Di Lega Nord avevamo parlato con Roberto Biorcio (docente di Scienza politica dell’Università di Milano-Bicocca) circa un anno e mezzo fa, con un’intervista in due puntate per polisblog. In queste settimane esce nelle librerie il suo nuovo libro sul Carroccio “La rivincita del Nord“, a 13 anni di distanza da “La Padania promessa” (1997).
Diversamente da altri volumi sulla Lega comparsi recentemente (e puntualmente recensiti su queste pagine) come “Romanzo Padano” e “Razza Padana“, l’autore non è un giornalista, ma un accademico, e la differenza si sente.
Non tanto nello stile di scrittura, che è del tutto accessibile, ma nello sforzo di andare oltre alla cronaca delle mosse del partito e alle “biografie esemplari” dei suoi leader, per cercare di esaminare criticamente alcuni luoghi comuni sul Carroccio.
Se uno spartiacque, per quanto riguarda il secolo scorso, può essere il 1969 - con la Strage di piazza Fontana a Milano parte la strategia della tensione, la contestazione è in piena ascesa, il terrorismo brigatista è allo stadio germinale - in tempi più recenti, è un altro l’anno chiave: il 1994.
Cosa accade nel 1994, appena sedici anni fa? Provano a spiegarlo Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari in 1994 - L’anno che ha cambiato l’Italia - uscito da poco per i tipi di Chiarelettere, in un libro denso di dati, di sentenze, di indagini, di nomi e cognomi. Che mischiano fatti apparentemente lontani, ma in realtà legati da un filo rosso.
Penso che a pochi di voi, possa venire in mente di collegare il disastro della Moby Prince e tre morti eccellenti di quegli anni, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e Mauro Rostagno. Eppure un legame c’è, provato da evidenze processuali. Un libro decisamente consigliabile per rileggere la storia recente in un nuova luce.

“Il problema del fondamento di un diritto si prospetta diversamente secondo che si tratti di cercare il fondamento di un diritto che si ha o di un diritto che si vorrebbe avere. Nel primo caso andrò a cerca nell’ordinamento giuridico positivo, di cui faccio parte come titolare di diritti e doveri, se vi sia una norma valida che lo riconosca e quale sia; nel secondo caso andrò alla ricerca di buone ragioni per sostenerne la legittimità e per convincere quante più persone è possibile, e soprattutto coloro che detengono il potere diretto o indiretto di produrre norme valide in quell’ordinamento, a riconoscerlo.
Non c’è dubbio che quando in un convegno di filosofi, e non di giuristi, come il nostro, ci poniamo il problema del fondamento dei diritti dell’uomo, intendiamo affrontare un problema del secondo tipo, ovvero non un problema di diritto positivo, ma di diritto razionale o critico (o se si vuole di diritto naturale, in un senso ristretto, che per me è anche l’unico accettabile, della parola).
Partiamo dal presupposto che i diritti umani sono cose desiderabili, cioè fini meritevoli di essere perseguiti, e che, nonostante la loro desiderabilità, non sono ancora stati tutti, dappertutto, e in egual misura, riconosciuti, e siamo spinti dalla convinzione che il trovarne un fondamento, cioè addurre motivi per giustificare la scelta che abbiamo fatta o che vorremmo fosse fatta anche dagli altri, sia un mezzo adeguato ad ottenerne un più ampio riconoscimento.
Continua a leggere: Leggiamo i classici: il fondamento dei diritti umani per Norberto Bobbio

“Le condizioni principali che, in un paese, favoriscono la pratica maggioritaria sono le seguenti: in primo luogo, quanto più omogenea è la popolazione di un paese - soprattutto riguardo a caratteristiche strettamente legate a orientamenti politici - tanto minore è la probabilità che una maggioranza sostenga linee politiche nocive per una minoranza e, quindi, tanto più probabile è l’esistenza di un ampio consenso circa l’auspicabilità della regola maggioritaria.
Al limite, la popolazione di un paese potrebbe essere tanto omogenea che una maggioranza non potrebbe mai recare danno a una minoranza senza al tempo stesso nuocere ai propri membri - una tesi di Rousseau, che consente a quest’ultimo di affidare con tanta fiducia alla maggioranza le decisioni collettive relative al bene comune.
In secondo luogo, quanto più forte è l’aspettativa dei membri di una minoranza politica di far parte della maggioranza di domani, tanto più la regola maggioritaria parrà loro accettabile, e tanto meno sentiranno l’esigenza di garanzie particolari come il diritto di veto - che tanto più vedranno come un ostacolo alla loro prospettiva di partecipare a un futuro governo maggioritario.
Continua a leggere: Leggiamo i classici: la regola maggioritaria secondo Robert A. Dahl

“Tra i più grandi problemi del processo Eichmann, uno supera per importanza tutti gli altri. Tutti i sistemi giuridici moderni partono dal presupposto che per commettere un crimine occorre l’intenzione di fare del male.
Se c’è una cosa di cui la giurisprudenza del mondo civile si vanta, è proprio di tener conto del fattore soggettivo. Quando manca questa intenzione, quando per qualsiasi ragione (anche di alienazione mentale) la capacità di distinguere il bene dal male è compromessa, noi sentiamo che non possiamo parlare di crimine.
Noi respingiamo e consideriamo barbariche le tesi che ‘un delitto grave offende la natura sicché la stessa terra grida vendetta; che il male viola un’armonia naturale che può essere risanata soltanto con la rappresaglia; che una comunità offesa ha il dovere di punire il criminale in nome di un ordine morale’ (Yosal Rogat).
Continua a leggere: Leggiamo i classici: nazismo e responsabilità secondo Hannah Arendt

