
L’indagine sui rimborsi elettorali della Lega si arricchisce di un nuovo capitolo: Umberto Bossi è formalmente indagato per truffa ai danni dello Stato, e la Procura di Milano ha inviato un’informazione di garanzia anche ai figli Renzo e Riccardo, al senatore Piergiorgio Stiffoni (espulso dalla Lega qualche settimane fa) e l’imprenditore Paolo Scala. Ma vediamo come si è arrivati a questo.
Il Senatùr: il fondatore della Lega, che proprio poche ore fa ha rinunciato a ricandidarsi alla segreteria, è sotto inchiesta per aver firmato un rendiconto sui rimborsi elettorali, datato 2011, che secondo i magistrati non è fedele. Bossi quindi non è accusato di essersi appropriato di denaro a scopi personali, ma solo di aver certificato il falso, in accordo con l’ex tesoriere Belsito.
I figli di Bossi: al contrario del padre, Renzo e Riccardo Bossi sono accusati di appropriazione indebita, di aver cioè stornato denaro dai rimborsi elettorali del partito a scopi personali e per attività diverse dalla politica. Consulenti nominati dal tribunale dovranno fare luce sull’entità delle cifre e sull’uso che ne è stato fatto (come l’ormai celebre laurea albanese del Trota).
Stiffoni e Scala: Piergiorgio Stiffoni è accusato di peculato, cioè di essersi appropriato del denaro che avrebbe invece dovuto utilizzare per il gruppo leghista in Senato. Stiffoni aveva infatti la firma sul conto corrente su cui circolavano i soldi del movimento. Scala è invece accusato di riciclaggio per i movimenti sospetti negli investimenti esteri (ad esempio in Tanzania) della Lega.
Dalla Lega ancora non arrivano molti commenti: Luca Zaia dice di avere fiducia nella magistratura, mentre Mario Borghezio grida al complotto centralista. E Maroni? Proprio poche ore prima della notizia, l’ex ministro aveva pubblicato sul suo profilo Facebook un post in cui diceva “Per faccendieri, ladri e ciarlatani non c’è posto nella Lega del futuro”.
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Va bé, è in giro da qualche ora ma magari qualcuno se l’è perso: Trota & Lode! Colpo di genio che permette di creare infinite laurea all’università albanese dove il buon Renzo Bossi sarebbe riuscito a prendere il tanto agognato “pezzo di carta”.
Ogni giorno che passa, aumenta la confusione nella Lega Nord. Dopo l’annuncio a sorpresa della ricandidatura di Bossi, dopo l’avvio delle consultazioni tramite tagliando pubblicato dalla Padania, ecco la novità di oggi: chi ha acquistato il quotidiano leghista oggi non ha trovato il coupon da inviare per indicare il candidato segretario favorito.
Appena ieri l’iniziativa era stata lanciata con grande risalto da La Padania (che a quanto pare ne ha beneficiato anche in termini di vendite), ed era sembrato un modo per distogliere l’attenzione dei fedelissimi dalla maretta nata tra Bossi e i maroniani dopo l’annuncio del Senatùr a margine del “Lega Unita day” del primo maggio, quando aveva dichiarato di volersi ricandidare al consiglio federale del 30 giugno.
Così, mentre è sulla bocca di tutti la notizia della laurea albanese di Renzo Bossi, dai piani alti di via Bellerio è arrivata alla direttrice de La Padania Stefania Piazzo l’ordine di cancellare la consultazione, che sarebbe dovuta durare 15 giorni. Eppure, come riferisce Linkiesta, era stato proprio Bossi a sponsorizzare l’iniziativa. Dietro il repentino cambio di rotta ci sarebbe il consiglio di qualcuno vicinissimo al leader del Carroccio, ma chi?
Finora l’unico a essersi espresso chiaramente contro l’iniziativa è stato il “triumviro” Roberto Calderoli, che a proposito delle primarie via coupon ha parlato di “sindrome-Tafazzi”, spiegando che la consultazione prevede la presenza di più concorrenti, mentre l’obiettivo è quello di arrivare al congresso con un solo candidato. Dal canto suo Maroni, su Facebook, aveva lodato l’iniziativa, e oggi molti suoi sostenitori dichiarano “Ci sentiamo presi per i fondelli”.
