesia non ha colpito tutti. In Europa, ad esempio, han ben presente i talenti del bel paese tanto un ultimatum.
O l’Italia inizierà a produrre più energia pulita o, per rispettare le regole comunitarie (redatte affinché in dieci anni un quinto dell’energia prodotta nel continente si verde) dovrà iniziare ad acquistarla da paesi che ne producono di più.
E’ molto probabile, come dichiarato dalla portavoce del commissario europeo per l’energia, che il nostro paese debba iniziare a trattare su questo tipo di rifornimento con la Germania che ha saputo fare un buon lavoro con le fonti rinnovabili.
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Uno (Guido Bertolaso), in evidente (e comprensibile) stato “confusionale” per la bufera giudiziaria e politica sulla Protezione Civile, spara polemicamente su Panorama: “Se arriva un terremoto chi ci va a spalare? Bersani?”.
Immediato replay del segretario del Pd: “A Bertolaso consiglierei un po’ più di umiltà, meno arroganza e di volare un po’ più basso, perché con me capita male: io a quindici anni spalavo a Firenze, non so lui cosa facesse”.
Bertolaso, in discesa libera. Chi di spada colpisce, di spada perisce.

Non c’è stagione televisiva che non ci porti in dono l’ennesimo fintamente nuovo talk show di politica. Ormai del Governo, dei suoi esponenti e delle relative attività si disquisisce ogni ora del giorno. E della notte.
Analizzando bene il fenomeno si potrebbe pensare che a cannibalizzare il media sia stata la stessa casta che non perde occasione di specchiarsi negli occhi delle persone che l’hanno scelta. O che vorrebbero cambiarla.
Di fatto non è così. È la televisione che ha mangiato la politica trasformandola in uno scarto che a tratti ricorda i contenitori che attorno ad un reality show vengono creati. Oggi, più di ieri, bisogna prender atto del modello Giletti. Utilizzato ogni volta che si può.
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“Ciò che è davvero fondamentale, per ciò stesso non può mai essere posto ma deve sempre essere presupposto. Per questo, i grandi problemi del diritto non stanno mai nelle costituzioni, nei codici, nelle leggi, nelle decisioni dei giudici o in altre simili espressioni di ‘diritto positivo’ con le quali i giuristi hanno a che fare, né mai lì hanno trovato la loro soluzione.
I giuristi sanno bene che la radice delle loro comuni credenze e certezze, come anche dei loro dubbi e dei loro contrasti, è sempre altrove. Per chiarire ciò che davvero li unisce e li divide, occorre scendere più a fondo o, è lo stesso, risalire più in alto, in ciò che non è espresso.
In ultima istanza, ciò che conta e da cui tutto dipende è l’idea del diritto, della costituzione, del codice, della legge, della sentenza. L’idea è così determinante che talora, dove è particolarmente viva e diffusamente accettata, si può persino fare a meno della ‘cosa’ stessa, come avviene per la costituzione in Gran Bretagna o (esempio altrettanto interessante) nello Stato di Israele.
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“Narrano le storie che il 2 settembre 1792, mentre il tribunale rivoluzionario, da pochi giorni costituito (aveva al suo attivo soltanto tre teste), giudicava il maggiore Bachmann, della guardia svizzera del re, un rumore sordo e lontano invase la grande sala delle udienze, che prendeva il nome di San Luigi. Chiamata a raccolta da radi colpi di cannone - quel cannone che nella fantasia del poeta doveva un secolo dopo diventare ‘ammonitore’ -, una folla immensa, la folla di tutte le rivoluzioni, emergeva dai bassifondi e si riversava sulle rive e sui ponti della Senna.
Erano le tre del pomeriggio, e la giornata era limpida e calda. Impassibili, i giudici si apprestano a interrogare alcuni soldati svizzeri, arrestati anch’essi del 10 agosto, che dalle carceri rigurgitanti sono stati condotti per rendere testimonianza contro il loro capo. Verso le quattro e mezza, il rumore si fa più vicino e insistente, sembra quasi salire dallo stesso palazzo. Un usciere del tribunale - le cronache ne hanno conservato il nome - si affaccia ad una finestra, sul cortile degli uomini delle carceri sottostanti, ed una spaventosa visione si offre ai suoi sguardi. Un’orda di sanculotti, eccitati da qualche mestatore, aveva forzato i cancelli, e armata di scuri, di pugnali, di picche, trascinava quanti prigionieri trovava in mezzo al cortile, davanti ad un improvvisato tribunale del popolo, e là ne faceva orribile scempio.
Come i disgraziati, in preda al terrore, si erano rifugiati dentro le celle, e là si erano barricati, rompono le porte, e colpendo ciecamente e furiosamente li abbattono l’uno sull’altro, misero ammasso di carni sanguinolente. Nè le lotte, nè gli urli, nè i singhiozzi, nè gli appelli disperati, nè il rumore dei colpi e delle porte divelte, le teste schiacciate, i petti squarciati, il sangue che scorre a rivi, l’orrore, che da questa arena di massacro monta, con l’odore della carneficina, verso le finestre, nulla interrompe o ritarda l’udienza che si svolge davanti al tribunale, nella sala denominata da San Luigi.
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