
Maretta anche nel Pd e non solo nelle fila di Idv e Lega, per l’accordo sulla nuova legge elettorale. Arturo Parisi - che era stato fra i promotori del referendum per la legge elettorale 2012, però in una forma ritenuta inammissibile dalla Consulta, cosa che ha suscitato enormi polemiche ma che, in realtà, era una bocciatura ampiamente prevista, anche dallo stesso Parisi - non ha preso per niente bene le linee guida dettate dal triumvirato dell’ABC (Alfano-Bersani-Casini) e si è sfogato, ospite a TgCom24, con toni che non sono per nulla conciliatori e che lasciano intendere spaccature nel partito.
«E’ un imbroglio, di fatto sarà un porcellinum»,
ha detto Parisi. Che poi ha chiarito le ragioni della sua provocazione:
Il sistema sarà proporzionale, ma fatto in modo tale per cui una grossa parte di parlamentari sarebbe nominata dalle segreterie dei partiti. Non sarà più la totalità come con il porecllum, ma sarà comunque la maggior parte.
Questo perché comunque, non si prevede un ritorno alla preferenza. Parisi si è scagliato anche con l’indicazione del candidato premier sulle liste: se non ci sono obblighi di coalizione, visto che difficilmente un partito potrà raggiungere la maggioranza assoluta per imporre il proprio candidato, indicare il premier appare un’assurda contraddizione in termini. Per Parisi:
«Un ulteriore imbroglio, una promessa di qualcosa che non si può fare. Sarebbe più onesto dire di essersi sbagliati, che si stava meglio quando si stava peggio. Sarebbe meglio dire che era meglio la prima repubblica».
E il deputato non si è tirato indietro nemmeno quando si è trattato di sparare a zero sui vertici del suo partito.

Rispetto all’ormai celeberrima foto su Twitter del vertice di maggioranza, mancava Mario Monti (impegnato nel tour asiatico) ma c’erano Angelino Alfano, Pierluigi Bersani e Pierferdinando Casini: i tre, impegnati in un vertice durato un paio d’ore, avrebbero trovato un accordo sulla nuova legge elettorale.
Stando a quel che si apprende, sarebbe giunta - finalmente - l’ultima ora del porcellum, e la riforma elettorale sarebbe solo la prima delle “riforme parallele” che la politica (Pd-Pdl-Udc) intende proporre contemporaneamente al lavoro del Governo Monti: una sorta di sussulto, di afflato vitale che viene ritrovato proprio ora che il premier non c’è ma da Seul lancia il suo “editto coreano” («Posso anche lasciare se il Paese non è pronto»).
Restiamo, però, in materia elettorale. Secondo le prime indiscrezioni, sparirebbe l’obbligo di coalizione, si spingerebbe per «la restituzione ai cittadini del potere di scelta dei parlamentari» ma senza il ritorno alle preferenze; il nome del candidato premier sarebbe scritto sulle liste (cosa che però ha poco senso, senza l’obbligo di coalizione, ovvero senza rendere chiare le eventuali alleanze); ci sarebbe una soglia di sbarramento (al 4% o al 5%) e il “diritto di tribuna” per i partiti che non riescono a eleggere i parlamentari: una sorta di garanzia di partecipazione di tutte le forze politiche, anche se non è chiara la modalità con cui questo “diritto” verrà istituito.
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“Sono favorevole a un accordo con il Pd per la riforma della legge elettorale”, sono bastate queste parole di Silvio Berlusconi per rimettere in moto la macchina della riforma elettorale, una macchina un po’ particolare, perennemente alla ricerca di un accordo che non arriva mai. E oggi Bersani risponde all’ex premier e alle sue proposte di un patto Pd-Pdl in un’intervista a Repubblica: “Ci interessa una legge che pacifichi il Paese e venga riconosciuta da molti non da pochi. Non mi interessa invece un uso strumentale della riforma dove due soggetti lasciano fuori gli altri. Il Pd non è disponibile. La priorità è cancellare il Porcellum, toglierlo di mezzo”.
L’uomo deputato dal segretario Pd a tastare il terreno è Luciano Violante, che oggi se la vedrà con la sua controparte pidiellina Ignazio La Russa. La ricerca di un accordo tra i due maggiori partiti potrebbe anche finire qui, visto che La Russa è da sempre favorevole a un semplice ritocco del Porcellum, mentre Violante non può che partire dalla volontà del Pd di cancellare la legge di Calderoli. L’unico punto su cui i due partiti potrebbero trovare un accordo è sull’innalzamento della soglia di sbarramento, in modo da limitare al massimo i poteri dei partiti più piccoli e puntando di fatto al bipartitismo.