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Va bene che in un periodo di “grandi pulizie” - come quelle che dovrebbero essere in atto all’interno della Lega Nord - un po’ di confusione è inevitabile, ma qui sembra che il partito sia nel bel mezzo del caos. Ricapitoliamo un secondo: dopo le dimissioni di Umberto Bossi da segretario federale era stato lo stesso Maroni ad annunciare che avrebbe votato per il Senatur se si fosse ricandidato. Probabilmente l’ex ministro degli interni non aveva considerato che Bossi si sarebbe ricandidato per davvero, ed ecco che all’annuncio del Senatur i fedelissimi maroniani si sono messi ad abbaiare contro il vecchio capo, primo fra tutti Flavio Tosi.
Ma perché la decisione di Bossi? L’ipotesi più credibile è che nella Lega Nord si tema che Roberto Maroni segretario faccia partire una caccia alle streghe senza precedenti, e che alle espulsioni della Mauro, Belsito, Stiffoni, gli autisti di Renzo Bossi, ne seguano altre. Tante altre. Ed ecco che nei dirigenti di fede leghista che hanno sempre avuto Bossi come punto di riferimento serpeggia un comprensibile nervosismo: Maroni e i suoi “barbari sognanti” sono pronti alle purghe padane senza preoccuparsi troppo di spaccare il partito, cosa che Bossi - più pragmatico - non vuole.
Per questa ragione il fondatore della Lega ha deciso di annunciare la sua ricandidatura pur sapendo di non avere nessuna chance di tornare a rivestire un ruolo che è già nelle mani di Maroni. Il vero obiettivo è placare gli animi dei suoi, mostrando di continuare a tenere sott’occhio la situazione, di non abbandonare i suoi nelle mani del suo ex numero due e di potergli anche mettere i bastoni tra le ruote in caso di necessità.
Il rischio di uno scontro fratricida tra i due però si è riacceso. E siccome dalla storia (in questo caso del Pd) non si impara nulla, quale soluzione migliore per restare tutti amici che indire delle primarie in salsa padana? Neanche il tempo per Bossi di dire “Faremo le primarie” che Maroni posta su Facebook un avvertimento: “Comprate la Padania domani che ci sarà una sopresa”. Quale? Le fantastiche primarie indette da un giorno all’altro e che per la prima volta nella storia si terranno via coupon. Proprio così: “ritaglia questo coupon e spediscilo in via Bellerio per scegliere il prossimo segretario della Lega”. Tanto si sa che vincerà Maroni, ma si spera che le primarie meno serie della storia della politica possano un po’ allentare la tensione in casa Lega.

La vicinanza tra la Lega Nord e alcuni movimenti fascisti è davvero curiosa. Ok, i punti di contatto ci sono - a partire dalla xenofobia - però che un movimento che vorrebbe spaccare l’Italia possa andare a braccetto con chi della patria ha fatto la sua ragione di vita sembra impossibile. Eppure, dopo le curiose vicissitudini di Mario Borghezio, adesso tocca al sindaco di Verona, ed esponente leghista sempre più di spicco, Flavio Tosi.
Non è una novità che Tosi abbia un passato vicino all’estrema destra neofascista, e d’altra parte nel suo curriculum vanta una condanna per “propaganda di idee razziste” e la proposta di piazzare un nostalgico del Duce a capo dell’Istituto storico della Resistenza di Verona, tale Andrea Miglioranzi. E proprio questo Miglioranzi è oggi capofila di quella squadretta di squadristi di cui il sindaco si sta circondando - sfruttando le liste civiche - in vista delle elezioni comunali di Verona, come spiega l’Espresso.
A coordinare il gran calderone della Civica per Verona è Andrea Miglioranzi, capogruppo uscente della lista in consiglio comunale. Esponente storico del Veneto fronte skinhead (Vfs), a metà anni Novanta fu uno dei primi a finire in carcere per istigazione all’odio razziale. (…) Ha il pallino per il white power rock e coi ‘Gesta bellica’ per anni ha deliziato le orecchie delle platee neofasciste del Nordest con brani come “Il capitano”, dedicato a Erich Priebke, “8 settembre” («Io sono camicia nera: la mia patria è la mia bandiera») e testi antisemiti e xenofobi come «Tu, ebreo maledetto, giudeo senza patria» o «Furti, droga, musi neri, tutto questo non mi va: Potere bianco, sola possibilità».
