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  <title>Polisblog.it</title>
  <subtitle>Politica italiana e estera: notizie di politica on line</subtitle>
  <rights type="html"><![CDATA[2007-2011 Blogo.it]]></rights>
  <updated>2012-05-17T02:53:33+00:00</updated>
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    <title type="html">Recensioni: &quot;La rivincita del Nord&quot;, l&#039;ultimo libro sulla Lega Nord di Roberto Biorcio</title>
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    <author>
      <name>Giulio Mattioli</name>
    </author>
    <published>2010-11-22T12:31:16+00:00</published>
    <updated>2010-11-22T12:31:16+00:00</updated>
    <dc:subject>lega-nord</dc:subject><dc:subject>libri</dc:subject><dc:subject>elettori lega nord</dc:subject><dc:subject>libri lega nord</dc:subject><dc:subject>libri roberto biorcio</dc:subject><dc:subject>roberto biorcio la rivincita del nord</dc:subject>
    <summary type="text"><![CDATA[Di Lega Nord avevamo parlato con Roberto Biorcio (docente di Scienza politica dell&amp;#8217;Università di Milano-Bicocca) circa un anno e mezzo fa, con un&amp;#8217;intervista in due puntate per[...]]]></summary>
    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.polisblog.it/post/9057/recensioni-la-rivincita-del-nord-lultimo-libro-sulla-lega-nord-di-roberto-biorcio"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/polisblog/Biorciolarivincitadelnord2.JPG" class="post" border="0" width="586" height="390" alt="" /><br clear="all" /></p>
<p>Di Lega Nord avevamo parlato con Roberto Biorcio (docente di Scienza politica dell&#8217;Università di Milano-Bicocca) circa un anno e mezzo fa, con un&#8217;<a href="http://www.polisblog.it/post/3845/intervista-a-roberto-biorcio-seconda-parte-la-lega-nord-e-la-sinistra">intervista in due puntate per polisblog</a>. In queste settimane esce nelle librerie il suo nuovo libro sul Carroccio &#8220;<a href="http://www.ibs.it/code/9788842094418/biorcio-roberto/rivincita-del-nord.html">La rivincita del Nord</a>&#8220;, a 13 anni di distanza da &#8220;<a href="http://www.libreriauniversitaria.it/padania-promessa-biorcio-roberto-saggiatore/libro/9788842804567">La Padania promessa</a>&#8221; (1997).</p>
<p>Diversamente da altri volumi sulla Lega comparsi recentemente (e puntualmente recensiti su queste pagine) come &#8220;<a href="http://www.polisblog.it/post/2125/anteprima-romanzo-padano">Romanzo Padano</a>&#8221; e &#8220;<a href="http://www.polisblog.it/post/2127/razza-padana-un-nuovo-libro-sull%E2%80%99enigma-lega-nord">Razza Padana</a>&#8220;, l&#8217;autore non è un giornalista, ma un accademico, e la differenza si sente. </p>
<p>Non tanto nello stile di scrittura, che è del tutto accessibile, ma nello sforzo di andare oltre alla cronaca delle mosse del partito e alle &#8220;biografie esemplari&#8221; dei suoi leader, per cercare di esaminare criticamente alcuni luoghi comuni sul Carroccio. </p>
 <p>&#8220;<em>Vince perchè è radicata nel territorio</em>&#8220;, &#8220;<em>Il suo razzismo è quello degli italiani</em>&#8220;, &#8220;<em>Gli operai ormai votano Lega</em>&#8220;, &#8220;<em>E&#8217; un&#8217;anomalia del tutto italiana</em>&#8220;, &#8220;<em>. E&#8217; l&#8217;unica che ha capito la questione settentrionale</em>&#8220;: affermazioni che sono diventati altrettanti slogan preconfezionati, che i giornalisti ripetono meccanicamente quando si parla di Bossi &#038; co. </p>
<p>Biorcio cerca di esaminare criticamente questi assunti, con l&#8217;obiettivo di smentirli, confermarli o precisarli a seconda dei casi. Il volume è dunque estremamente utile per &#8220;mettere ordine&#8221; nel discorso sulla Lega e sulla sua storia, che ha visto l&#8217;alternarsi tra periodi di forte affermazione elettorali (1992, 1996 e 2008-2010) e altri di stagnazione del consenso. </p>
<p>Non aspettatevi però da &#8220;La rivincita del Nord&#8221; rivelazioni eclatanti o scoperte sociologiche che si prestino ad affermazioni ad effetto. L&#8217;eccezione (che conferma la regola) è costituita dal gustoso paragrafo &#8220;I paradossi del nordismo della Lega&#8221; in cui viene mostrato - dati alla mano - come gli elettori della Lega siano culturalmente più simili agli odiati meridionali che alla media delle regioni del Nord. </p>
<p>I leghisti risultano infatti, rispetto al resto dei settentrionali, più tradizionalisti e autoritari, ma anche meno universalisti, meno benevolenti e fiduciosi verso il prossimo e più chiusi rispetto ai diritti civili individuali: tutte caratteristiche che si avvicinano paradossalmente a quelle dell&#8217;elettorato meridionale. </p>
<p>In sintesi un volume agile e ben documentato che può essere utile a chi vuole farsi un&#8217;idea chiara e non sensazionalistica di quello che l&#8217;ormai trentennale fenomeno Lega ha rappresentato nella storia del nostro paese. Consigliato a chi avrebbe voluto studiare scienze politiche, ma poi per qualche motivo nella vita ha fatto altro.       </p>
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    <title type="html">Libri: 1994, l&#039;anno che ha cambiato l&#039;Italia, di Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari</title>
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      <name>V.</name>
    </author>
    <published>2010-11-19T00:01:53+00:00</published>
    <updated>2010-11-19T00:01:53+00:00</updated>
    <dc:subject>libri</dc:subject><dc:subject>1994 l'anno che ha cambiato l'italia</dc:subject><dc:subject>grimaldi scalettari 1994</dc:subject><dc:subject>in evidenza</dc:subject><dc:subject>luciano scalettari</dc:subject><dc:subject>luigi grimaldi</dc:subject>
    <summary type="text"><![CDATA[Se uno spartiacque, per quanto riguarda il secolo scorso, può essere il 1969 - con la Strage di piazza Fontana a Milano parte la strategia della tensione, la contestazione è in piena ascesa, il[...]]]></summary>
    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.polisblog.it/post/9035/libri-1994-lanno-che-ha-cambiato-litalia-di-luigi-grimaldi-e-luciano-scalettari"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/polisblog/1994chiarelettere.jpg" class="post" border="0" align="left" width="280" height="225" alt="1994 chiarelettere" />Se uno spartiacque, per quanto riguarda il secolo scorso, può essere il 1969 - con la Strage di piazza Fontana a Milano parte la strategia della tensione, la contestazione è in piena ascesa, il terrorismo brigatista è allo stadio germinale - in tempi più recenti, è un altro l&#8217;anno chiave: il 1994. </p>