“I movimenti totalitari mirano a organizzare le masse, non le classi, come i vecchi partiti d’interessi degli stati nazionali del continente, e neppure i cittadini con opinioni e interessi nei riguardi del disbrigo degli affari pubblici, come i partiti dei paesi anglosassoni.
Mentre tutti i gruppi politici si basano sul loro seguito proporzionale, essi fanno leva sulla nuda forza numerica, dell’ordine di milioni, al punto da rendere impossibile un loro regime, anche nelle circostanze più favorevoli, in paesi con una popolazione relativamente poco numerosa.
Dopo la prima guerra mondiale un’ondata totalitaria e semitotalitaria travolse il continente; movimenti fascisti si diffusero dall’Italia a quasi tutti i paesi dell’Europa centrale e orientale (la parte ceca della Cecoslovacchia fu una delle eccezioni); eppure Mussolini, che tanto amava il termine ’stato totalitario’, non tentò di instaurare un regime totalitario in piena regola, accontentandosi della dittatura del partito unico.
Continua a leggere: Leggiamo i classici: il totalitarismo secondo Hannah Arendt

“Tolleranza non è indifferenza, né presuppone indifferenza. Se siamo indifferenti non siamo interessati: fine del discorso. Nemmeno è vero, come spesso si sostiene, che la tolleranza presuppone un relativismo. Certo, se siamo relativisti siamo aperti a una molteplicità di punti di vista. Ma la tolleranza è tolleranza (lo dice il nome) proprio perché non presuppone una visione relativistica.
Chi tollera ha credenze e principi propri, li ritiene veri, e tuttavia concede che altri hanno il diritto di coltivare ‘credenze sbagliate’. Il punto è importante perché stabilisce che il tollerare non è, né può essere, illimitato. ‘La tolleranza è sempre in tensione e non è mai totale. Se una persona tiene a qualcosa, cercherà di farla accadere; altrimenti è difficile ritenere che davvero ci tenga. Ma non cercherà di farla accadere con qualsiasi mezzo, a ogni costo’ (Lucas).
Allora, qual è l’elasticità della tolleranza? Se la domanda ci fa cercare un confine fisso e prestabilito, quel confine non lo troveremo. Il grado di elasticità della tolleranza può essere stabilito, invece, da tre criteri. Il primo è che dobbiamo sempre fornire ragioni di quel che consideriamo intollerabile (e cioè la tolleranza vieta il dogmatismo).
Continua a leggere: Leggiamo i classici: la tolleranza secondo Giovanni Sartori

“Lo ’scontro di civiltà’ era già molto di moda prima che i terribili eventi dell’11 settembre diffondessero ancora più conflittualità e sfiducia nel mondo. Ma quei terribili eventi hanno avuto l’effetto di amplificare enormemente l’interesse per questo tema. Molti autorevoli commentatori sono stati tentati di vedere un collegamento immediato tra le manifestazioni di conflitti a livello globale e le teorie di un confronto fra civiltà.
Un grande interesse ha accolto la teoria dello scontro di civiltà illustrata con forza nel famoso libro di Samuel Huntington. La più evocata è in particolare la teoria di uno scontro fra la civiltà ‘occidentale’ e la civiltà ‘islamica’.
La teoria dello scontro di civiltà presenta due problemi distinti. Il primo, forse il problema di fondo, riguarda la praticabilità e la rilevanza di un metodo di classificazione delle persone basato sulla civiltà a cui presumibilmente esse ‘appartengono’. L’altro viene dopo, e riguarda l’idea che gli individui, suddivisi in tanti compartimenti ognuno corrispondente a una civiltà, debbano in qualche modo essere antagonisti, che le civiltà a cui appartengono siano cioè reciprocamente ostili.
Continua a leggere: Leggiamo i classici: lo "scontro di civiltà" secondo Amartya Sen

Eccoci qui, seconda puntata della vostra rubrica scelti dai lettori. Oggi, tra i tanti temi che ci avete suggerito lunedì, affronteremo la Chiesa. Quanto ci costa, sia in termini economici che non, avere il Vaticano sul nostro territorio?
Di nuovo, proprio come nella scorsa occasione quando avevamo affrontato il tema della Lega Nord e del federalismo, si potrebbero scrivere libri a riguardo. Noi cercheremo di essere un po’ più sintetici. Sparsa tra i capoversi, troverete una piccola bibliografia per approfondire.
Tutto dopo il salto: buona lettura.
Continua a leggere: Scelti dai lettori: quanto ci costano Chiesa e Vaticano?

“Rispetto Roberto come uomo, non come scrittore. E’ bravissimo a comunicare in video e in tv traspare tutta la sua passione, la sua innocenza. Ma ‘Gomorra’ è un libro furbo, e i suoi lettori sono stati omertosi. Hanno comprato il libro ma non sono scesi in piazza, non si sono incazzati, che era la risposta minima di un Paese civile”.
Sono queste le parole di Gian Paolo Serino, direttore della rivista letteraria Satisfiction, destinate a rimpolpare il tormentone pro o contro Roberto Saviano scatenatosi nelle ultime settimane - ricorderete le parole dell’attaccante del Milan Borriello e del suo presidente, nonché presidente del consiglio, Silvio Berlusconi.
Chi ha letto qualcosa di Serino non può non sapere del suo irrinunciabile amore per la provocazione e la polemica, spesso fine a se stessa, e del suo tentativo di andare sempre a colpire il lettore. Dopo il salto andiamo ad analizzare le sue parole, per capire cosa suggerisce e dove vuole arrivare il suo discorso.
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