Ed ecco che tale Miglioranzi, dopo aver fondato il Progetto nazionale-Fiamma futura (Pnff, che richiama apertamente il Pnf del Partito nazionale fascista), potrebbe essere candidato a un posto di assessore, se non vice-sindaco. Ma questa è solo la punta dell’iceberg: nella lista civica che sostiene la ricandidatura del fascioleghista Tosi troviamo Massimo Mariotti, consigliere del consorzio pubblico Zai ed ex presidente dell’azienda di mobilità cittadina, che aveva il simpatico vezzo di mettere il tricolore “diagonale” della X Mas sul calendario dell’azienda e l’assessore uscente Di Dio, appoggiato da Casa Pound. A questi duri & puri vanno aggiunti un po’ di ex An transfughi dal Pdl, tutti rigorosamente d’area destra sociale, come Ciro Maschio, ultimo segretario cittadino del Fronte della Gioventù. Ma d’altra parte siamo scemi noi a stupirci, visto che era stato lo stesso Bossi a definire il primo cittadino veronese uno “stronzo che ha portato nella Lega un sacco di fascisti”.
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L’avevano avvertito di abbassare i toni già qualche tempo fa, quando in seguito alle assurde dichiarazioni sul caso Breivik venne sospeso per tre mesi. Per Mario Borghezio, però, “abbassare i toni” è impossibile. E infatti ci è ricascato pochi giorni fa, chiedendo al governo di vendere parte del meridione per ripianare il debito pubblico. Ma nella nuova Lega Nord di Roberto Maroni, che si vuole moderata e un pochino chic, non c’è più spazio per il becerume trash dell’ultrà piemontese.
Il pretesto per l’allontanamento è semplice: Borghezio ha chiesto di vedere i libri contabili della Lega piemontese per assicurarsi che il repulisti non si fermi alla Lombardia. La risposta del deputato Davide Cavallotto, responsabile organizzativo del Piemonte, è stata di quelle che non lasciano spazio a dubbi: “Visto che non versa la sua quota volontaria, non ha alcun titolo per rilasciare dichiarazioni per conto del movimento o richiedere informazioni”. Ma come? Si tratta così Borghezio? Uno che è stato minacciato, impiccato (solo il suo manichino), pestato (per davvero) per il bene della Padania? La triste verità è che nel nuovo corso leghista Borghezio è più imbarazzante che utile. Da personaggio folkloristico è diventato un peso che il partito non vuole più portare.
Visto, però, che il personaggio ha una sua popolarità, le acque per il momento si sono calmate: il presidente della Regione e segretario della Lega in Piemonte, Roberto Cota, ha datto un buffetto affettuoso al Marione Padano: “Abbiamo mostrato i bilanci e Borghezio ci ha detto di aver versato un congruo acconto, creando le condizioni per tornare a essere tesserato”. Prima sospeso, poi cacciato, infine riammesso, ma Borghezio non si scompone: “Se non mi vogliono andrò altrove: io sono come Woodcock, dove vado lavoro”.
Una situazione solo momentaneamente rientrata. Borghezio non può darsi una calmata - come la Lega vorrebbe - o non avrebbe più senso di esistere. Piuttosto, e le sue parole sembrano confermarlo, potrebbe tirare fuori dal cappello un progetto che aveva solo messo da parte: un nuovo movimento politico ispirato al Front National di Marine Le Pen. Visto l’exploit realizzato dalla candidata in Francia il momento potrebbe essere propizio. Si tratterebbe di un “network europeo dell’ultradestra conservatrice, cristiana e nazionalista” - come spiega Notapolitica.it - e c’è poco da stupirsi: nonostante la lunga militanza in una Lega che (a parole) si è sempre detta antifascista, Mario Borghezio ha un passato di militanza nella Gioventù Europea e in Ordine Nuovo negli anni ‘70 che lascia pochi dubbi. Per lui sarebbe un ritorno a delle origini mai rinnegate.