<p>Cosa accade nel 1994, appena sedici anni fa? Provano a spiegarlo Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari in <strong>1994 - L&#8217;anno che ha cambiato l&#8217;Italia</strong> - uscito da poco per i tipi di Chiarelettere, in un libro denso di dati, di sentenze, di indagini, di nomi e cognomi. Che mischiano fatti apparentemente lontani, ma in realtà legati da un filo rosso. </p>
<p>Penso che a pochi di voi, possa venire in mente di collegare il disastro della Moby Prince e tre morti eccellenti di quegli anni, Ilaria Alpi, Miran Hrovatin e Mauro Rostagno. Eppure un legame c&#8217;è, provato da evidenze processuali. Un libro decisamente consigliabile per rileggere la storia recente in un nuova luce. </p>
 <p>Andate avanti così, senza pensarci: se tornate con la mente a quell&#8217;anno, che cosa vi viene in mente? Sicuramente, la discesa in campo di Silvio Berlusconi, con il &#8220;partito di plastica&#8221; che con la materia derivata dal petrolio ha in comune la tossicità per l&#8217;ambiente, in questo caso, per la vita civile di un Paese. </p>
<p>Ma c&#8217;è anche molto e molto altro in quell&#8217;anno - e negli anni anche precedenti. Siamo in piena crisi della Prima Repubblica, Tangentopoli al tempo è cronaca, anche se gli anni d&#8217;oro del pool - 1992 e 1993 - sono passati. Ma il ricordo del malaffare, della corruzione, è freschissimo. </p>
<p>Ma sono anche gli anni, allargando la nostra prospettiva, della trattativa mafia-stato, delle stragi di mafia - Falcone e Borsellino - e della strategia stragista di Cosa Nostra. Ricorderete certamente le bombe di Milano, Roma e Firenze. Un periodo in cui l&#8217;Italia fu a rischio golpe più di quanto crediate. </p>
<p>Grimaldi e Scalettari, due ottimi giornalisti d&#8217;inchiesta, ci portano per mano nel labirinto dimenticato di quegli anni, <a href="http://www.chiarelettere.it/dettaglio/68085/1994_il_libro_di_luigi_grimaldi_e_luciano_scalettari">così lontani e così vicini</a></p>
<blockquote><p>Mogadiscio, Livorno, Trapani, Palermo, Roma, Milano: tappe di un unico percorso che porta alle stragi di mafia del 1992-1993 e pone sotto una nuova luce la svolta elettorale del 28 marzo 1994, una settimana dopo l’uccisione in Somalia di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, i due giornalisti del Tg3 pronti a mandare in onda un servizio annunciato e clamoroso.</p>
<p>Un percorso che parla di traffici internazionali di armi, del coinvolgimento di personaggi della comunità per tossicodipendenti di Mauro Rostagno e del suo socio Francesco Cardella.</p>
<p>E degli affari sporchi dei socialisti e della mafia, soprattutto trapanese, non quella delle coppole storte ma dei colletti bianchi e della massoneria.</p>
<p>In prima linea anche uomini importanti nel progetto Dell’Utri per la nascita di Forza Italia. Ecco la faccia nascosta della Seconda repubblica.</p></blockquote>
<p>Decisamente consigliato. </p>
<p><em><strong>1994 - L&#8217;anno che ha cambiato l&#8217;Italia</strong><br />
di Luigi Grimaldi e Luciano Scalettari,<br />
Chiarelettere, pp. 482, euro 16,60 </em></p>
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    <title type="html">Leggiamo i classici: il fondamento dei diritti umani per Norberto Bobbio</title>
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      <name>Alessandro</name>
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    <published>2010-09-11T14:00:05+00:00</published>
    <updated>2010-09-11T14:00:05+00:00</updated>
    <dc:subject>libri</dc:subject><dc:subject>dichiarazione diritti uomo</dc:subject><dc:subject>diritti umani</dc:subject><dc:subject>età dei diritti</dc:subject><dc:subject>fondamento diritti</dc:subject><dc:subject>norberto bobbio</dc:subject>
    <summary type="text"><![CDATA[&amp;#8220;Il problema del fondamento di un diritto si prospetta diversamente secondo che si tratti di cercare il fondamento di un diritto che si ha o di un diritto che si vorrebbe avere. Nel primo caso[...]]]></summary>
    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.polisblog.it/post/8537/leggiamo-i-classici-il-fondamento-dei-diritti-umani-per-norberto-bobbio"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/polisblog/BobbioLetdeidiritti.jpg" class="post" border="0" align="left" width="147" height="240" alt="Bobbio, L&#39;et&Atilde;&nbsp; dei diritti" /></p>
<p>&#8220;Il problema del fondamento di un diritto si prospetta diversamente secondo che si tratti di cercare il fondamento di un <em>diritto che si ha</em> o di un <em>diritto che si vorrebbe avere</em>. Nel primo caso andrò a cerca nell&#8217;ordinamento giuridico positivo, di cui faccio parte come titolare di diritti e doveri, se vi sia una norma valida che lo riconosca e quale sia; nel secondo caso andrò alla ricerca di buone ragioni per sostenerne la legittimità e per convincere quante più persone è possibile, e soprattutto coloro che detengono il potere diretto o indiretto di produrre norme valide in quell&#8217;ordinamento, a riconoscerlo.</p>
<p>Non c&#8217;è dubbio che quando in un convegno di filosofi, e non di giuristi, come il nostro, ci poniamo il problema del fondamento dei diritti dell&#8217;uomo, intendiamo affrontare un problema del secondo tipo, ovvero non un problema di diritto positivo, ma di diritto razionale o critico (o se si vuole di diritto naturale, in un senso ristretto, che per me è anche l&#8217;unico accettabile, della parola).</p>
<p>Partiamo dal presupposto che i diritti umani sono cose desiderabili, cioè fini meritevoli di essere perseguiti, e che, nonostante la loro desiderabilità, non sono ancora stati tutti, dappertutto, e in egual misura, riconosciuti, e siamo spinti dalla convinzione che il trovarne un fondamento, cioè addurre motivi per giustificare la scelta che abbiamo fatta o che vorremmo fosse fatta anche dagli altri, sia un mezzo adeguato ad ottenerne un più ampio riconoscimento.</p>