Una posizione, rilanciata da Berlusconi ma da sempre nelle corde del Pd, che metterebbe in seria difficoltà i democratici alienandogli le simpatie degli alleati di sinistra e di centro: un Terzo polo in un sistema bipolare è una contraddizione in termini, mentre Vendola e Di Pietro, favorevoli al bipolarismo, potrebbero essere preoccupati dalla soglia di sbarramento. E quindi? Probabilmente il dialogo proseguirà sulla scorta di quanto visto nell’ultimo periodo, come spiega Stefano Folli sul Sole 24 ore.
Il Capo dello Stato Giorgio Napolitano continua il pressing perché la riforma elettorale venga fatta, dopo la bocciatura del referendum sul porcellum da parte della Corte Costituzionale. Il Presidente si sta spendendo in prima persona sulla questione incontrando tutti i principali partiti, consapevole, come scrive Il Foglio, di come l’argomento sia troppo politico per il “tecnico” Mario Monti e di come sia difficile per i partiti trovare un accordo sull’argomento senza che vengano messi alle strette.
Un primo apprezzamento per lo sforzo del Presidente è venuto ieri dall’Italia dei Valori, partito che più si è impegnato per il referendum e che aveva aspramente criticato Napolitano dopo la bocciatura: “Apprezziamo l’impegno del Capo dello Stato, che sta sollecitando il Parlamento a prendere una decisione in materia elettorale - ha detto ieri in conferenza stampa Di Pietro - Bisogna dare una risposta al milione e duecentomila cittadini che hanno firmato per il referendum”. Il leader Idv non si sbilancia però sulla formula da adottare, auspicando solo che “venga mantenuto l’assetto bipolare”.
Più nel dettaglio, si legge su Europa, scende invece il Pd, che sostiene una riforma che porti al doppio turno prevalentemente maggioritario, per permettere ai cittadini di scegliere i loro rappresentanti e, anche, per mettere in difficoltà i partiti più piccoli. A partire da quel M5S che tante grane ha dato ai democratici. Ma se la riforma non dovesse passare, il Pd ha pronto il piano B. “Se rimane il Porcellum noi faremo le primarie per le liste elettorali”, ha confermato il vicesegretario Letta, un modo per fare ulteriori pressioni su chi, in fondo, non vuole cambiare la legge.

La buona democrazia è una meritocrazia elettiva, diceva Sartori. Se proviamo però a verificare quanto sia premiato il merito in tutti gli ambiti sociali (compreso quello della politica), probabilmente dobbiamo giungere all’amara conclusione che quella in cui viviamo non è una buona democrazia. Il quadro che emerge dall’analisi compiuta in questo appassionato ed appassionante libro del Prof. Michele Ainis è, infatti, davvero sconfortante.
Una guerra silenziosa - scrive l’Autore - arma l’uno contro l’altro gli italiani. E’ la guerra del diritto contro il priviliegio, dell’equità contro l’ingiustizia. E’ anche la guerra dei più giovani contro il potere degli anziani. Delle donne contro le strettoie d’una società maschile. Dei singoli contro il concistoro delle lobby. Dei talenti contro i parenti. Più in generale degli spiriti liberi, dei senza partito, contro l’obbedienza cieca e serva reclamata dalla politica.
Una guerra dal cui esito finale dipende il nostro stesso futuro. Un futuro nel quale è sempre più difficile sperare, sotto il peso dei troppi “ismi” che affliggono la società italiana: dal localismo al nepotismo, dal maschilismo al clienetelismo, dal corporativismo al favoritismo e così via. Di fronte ad un quadro del genere occorrono soluzioni drastiche, radicali. Ainis ne propone diverse, alcune desumibili dalla stessa Costituzione, altre ricavabili dagli esempi storici offerti da democrazie di antica tradizione. Tutte sintetizzate in un suggestivo decalogo.
Torniamo ad occuparci dei sistemi elettorali europei, dopo aver parlato dei nostri cugini francesi e delle loro regole, parlando di un altro paese che spesso torna nei discorsi politici italiani, la Spagna. L’endorsement di Zapatero a Veltroni (avrà portato male?), i nostri giovani che sempre più spesso riconoscono nella Spagna la meta perfetta per scappare dalle difficoltà italiane, la sobrietà della politica spagnola, con parlamentari che guadagnano 4000 euro al mese, i meno pagati d’Europa.