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Ogni tot tempo Mario Borghezio se ne esce con qualche dichiarazione delirante. Evidentemente l’europarlamentare leghista ha scoperto che per lui questa è la sola speranza di far parlare di sé. L’ultima della serie l’ha rilasciata oggi alla trasmissione di Klaus Davi, KlausCondicio, in cui ha proposto la vendita di parte del sud Italia per ripianare il nostro debito pubblico.
“Inutile negare che la mafia in Sicilia e la Camorra in Campania sono saldamente radicate nel territorio, quindi una soluzione potrebbe essere che Monti la venda a uno stato estero o a qualche miliardario visto che non si riesce ad estirpare il malaffare troppo radicato. Nonostante i numerosissimi siciliani e campani onesti non c’è speranza”
“Venderei la Sicilia agli Usa o a qualche pool di miliardari russi o americani. Molto volentieri la Sicilia, ma prima ancora la Campania, perché siamo di fronte a zone completamente improduttive. Sarebbe un po’ alleggerita quella palla al piede che finché siamo tutti insieme appesantisce il nord”
“Fossi in Monti metterei sul mercato anche Napoli e la Sardegna. Con quei soldi potremmo alleggerire il nostro debito che, tra l’altro, mica l’han fatto gli operai della Fiat o i piccoli imprenditori del Veneto o del Nord est. L’hanno fatto loro, con le loro pensioni facili di invalidità, con gli amici politici, con le loro mafie che ogni anno spolpavano un po’ di più le casse dello Stato. E naturalmente Roma ladrona, che ha coperto tutto questo danneggiando la gente onesta del sud”.
L’unica novità di queste dichiarazioni di Borghezio è l’enfasi messa sulla “gente onesta del sud”, che stia iniziando il ravvedimento? Difficile da credere, da parte di uno che negli ultimi anni le ha sparate sempre più grosse. Peggiore in assoluto è sicuramente quella su Breivik, il mostro di Oslo.
Continua a leggere: I deliri di Borghezio: "Vendiamo la Sicilia per ripianare il debito"

Asseragliato nella villa di Gemonio, il Cerchio Magico, Rosy Mauro compresa, medita vendetta nei confronti di Maroni e della sua rapida cavalcata alla conquista della Lega Nord. Altro che baci alla bandiera, abbracci e parole dolci: il Senatùr non accetta che il suo numero due di sempre conquisti quella che è la sua creatura e di cui ancora si considera il padrone.
Nei piani delle geniali menti rinchiuse a Gemonio le mosse per riconquistare il partito sono semplici: rompere con Maroni, tenersi i soldi della Lega (o quel che ne rimarrà) e il simbolo e dare vita a un nuovo partito ancora più legato alla “terra” e ai riti pagani. O almeno questo è quello che racconta La Stampa. In verità il “piano diabolico” degli irriducibili cerchisti di spaccare la Lega in due e mettersi frontalmente contro Maroni non è praticabile: la base ha ben chiaro cos’è successo, e se ancora non si è capito se Bossi sia o meno coinvolto nelle ladrate, è chiaro a tutti come la sua cerchia sia marcia. Chi accetterebbe adesso di votare un partito guidato da un Bossi sempre più stanco, con dietro gente come Rosy Mauro e il Trota?
C’è però un’incognita fondamentale, ed è legata al simbolo della Lega. Perché Bossi è sicuro che il suo partito potrebbe avere il logo di Alberto da Giussano? Perché il proprietario è Berlusconi. Secondo l’ex giornalista di Radio Padania Rosanna Sapori, il Senatùr ha venduto il simbolo al Cavaliere nel 2000 in cambio del ritiro delle querele miliardarie che Berlusconi aveva sporto contro Bossi. In questo modo l’ex premier si sarebbe garantito l’appoggio incondizionato di Bossi per tutti questi anni, tenendolo sotto ricatto.
Ed ecco che così tutto ha un senso: se Bossi lascia e Maroni non ricuce con il Pdl, il Cavaliere farà valere i suoi diritti e si porterà via un pezzo di Lega, il simbolo. Ma il Senatùr non può lasciare che questo accada e ha un solo modo per impedirlo: rifondare la Lega sotto l’egida di Alberto da Giussano con l’appoggio di Berlusconi. I due neo-pensionati della politica che hanno tenuto in mano il paese per vent’anni complottano ancora, ma ormai fanno più tenerezza che paura.