 <p>Dallo scopo che la ricerca del fondamento si propone nasce l&#8217;illusione del fondamento assoluto, l&#8217;illusione cioè che, a furia di accumulare e vagliare ragioni ed argomenti, si finirà per trovare la ragione e l&#8217;argomento irresistibile cui nessuno potrà rifiutare di dare la propria adesione. Il fondamento assoluto è il fondamento irresistibile nel mondo delle nostre idee, allo stesso modo che il potere assoluto è il potere irresistibile (si pensi ad Hobbes) nel mondo delle nostre azioni.</p>
<p>Di fronte al fondamento irresistibile si piega necessariamente la mente, così come di fronte al potere irresistibile si piega necessariamente la volontà. Il fondamento ultimo non è ulteriormente discutibile così come il potere ultimo deve essere ubbidito senza discutere.  </p>
<p>[&#8230;] Questa illusione fu comune per secoli ai giusnaturalisti, i quali credettero di aver messo certi diritti (ma non erano sempre gli stessi) al riparo di ogni possibile confutazione derivandoli direttamente dalla natura dell&#8217;uomo. Ma come fondamento assoluto di diritti irresistibili la natura dell&#8217;uomo dimostrò di essere molto fragile.</p>
<p>Non è il caso di ripetere le infinite critiche rivolte alla dottrina dei diritti naturali né di svelare ancora una volta la capziosità degli argomenti adoperati per dimostrarne il valore assoluto. Basterà ricordare che molti diritti, anche i più diversi fra loro, anche i meno fondamentali - fondamentali solo secondo l&#8217;opinione di chi li sosteneva - furono fatti risalire alla generosa e compiacente natura dell&#8217;uomo. [&#8230;] Questa illusione oggi non è più possibile; ogni ricerca del fondamento assoluto è, a sua volta, infondata. </p>
<p>[&#8230;] Prima di tutto, non si può dire che i diritti dell&#8217;uomo siano stati rispettati di più nelle età in cui i dotti erano concordi nel ritenere di aver trovato per difenderli un argomento inconfutabile, cioè un fondamento assoluto: la loro derivabilità dall&#8217;essenza o dalla natura dell&#8217;uomo. In secondo luogo, nonostante la crisi dei fondamenti, per la prima volta in questi decenni la maggior parte dei governi esistenti hanno proclamato di comune accordo una Dichiarazione universale dei diritti dell&#8217;uomo.</p>
<p>Di conseguenza, dopo questa dichiarazione il problema dei fondamenti ha perduto gran parte del suo interesse. Se la maggior parte dei governi esistenti si sono accordati in una dichiarazione comune, è segno che hanno trovato buone ragioni per farlo. Perciò, ora non si tratta tanto di cercare altre ragioni, o addirittura, come vorrebbero i giusnaturalisti redivivi, la ragione delle ragioni, ma di porre le condizioni per una più ampia e scrupolosa attuazione dei diritti proclamati.</p>
<p>[&#8230;] Il problema di fondo relativo ai diritti dell&#8217;uomo è oggi non tanto quello di <em>giustificarli</em>, quanto quello di <em>proteggerli</em>. E&#8217; un problema non filosofico ma politico&#8221;.</p>
<p>N. Bobbio, <em>L&#8217;età dei diritti</em>, Einaudi, Torino 1990, 5-16.</p>
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    <title type="html">Leggiamo i classici: la regola maggioritaria secondo Robert A. Dahl</title>
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    <author>
      <name>Alessandro</name>
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    <published>2010-08-28T12:00:25+00:00</published>
    <updated>2010-08-28T12:00:25+00:00</updated>
    <dc:subject>libri</dc:subject><dc:subject>democrazia</dc:subject><dc:subject>maggioranza</dc:subject><dc:subject>regola maggioritaria</dc:subject><dc:subject>robert dahl</dc:subject>
    <summary type="text"><![CDATA[&amp;#8220;Le condizioni principali che, in un paese, favoriscono la pratica maggioritaria sono le seguenti: in primo luogo, quanto più omogenea è la popolazione di un paese - soprattutto riguardo a[...]]]></summary>
    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.polisblog.it/post/8420/leggiamo-i-classici-la-regola-maggioritaria-secondo-robert-a-dahl"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/polisblog/Dahl.jpg" class="post" border="0" align="left" width="179" height="250" alt="Dahl" /></p>
<p>&#8220;Le condizioni principali che, in un paese, favoriscono la pratica maggioritaria sono le seguenti: in primo luogo, quanto più omogenea è la popolazione di un paese - soprattutto riguardo a caratteristiche strettamente legate a orientamenti politici - tanto minore è la probabilità che una maggioranza sostenga linee politiche nocive per una minoranza e, quindi, tanto più probabile è l&#8217;esistenza di un ampio consenso circa l&#8217;auspicabilità della regola maggioritaria.</p>
<p>Al limite, la popolazione di un paese potrebbe essere tanto omogenea che una maggioranza non potrebbe mai recare danno a una minoranza senza al tempo stesso nuocere ai propri membri - una tesi di Rousseau, che consente a quest&#8217;ultimo di affidare con tanta fiducia alla maggioranza le decisioni collettive relative al bene comune.</p>
<p>In secondo luogo, quanto più forte è l&#8217;aspettativa dei membri di una minoranza politica di far parte della maggioranza di domani, tanto più la regola maggioritaria parrà loro accettabile, e tanto meno sentiranno l&#8217;esigenza di garanzie particolari come il diritto di veto - che tanto più vedranno come un ostacolo alla loro prospettiva di partecipare a un futuro governo maggioritario.</p>
 <p>Infine, o in conseguenza delle prime due menzionate o per altre ragioni, la regola maggioritaria acquisterà un seguito maggiore tra i componenti di una minoranza, se essi avranno fiducia nel fatto che le decisioni collettive non metteranno mai seriamente in pericolo gli elementi fondamentali del loro stile di vita, né dal punto di vista religioso, né da quello linguistico, economico, della sicurezza e via dicendo.</p>
<p>Al contrario, nella misura in cui manchino una o più di queste condizioni, certi gruppi saranno portari a opporre resistenza alla regola rigidamente maggioritaria e a negare la legittimità delle decisioni maggioritarie. [&#8230;] La maggior parte dei paesi del mondo manca di queste condizioni (come anche, spesso, di altri fattori favorevoli alla democrazia); questa è, quindi, una delle ragioni per cui tanti paesi non sono democratici.</p>