La Spagna è un paese molto simile all’Italia, per tradizione, per la stessa sorte di dover subire in qualche modo l’ingerenza vaticana, per la presenza, in Spagna purtroppo ancora molto attiva, di un terrorismo interno, per aver vissuto una dittatura come quella franchista, e anche per l’organizzazione istituzionale del Parlamento, Cortes Generales, che vede in Spagna la presenza di un Congreso (la nostra Camera), e di un Senado; il primo ha funzioni più legislative, il secondo è di rappresentanza del territorio. Vediamo come funzionano e come vengono eletti i deputati.
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Le elezioni sono passate, e cosi forse abbiamo sperato per un attimo di poter accantonare il discorso sulla validità del c.d. porcellum, e sulle sue possibili varianti. Questo purtroppo non è possibile.
Per quanto il porcellum abbia funzionato in questa tornata elettorale, ancora pende sulla sua testa la spada di Damocle del temutissimo referendum. Avremmo dovuto, se Prodi non fosse caduto rovinosamente, votarlo a maggio, se prima il Veltrusconi non avesse prodotto un’alternativa.
Abbiamo sentito parlare di tutti i sistemi di votazione possibili e immaginabili usati in tutto il mondo, ma nessuno ci ha mai spiegato effettivamente come funzionassero. Cominciamo oggi a vederci chiaro, e iniziamo a capire come votano i nostri cugini francesi. Dopo il salto vi spieghiamo come funziona.
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Nove giorni fa l’Italia ha votato; a destra, piuttosto che a sinistra, sopra o sotto, o anche astenendosi. A riguardo, molto si è detto, tra le altre cose, su questa legge elettorale e sulla necessità di riformarla.
Si è sottolineato come debba essere rivista in modo da rendere il paese governabile, anche nel caso di distacchi meno netti tra le coalizioni, si è criticato l’assenza delle preferenze dirette, ci si è interrogati sul senso di un premio di maggioranza in un sistema proporzionale.
Purtroppo nessuno ha sollevato una delle iniquità che da sempre caratterizzano le nostre elezioni e che nessuna delle riforme elettorali ha mai preso in considerazione. Stiamo parlando del diritto di voto negato a una consistente fascia della popolazione italiana.
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Tra i vincitori morali di queste elezioni ce n’è uno che merita più di tutti gli altri di essere menzionato, e questo è Roberto Calderoli. Il tanto vituperato firmatario del “porcellum” ha avuto la sua rivincita, e che rivincita.
Chi potrà mai dimenticarsi il periodo pre-elezioni, dove sembrava che il principale problema del paese fosse la legge elettorale. C’era chi voleva il sistema tedesco, quello spagnolo, quello francese, con l’unico risultato che gli elettori, in questo delirio esterofilo, non ci hanno capito un arabo.
I principali esponenti dell’Unione puntavano il dito contro la porcata del ministro Leghista, reo di avere promosso una legge che non garantiva la governabilità del paese.
Ma veniamo ad oggi. A due giorni dall’esito delle elezioni si contano ben 32 Senatori in più a Palazzo Madama per il trittico PDL, Lega Nord e Movimento Per Le Autonomie rispetto all’accoppiata PD-IDV. Non sono certo pochi. Restano 9 seggi occupati da esponenti di altri partiti che, difficilmente, appoggeranno tutti l’opposizione.
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Che il voto spinga l’Italia verso la “normalizzazione” e verso le “grandi democrazie” europee è ancora troppo presto per dirlo. Senza aver fatto la nuova legge elettorale, prevalendo la polarizzazione, in un batter d’occhi si è passati da un infinito numero di partiti a meno di una manciata. Questo è bene.
Ma solo il tempo, i fatti delle prossime settimane, dimostreranno quale vantaggio reale ne avrà tratto l’Italia, cosa produrrà realmente per gli italiani (parafrasando Gramsci) in “carne e ossa”. Non c’è dubbio che è stato il Pd di Veltroni ad accendere la miccia e ad aver portato a questo scossone (potenzialmente apprezzabile). Per Veltroni (e per il Pd) il rischio è quello di aver scrollato la pianta a vantaggio di altri (Pdl e Lega) che hanno raccolto i frutti.
Tant’è che il Pd non festeggia. Anzi! I musi lunghi sovrastano alla lunga quelli con il sorriso. Stavolta non si discute su chi ha vinto e chi ha perso. Ed è il Pd a uscirne sconfitto. Oltre alla debacle storica della sinistra. Pur tuttavia il progetto del Partito democratico non esce sconfitto: da questo processo (di semplificazione del sistema politico) non si torna indietro. Altra cosa sarà valutare l’approdo al bipartitismo all’italiana.