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Come se non bastassero tutti i guai che si sono abbattuti in questi ultimi giorni sulla Lega Nord, ecco l’ultima tegola: la nazionale padana probabilmente chiuderà per sempre. A dare il triste annuncio è stato stamattina, ai microfoni di Radio 24, Leo Siegel, giornalista e per hobby allenatore della squadra leghista.
La nazionale padana è nata nel 2007 da un’iniziativa di Renzo Bossi, che ne è stato team manager, e nella sua breve vita ha mietuto successi. Non potendo affiliarsi alla Fifa, si è iscritta alla NF-Board, che comprende i territori non riconosciuti come stati sovrani, e ha partecipato alle quattro edizioni della VIVA World Cup, il campionato del mondo delle nazioni non riconosciute. La prima edizione, tenutasi nel 2008 in Lapponia, ha visto i biancoverdi della Padania vincere il torneo sconfiggendo in finale nientemeno che la nazionale degli Aramei.
L’edizione 2009 è stata ospitata dalla Padania, che ha di nuovo conquistato il titolo ai danni del Kurdistan, così come nel 2010. La prossima edizione si terrà quest’anno in Kurdistan, ed è sempre più probabile che i padani non potranno difendere il titolo.
Nota meno divertente: i soldi dei rimborsi elettorali della Lega Nord sono serviti anche per portare la Padania nella titanica impresa di vincere i mondiali in Lapponia. Le spese per l’aereo e l’alloggio per i giocatori e 45 supporter, nonché quelle per l’affitto del castello resort di Fjallnas (con sauna e letto di velluto rosso) per Umberto Bossi, il Trota e l’altro figlio Riccardo sono tutte state rimborsate con soldi pubblici, per un ammontare di almeno 100.000 euro.
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In fondo un po’ tutti speriamo che Umberto Bossi sia stato raggirato dai suoi fedelissimi e che davvero non ne sapesse nulla. Un po’ perché scoprire che l’uomo che ha sbraitato per anni contro ruberie & familismi fosse il primo ad attuarli è davvero un colpo duro, un po’ perché il Bossi in versione “oracolo padano” degli ultimi anni in fondo sta (è stato) simpatico a molte più persone di quelle disposte ad ammetterlo. Ma a rovinare questa visione un po’ edulcorata interviene uno che raramente si è lanciato in “j’accuse”, e probabilmente questa volta l’ha fatto perché la Lega Nord, da sempre, sta simpatica anche a lui: Gad Lerner, che sul suo blog scrive:
Possono girarci intorno finché vogliono, ma in cuor loro i leghisti lo sanno benissimo che il maggiore beneficiario di denaro pubblico illegalmente adibito a portafoglio privato, si chiama Umberto Bossi. Bossi è l’unico parlamentare della Lega che non risulti aver versato alcun contributo al suo partito. Ha mantenuto nel lusso i figli mal educati, probabilmente ha rubato un’eredità (l’appartamento di via Mugello a Milano) su cui non fornisce ancora spiegazioni. Il vecchio slogan del fascista Pisanò, “si scrive leader, si dice lader”, sembra confezionato su misura per il fondatore della Lega.
Non solo non sapeva, ma sarebbe il “maggior beneficiario” delle manovre ordite da Belsito. Altro che “complotto romano” e “sono stato fregato”, insomma. La dura accusa di Lerner si inserisce in una situazione sempre meno convincente: cacciato Belsito, e ci mancherebbe, è stata espulsa anche Rosy Mauro. Non, però, per aver rubato, ma per aver detto “no” all’ordine di dimettersi da vice-presidente del Senato. Cacciata per insubordinazione. Messa così, sembra veramente che Maroni abbia individuato il capro espiatorio, per di più donna e “terrona”.
Non si spiega altrimenti per quale ragione lo stesso trattamento non sia stato riservato al Trota. Proprio lui che è stato ripreso a intascare i soldi del partito, che si è comprato le lauree, che è il simbolo vivente degli errori della Lega in quanto figlio del capo, viene graziato in quanto… figlio del capo. Se a questo si aggiunge che si continua a chiudere un occhio sui sospetti attorno a Calderoli, viene il dubbio che il nuovo corso maroniano cominci nascondendo un po’ di polvere sotto il tappeto.
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