<p>Ma anche in paesi con istituzioni (altrimenti) democratiche - o poliarchiche - le condizioni favorevoli al maggioritarismo che abbiamo appena elencato sono frequentemente deboli o assenti. Di conseguenza, in questi paesi democratici, il rigido maggioritarismo è stato generalmente respinto in favore di diversi assetti non maggioritari e consensuali per il processo decisionale collettivo.</p>
<p>Confrontati con condizioni che minerebbero gravemente la portata e la legittimità della regola maggioritaria, i democratici preferiscono in genere adottare delle limitazioni al maggioritarismo. Sostenere che così facendo essi debbono <em>necessariamente</em> violare i requisiti del processo democratico mi sembra infondato.</p>
<p>Il risultato del nostro esame della regola maggioritaria è in conclusione il seguente: la ricerca di un&#8217;unica regola per definire come debbano essere prese le decisioni collettive in un sistema governato in base al processo democratico è destinata a fallire. A quanto pare, è impossibile trovare una regola di questo tipo.</p>
<p>D&#8217;altro canto, i difetti della regola maggioritaria sono troppo gravi perché si possa non tenerne conto; essi ci costringono a considerare con estremo scetticismo l&#8217;affermazione secondo cui il processo democratico richiede necessariamente la regola maggioritaria. Siamo però autorizzati a essere altrettanto scettici sulle asserzioni secondo cui un&#8217;alternativa sarebbe chiaramente superiore alla regola maggioritaria, o più compatibile con il processo democratico e con i suoi valori; anche tutte le alternative alla regola maggioritaria, infati, sono gravemente lacunose.</p>
<p>Possiamo quindi ragionevolmente concludere che i giudizi riguardanti la regola migliore per prendere decisioni collettive debbono essere formulati solo dopo un&#8217;attenta valutazione delle probabili circostanze in cui tali decisioni verranno prese. Questa conclusione è compatibile con l&#8217;esperienza effettiva di diversi paesi democratici, in cui è stata adottata una grande varietà di regole e procedure.</p>
<p>Adottando o respingendo la regola maggioritaria, i popoli dei paesi democratici non hanno necessariamente violato il processo democratico o i valori che lo giustificano. In condizioni diverse, infatti, il processo democratico può essere adeguatamente portato avanti adottando regole diverse per prendere decisioni collettive&#8221;.</p>
<p>Robert A. Dahl, <em>La democrazia e i suoi critici</em> (1990), trad. it., Editori Riuniti, Roma 2005, pp. 240-242. </p>
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    <title type="html">Leggiamo i classici: nazismo e responsabilità secondo Hannah Arendt</title>
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      <name>Alessandro</name>
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    <published>2010-08-14T08:00:01+00:00</published>
    <updated>2010-08-14T08:00:01+00:00</updated>
    <dc:subject>la-storia-sottovoce</dc:subject><dc:subject>libri</dc:subject><dc:subject>eichmann</dc:subject><dc:subject>hannah arendt</dc:subject><dc:subject>leggiamo i classici</dc:subject><dc:subject>nazismo</dc:subject><dc:subject>olocausto</dc:subject><dc:subject>responsabilità</dc:subject>
    <summary type="text"><![CDATA[&amp;#8220;Tra i più grandi problemi del processo Eichmann, uno supera per importanza tutti gli altri. Tutti i sistemi giuridici moderni partono dal presupposto che per commettere un crimine occorre[...]]]></summary>
    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.polisblog.it/post/8355/leggiamo-i-classici-nazismo-e-responsabilita-secondo-hannah-arendt"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/polisblog/ArendtLabanalitdelmale.jpg" class="post" border="0" align="left" width="155" height="240" alt="Arendt, La banalit&Atilde;&nbsp; del male" /></p>
<p>&#8220;Tra i più grandi problemi del processo Eichmann, uno supera per importanza tutti gli altri. Tutti i sistemi giuridici moderni partono dal presupposto che per commettere un crimine occorre l&#8217;intenzione di fare del male.</p>
<p>Se c&#8217;è una cosa di cui la giurisprudenza del mondo civile si vanta, è proprio di tener conto del fattore soggettivo. Quando manca questa intenzione, quando per qualsiasi ragione (anche di alienazione mentale) la capacità di distinguere il bene dal male è compromessa, noi sentiamo che non possiamo parlare di crimine. </p>
<p>Noi respingiamo e consideriamo barbariche le tesi che &#8216;un delitto grave offende la natura sicché la stessa terra grida vendetta; che il male viola un&#8217;armonia naturale che può essere risanata soltanto con la rappresaglia; che una comunità offesa ha il dovere di punire il criminale in nome di un ordine morale&#8217; (Yosal Rogat).</p>
 <p>E tuttavia a noi sembra innegabile che fu proprio in base a questi principi antiquati che Eichmann venne tradotto in giudizio, e che questi principi furono la più vera ragione della sua condanna a morte. Poiché egli era stato implicato e aveva avuto un ruolo centrale in un&#8217;impresa il cui scopo dichiarato era cancellare per sempre certe &#8216;razze&#8217; dalla faccia della terra, per questo doveva essere eliminato.</p>
<p>E se è vero che &#8216;la giustizia non solo va fatta, ma si deve anche vedere&#8217;, tutti avrebbero visto che il processo di Gerusalemme era giusto se i giudici avessero avuto il coraggio di rivolgersi all&#8217;imputato più o meno come segue:</p>
<p>&#8216;Tu hai ammesso che il crimine commesso contro il popolo ebraico nell&#8217;ultima guerra è stato il più grande crimine della storia, ed hai ammesso di avervi partecipato. Ma tu hai detto di non aver mai agito per bassi motivi, di non aver mai avuto tendenze omicide, di non aver mai odiato gli ebrei, e tuttavia hai sostenuto che non potevi agire altrimenti e che non ti senti colpevole.</p>
<p>A nostro avviso è difficile, anche se non del tutto impossibile, credere alle tue parole; in questo campo di motivi e di coscienza vi sono contro di te alcuni elementi, anche se non molti, che possono essere provati al di là di ogni ragionevole dubbio.Tu hai anche detto che la parte da te avuta nella soluzione finale fu casuale e che, più o meno, chiunque altro avrebbe potuto prendere il tuo posto: sicché quasi tutti i tedeschi sarebbero ugualmente colpevoli, potenzialmente.</p>
<p>Ma il senso del tuo discorso era che dove tutti o quasi tutti sono colpevoli, nessuno lo è. Questa è in verità un&#8217;idea molto comune, ma noi non siamo disposti ad accettarla. E se tu non comprendi le nostre obiezioni, vorremmo ricordarti la storia di Sodoma e di Gomorra, di cui parla la Bibbia: due città vicine che furono distrutte da una pioggia di fuoco perché tutti gli abitanti erano ugualmente colpevoli.</p>
<p>Tutto questo, sia detto per inciso, non ha nulla a che vedere con la nuova idea della &#8216;colpa collettiva&#8217;, secondo la quale gli individui sono o si sentono colpevoli di cose fatte in loro nome ma non da loro, cose a cui non hanno partecipato e da cui non hanno tratto alcun profitto.  In altre parole, colpa e innocenza dinanzi alla legge sono due entità oggettive, e quand&#8217;anche ottanta milioni di tedeschi avessero fatto come te, non per questo tu potresti essere scusato.</p>
<p>Fortunatamente non è così. Tu stesso hai affermato che solo in potenza i cittadini di uno Stato che aveva eretto i crimini più inauditi a sua principale finalità politica erano tutti egualmente colpevoli; non in realtà. E quali che siano stati gli accidenti esterni o interiori che ti spinsero a divenire un criminale, c&#8217;è un abisso tra ciò che tu hai fatto realmente e ciò che gli altri potevano fare, tra l&#8217;attuale e il potenziale. </p>
<p>Noi qui ci occupiamo soltanto di ciò che tu hai fatto, e non dell&#8217;eventuale non-criminalità della tua vita interiore e dei tuoi motivi, o della potenziale criminalità di coloro che ti circondavano. Tu ci hai narrato la tua storia presentandocela come la storia di un uomo sfortunato, e noi, conoscendo le circostanze, siamo disposti fino a un certo punto ad ammettere che in circostanze più favorevoli ben difficilmente tu saresti comparso dinanzi a noi o dinanzi a qualsiasi altro tribunale.</p>
<p>Ma anche supponendo che soltanto la sfortuna ti abbia trasformato in un volontario strumento dello sterminio, resta sempre il fatto che tu hai eseguito e perciò attivamente appoggiato una politica di sterminio. La politica non è un asilo: in politica obbedire e appoggiare sono la stessa cosa. E come tu hai appoggiato e messo in pratica una politica il cui senso era di non coabitare su questo pianeta con il popolo ebraico e con varie altre razze (quasi che tu e i tuoi superiori aveste il diritto di stabilire chi deve e chi non deve abitare la terra), noi riteniamo che nessuno, cioè nessun essere umano desideri coabitare con te. Per questo, e solo per questo, tu devi essere impiccato&#8217;&#8221;.</p>
<p>Hannah Arendt, <em>La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme</em> (1963), trad. it., Feltrinelli, Milano 2001, pp. 282-284.</p>
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    <title type="html">Leggiamo i classici: il totalitarismo secondo Hannah Arendt</title>
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      <name>Alessandro</name>
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    <published>2010-08-07T00:05:41+00:00</published>
    <updated>2010-08-07T00:05:41+00:00</updated>
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    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.polisblog.it/post/8327/leggiamo-i-classici-il-totalitarismo-secondo-hannah-arendt"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/polisblog/ArendtLeoriginideltotalitarismo.jpg" class="post" border="0" align="left" width="161" height="250" alt="Arendt, Le origini del totalitarismo" /></p>
<p>&#8220;I movimenti totalitari mirano a organizzare le masse, non le classi, come i vecchi partiti d&#8217;interessi degli stati nazionali del continente, e neppure i cittadini con opinioni e interessi nei riguardi del disbrigo degli affari pubblici, come i partiti dei paesi anglosassoni.</p>
<p>Mentre tutti i gruppi politici si basano sul loro seguito proporzionale, essi fanno leva sulla nuda forza numerica, dell&#8217;ordine di milioni, al punto da rendere impossibile un loro regime, anche nelle circostanze più favorevoli, in paesi con una popolazione relativamente poco numerosa.</p>
<p>Dopo la prima guerra mondiale un&#8217;ondata totalitaria e semitotalitaria  travolse il continente; movimenti fascisti si diffusero dall&#8217;Italia a quasi tutti i paesi dell&#8217;Europa centrale e orientale (la parte ceca della Cecoslovacchia fu una delle eccezioni); eppure Mussolini, che tanto amava il termine &#8217;stato totalitario&#8217;, non tentò di instaurare un regime totalitario in piena regola, accontentandosi della dittatura del partito unico.</p>
 <p>Dittature sostanzialmente non diverse sorsero in Romania, in Polonia, negli stati baltici, in Ungheria, in Portogallo e infine in Spagna. I nazisti, che avevano un istinto infallibile per tali differenze, usavano criticare sdegnosamente i difetti degli alleati fascisti, mentre la loro genuina ammirazione per il regime bolscevico era frenata soltanto dal disprezzo per le razze dell&#8217;Europa orientale.</p>
<p>L&#8217;unico uomo per cui Hitler avesse un &#8216;rispetto incondizionato&#8217; era il &#8216;geniale Stalin&#8217;; e anche se sulla Russia non possediamo (e presumibilmente non possederemo mai) il ricco materiale documentario di cui disponiamo per la Germania, sappiamo dal discorso di Chruscev al XX congresso del partito che Stalin si fidava soltanto di un uomo, e quello era Hitler.</p>
<p>[&#8230;]</p>
<p>I movimenti totalitari trovano un terreno fertile per il loro sviluppo dovunque ci sono delle masse che per una ragione o per l&#8217;altra si sentono spinte all&#8217;organizzazione politica, pur non essendo tenute unite da un interesse comune e mancando di una specifica coscienza classista, incline a proporsi obiettivi ben definiti, limitati e conseguibili.</p>
<p>Il termine &#8216;massa&#8217; si riferisce soltanto a gruppi che, per l&#8217;entità numerica o per indifferenza verso gli affari pubblici o per entrambe le ragioni, non possono inserirsi in un&#8217;organizzazione basata sulla comunanza di interessi, in un partito politico, in un&#8217;amministrazione locale, in un&#8217;associazione professionale o in un sindacato.</p>
<p>Potenzialmente, essa esiste in ogni paese e forma la maggioranza della folta schiera di persone politicamente neutrali che non aderiscono mai a un partito e fanno fatica a recarsi alle urne.</p>
<p>Fatto caratteristico, i movimenti totalitari europei, quelli fascisti come quelli comunisti dopo il 1930, reclutarono i loro membri da questa massa di gente manifestamente indifferente, che tutti gli altri partiti avevano lasciato da parte perché troppo apatica o troppo stupida. Il risultato fu che in maggioranza essi furono composti da persone che non erano mai apparse prima sulla scena politica.</p>
<p>Ciò consentì l&#8217;introduzione di metodi interamente nuovi nella propaganda e un atteggiamento d&#8217;indifferenza per gli argomenti degli avversari; oltre a porsi al di fuori e contro il sistema dei partiti nel suo insieme, tali movimenti trovarono un seguito in settori che non erano mai stati raggiunti, o &#8216;guastati&#8217; da quel sistema.</p>
<p>Quindi non ebbero bisogno di confutare le opinioni contrarie preferendo metodi di terrore e guerra civile alla persuasione. Facevano risalire il dissenso a profonde origini naturali, sociali o psicologiche, sottratte al controllo dell&#8217;individuo e al potere della ragione.</p>
<p>Ciò sarebbe stato uno svantaggio se fossero seriamente entrati in concorrenza coi partiti esistenti; non lo fu quando si rivolsero a persone che avevano motivo di essere altrettanto ostili a questi ultimi&#8221;.</p>
<p>Hannah Arendt, <em>Le origini del totalitarismo</em>, trad. it., Einaudi, Torino 2010, pp. 427-432.</p>
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    <title type="html">Leggiamo i classici: la tolleranza secondo Giovanni Sartori</title>
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      <name>Alessandro</name>
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    <published>2010-07-31T11:50:53+00:00</published>
    <updated>2010-07-31T11:50:53+00:00</updated>
    <dc:subject>libri</dc:subject><dc:subject>giovanni sartori</dc:subject><dc:subject>leggiamo i classici</dc:subject><dc:subject>multiculturalismo</dc:subject><dc:subject>pluralismo</dc:subject><dc:subject>relativismo</dc:subject><dc:subject>tolleranza</dc:subject>
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    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.polisblog.it/post/8268/leggiamo-i-classici-la-tolleranza-secondo-giovanni-sartori"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/polisblog/Sartori.jpg" class="post" border="0" align="left" width="150" height="240" alt="Sartori" /></p>
<p>&#8220;Tolleranza non è indifferenza, né presuppone indifferenza. Se siamo indifferenti non siamo interessati: fine del discorso. Nemmeno è vero, come spesso si sostiene, che la tolleranza presuppone un relativismo. Certo, se siamo relativisti siamo aperti a una molteplicità di punti di vista. Ma la tolleranza è tolleranza (lo dice il nome) proprio perché non presuppone una visione relativistica.</p>
<p>Chi tollera ha credenze e principi propri, li ritiene veri, e tuttavia concede che altri hanno il diritto di coltivare &#8216;credenze sbagliate&#8217;. Il punto è importante perché stabilisce che il tollerare non è, né può essere, illimitato. &#8216;La tolleranza è sempre in tensione e non è mai totale. Se una persona tiene a qualcosa, cercherà di farla accadere; altrimenti è difficile ritenere che davvero ci tenga. Ma non cercherà di farla accadere con qualsiasi mezzo, a ogni costo&#8217; (Lucas).</p>
<p>Allora, qual è l&#8217;elasticità della tolleranza? Se la domanda ci fa cercare un confine fisso e prestabilito, quel confine non lo troveremo. Il grado di elasticità della tolleranza può essere stabilito, invece, da tre criteri. Il primo è che dobbiamo sempre fornire ragioni di quel che consideriamo intollerabile (e cioè la tolleranza vieta il dogmatismo).</p>
 <p>Il secondo criterio coinvolge l&#8217;<em>harm principle</em>, il principio &#8216;di non far male&#8217;, di non danneggiare. Insomma, non siamo tenuti a tollerare comportamenti che infliggono danno o torto. E il terzo criterio è sicuramente la <em>reciprocità</em>: nell&#8217;essere tolleranti verso altri ci aspettiamo, a nostra volta, di esserne tollerati&#8221;.</p>
<p>Giovanni Sartori, <em>Pluralismo multiculturalismo e estranei. Saggio sulla società multietnica</em>, Rizzoli, Milano 2000, pp. 37-38.</p>
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    <title type="html">Leggiamo i classici: lo &quot;scontro di civiltà&quot; secondo Amartya Sen</title>
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      <name>Alessandro</name>
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    <published>2010-07-24T13:30:13+00:00</published>
    <updated>2010-07-24T13:30:13+00:00</updated>
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    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.polisblog.it/post/8206/leggiamo-i-classici-lo-scontro-di-civilta-secondo-amartya-sen"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/polisblog/Sen.jpg" class="post" border="0" align="left" width="231" height="360" alt="Sen" /></p>
<p>&#8220;Lo &#8217;scontro di civiltà&#8217; era già molto di moda prima che i terribili eventi dell&#8217;11 settembre diffondessero ancora più conflittualità e sfiducia nel mondo. Ma quei terribili eventi hanno avuto l&#8217;effetto di amplificare enormemente l&#8217;interesse per questo tema. Molti autorevoli commentatori sono stati tentati di vedere un collegamento immediato tra le manifestazioni di conflitti a livello globale e le teorie di un confronto fra civiltà.</p>
<p>Un grande interesse ha accolto la teoria dello scontro di civiltà illustrata con forza nel famoso libro di Samuel Huntington. La più evocata è in particolare la teoria di uno scontro fra la civiltà &#8216;occidentale&#8217; e la civiltà &#8216;islamica&#8217;.</p>
<p>La teoria dello scontro di civiltà presenta due problemi distinti. Il primo, forse il problema di fondo, riguarda la praticabilità e la rilevanza di un metodo di classificazione delle persone basato sulla civiltà a cui presumibilmente esse &#8216;appartengono&#8217;. L&#8217;altro viene dopo, e riguarda l&#8217;idea che gli individui, suddivisi in tanti compartimenti ognuno corrispondente a una civiltà, debbano in qualche modo essere antagonisti, che le civiltà a cui appartengono siano cioè reciprocamente ostili.</p>
 <p>Alla base della tesi di uno scontro di civiltà c&#8217;è un&#8217;idea molto più generale sulla possibilità di considerare le persone in primo luogo come membri di questa o quell&#8217;altra civiltà. I rapporti tra diversi individui, nel mondo, possono essere considerati, secondo questo approccio riduzionistico, come rapporti tra le rispettive civiltà di (presunta) appartenenza.</p>
<p>[&#8230;] Considerare qualsiasi individuo innanzitutto come mebro di una civiltà (ad esempio, nella classificazione di Huntington, come membro del &#8216;mondo occidentale&#8217;, del &#8216;mondo islamico&#8217;, del &#8216;mondo induista&#8217; o del &#8216;mondo buddista&#8217;) equivale già a ridurre le persone a quest&#8217;unica dimensione. La tesi dello scontro di civiltà, quindi, mostra i suoi limiti ben prima di arrivare a interrogarsi se sia effettivamente inevitabile - o anche semplicemente normale - che queste diverse civiltà (in cui viene rigorosamente suddivisa la popolazione mondiale) entrino in conflitto fra di loro.</p>
<p>Qualsiasi risposta diamo a questa domanda, anche in questa formulazione restrittiva, attribuiamo implicitamente credibilità alla presunta importanza esclusiva di quel metodo di classificazione rispetto a tutti gli altri modi in cui può essere suddivisa la popolazione mondiale&#8221;.</p>
<p>Amartya Sen, Identità e violenza (2006), trad. it., Laterza, Roma-Bari 2006, pp. 42-43.</p>
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    <title type="html">Scelti dai lettori: quanto ci costano Chiesa e Vaticano?</title>
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      <name>V.</name>
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    <published>2010-06-26T10:10:45+00:00</published>
    <updated>2010-06-26T10:10:45+00:00</updated>
    <dc:subject>libri</dc:subject><dc:subject>scelti-dai-lettori</dc:subject><dc:subject>breccia porta pia 1870</dc:subject><dc:subject>curzio maltese</dc:subject><dc:subject>gianluigi nuzzi</dc:subject><dc:subject>inchiesta report ior</dc:subject><dc:subject>michele ainis</dc:subject><dc:subject>quanto ci costa il vaticano</dc:subject><dc:subject>quanto costa la chiesa</dc:subject><dc:subject>quanto incassa l'otto per mille</dc:subject>
    <summary type="text"><![CDATA[Eccoci qui, seconda puntata della vostra rubrica scelti dai lettori. Oggi, tra i tanti temi che ci avete suggerito lunedì, affronteremo la Chiesa. Quanto ci costa, sia in termini economici che non,[...]]]></summary>
    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.polisblog.it/post/8025/scelti-dai-lettori-quanto-ci-costano-chiesa-e-vaticano"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/polisblog/sceltilettorivaticanoquantocosta.jpg" class="post" border="0" width="586" height="230" alt="sceltilettorivaticanoquantocosta" /><br clear="all" /></p>
<p>Eccoci qui, seconda puntata della vostra rubrica <a href="http://www.polisblog.it/categoria/scelti-dai-lettori">scelti dai lettori</a>. Oggi, tra i tanti temi che ci avete suggerito lunedì, affronteremo la Chiesa. Quanto ci costa, sia in termini economici che non, avere il Vaticano sul nostro territorio?</p>
<p>Di nuovo, proprio come nella scorsa occasione quando avevamo affrontato il tema <a href="http://www.polisblog.it/post/7960/scelti-dai-lettori-lega-a-quando-il-federalismo">della Lega Nord e del federalismo</a>, si potrebbero scrivere libri a riguardo. Noi cercheremo di essere un po&#8217; più sintetici. Sparsa tra i capoversi, troverete una piccola bibliografia per approfondire.</p>
<p>Tutto dopo il salto: buona lettura. </p>
 <p><img src="http://static.blogo.it/polisblog/brecciaportapiawikipedia.jpg" class="post" border="0" width="586" height="428" alt="breccia porta pia wikipedia" /><br clear="all" /></p>
<p>In questa foto qui sopra, <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/File:BrecciaPortaPia.jpg">di pubblico dominio</a> - sono passati un po&#8217; di anni da quando è stata scattata&#8230; - che cosa vedete? Vedete, sulla destra, delle mura crollate. Si tratta della Breccia di Porta Pia. </p>
<p>Un&#8217;immagine che si può datare tra il 20 e il 25 settembre 1870: Cavour riteneva che l&#8217;annessione di Roma fosse fondamentale per l&#8217;unità d&#8217;Italia, e agì di conseguenza. Da quel momento cosa cambia?</p>
<p>Cambia molto: perché da allora, e non potrebbe essere altrimenti, c&#8217;è una specie di ombra che grava sui rapporti tra Stato e Chiesa in Italia, un&#8217;ombra molto simile a qualcosa che i cattolici conoscono molto bene: un peccato originale. </p>
<p>Quel peccatuccio originale, quanto ci costa? Vediamo: <strong>Curzio Maltese</strong> nel 2007, si dedica proprio a questo tema. Traccia del suo lavoro <a href="http://www.repubblica.it/2007/09/sezioni/cronaca/conti-della-chiesa/conti-della-chiesa/conti-della-chiesa.html">si trova ancora negli archivi</a> di Repubblica. </p>
<p>Non che decenni prima la Chiesa e il Vaticano facessero fatica a mettere insieme il pranzo e la cena, ma di sicuro c&#8217;è una data e un personaggio chiave nella storia economico-finanziaria del Vaticano: il 1990 e il Cardinale Camillo Ruini. </p>
<blockquote><p>Le ragioni dell&#8217;ascesa di Ruini sono legate all&#8217;intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un&#8217;altra chiave per leggerne la parabola si chiama &#8220;otto per mille&#8221;. Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull&#8217;Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all&#8217;anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l&#8217;ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari</p></blockquote>
<p>La CEI, Conferenza Episcopale Italiana, non è un&#8217;istituzione antichissima: anzi. <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Conferenza_Episcopale_Italiana">La CEI nasce nel 1952</a>, ma conta poco o nulla fino agli anni ottanta, fino a quando ci arriva Ruini. </p>
<p>Grazie agli eccellenti archivi di Radio Radicale, possiamo tirare fuori qualche cifra interessante: il primo dato è il miliardo di euro, circa, derivante dell&#8217;otto per mille. Ma non è neanche l&#8217;antipasto, sono proprio spiccioli, sono <em>argent de poche</em>.</p>
<p>Il quote qui sotto, preso sempre <a href="http://www.radioradicale.it/i-conti-della-chiesa-ecco-quanto-ci-costa">dall&#8217;inchiesta di Curzio Maltese del 2007</a>, vi mostra che la cifra è più vicina ai quattro miliardi di euro - il costo che paghiamo noi, cittadini italiani, con le nostre tasse. </p>
<blockquote><p>
La prima voce comprende il <strong>miliardo di euro</strong> dell’otto per mille, i <strong>650 milioni</strong> per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell’ora di religione («Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire», nell’opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri <strong>700 milioni</strong> versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. </p>
<p>Poi c’è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (<strong>3500 miliardi di lire</strong>) all’ultimo raduno di Loreto (<strong>2,5 milioni di euro</strong>), per una media annua, nell’ultimo decennio, di <strong>250 milioni</strong>. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un’inchiesta dell’Unione Europea per «aiuti di Stato». </p>
<p>L’elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice <strong>fra 400 ai 700 milioni</strong> il mancato incasso per l’Ici (stime «non di mercato» dell’associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri <strong>600 milioni l’elusione fiscale</strong> legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l’Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. </p>
<p>Il totale supera i <strong>quattro miliardi</strong> all’anno, dunque una mezza finanziaria, <strong>un Ponte sullo Stretto</strong> o un Mose all’anno, più qualche decina di milioni</p></blockquote>
<p>E qui, direi che abbiamo risposto alla vostra domanda: quanto ci costa il Vaticano? Mica poco! Vediamo di approfondire con qualche altro testo. Maltese segnala un volume di un giornalista dell&#8217;Avvenire - quotidiano della CEI - intitolato &#8220;Chiesa Padrona&#8221;. </p>
<p>Curiosamente, anche <a href="http://www.polisblog.it/post/5881/recensione-la-cura-di-michele-ainis">il costituzionalista <strong>Michele Ainis</strong></a> ha intitolato un suo volume allo stesso modo: di quest&#8217;ultimo, si può leggere una recensione <a href="http://www.uaar.it/ateismo/opere/michele_ainis_chiesa_padrona">sul sito di UAAR</a> - l&#8217;Unione Atei Agnostici e Razionalisti - e <a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultura/200901articoli/40163girata.asp">su <strong>La Stampa</strong></a>. </p>
<p>Ainis punta il dito contro l&#8217;assurda eccezionalità del trattamento che il governo e lo Stato italiano riservano al Vaticano. Un unicum, che non ha niente di paragonabile in nessuna democrazia moderna:</p>
<blockquote><p>Nel panorama internazionale non esistono altri casi, se si eccettua la Politeia ortodossa del Monte Athos, che ha ottenuto un regime giuridico speciale dal governo greco, e che in questo senso costituisce un lontano parente del Vaticano. </p>
<p>Senza però il diritto di voto nelle conferenze Onu, che la Santa Sede ha più volte esercitato per opporsi alle politiche di contenimento demografico e di pianificazione familiare (per esempio nel 1992 a Rio de Janeiro o nel 1994 al Cairo); tanto che nel luglio 2000 Clare Short, Segretaria di Stato inglese per lo Sviluppo internazionale, ha qualificato come un’«interferenza reazionaria» questo atteggiamento. </p>
<p>Senza una banca di Stato qual è lo <strong>Ior</strong>, che non emette assegni ma vanta depositi per almeno <strong>5 miliardi di euro</strong>, che è stato al centro dello scandalo del Banco Ambrosiano con la sua scia di cadaveri eccellenti (da Sindona a Calvi), ma dove nessuno può frugare se non con una rogatoria internazionale, sempre ammesso che venga accettata. </p>
<p>Senza un prodotto interno lordo pro capite di <strong>407 mila dollari</strong>, che rende di gran lunga il Vaticano lo Stato più opulento al mondo. E infine senza i privilegi doganali di cui quello stesso Stato s’avvantaggia per importare 1000 tonnellate di carne l’anno o 48 di spumante, un po’ troppo per i suoi 921 abitanti
</p></blockquote>
<p>Molto interessante anche la lettura di <strong>Vaticano Spa</strong> di Gianluigi Nuzzi: potete leggervi una sua rubrica <a href="http://blog.chiarelettere.it/?r=163367">sul blog di Chiarelettere</a>, per esempio. </p>
<p>L&#8217;ampia mole di documenti utilizzati per scrivere Vaticano Spa, è tutta online: <a href="http://chiarelettere.ilcannocchiale.it/post/2258266.html">potete leggerli da voi</a>, basta che vi registriate, e farvi un&#8217;idea. </p>
<p>Se preferite la tv a un buon libro - in questo caso: lo schermo del vostro computer - potete rivedervi o vedervi &#8220;Il boccone del prete&#8221;, <a href="http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-78e33a57-a79a-4ccf-9d0a-35c1eebf4c95.html">inchiesta di <strong>Report</strong></a> trasmessa recentemente, tutta dedicata allo IOR e ai conti del Vaticano.</p>
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    <title type="html">&quot;I veri camorristi sono i lettori di Saviano&quot;: parola di Gian Paolo Serino</title>
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      <name>davide f.</name>
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    <published>2010-06-14T16:25:52+00:00</published>
    <updated>2010-06-14T16:25:52+00:00</updated>
    <dc:subject>mediaticamente</dc:subject><dc:subject>libri</dc:subject><dc:subject>gomorra mafia</dc:subject><dc:subject>gomorra mafia serino</dc:subject><dc:subject>gomorra omertà</dc:subject><dc:subject>roberto saviano</dc:subject><dc:subject>satisfiction gomorra</dc:subject><dc:subject>serino contro gomorre</dc:subject><dc:subject>serino contro saviano</dc:subject><dc:subject>serino saviano</dc:subject>
    <summary type="text"><![CDATA[&amp;#8220;Rispetto Roberto come uomo, non come scrittore. E&amp;#8217; bravissimo a comunicare in video e in tv traspare tutta la sua passione, la sua innocenza. Ma &amp;#8216;Gomorra&amp;#8217; è un[...]]]></summary>
    <content type="html" xml:lang="it-it" xml:base="http://www.polisblog.it/post/7918/i-veri-camorristi-sono-i-lettori-di-saviano-parola-di-gian-paolo-serino"><![CDATA[<p><img src="http://static.blogo.it/polisblog/gomorra.jpg" class="post-h" border="0" width="432" height="289" alt="flickr, common creative" /><br clear="all" /></p>
<blockquote><p>&#8220;Rispetto Roberto come uomo, non come scrittore. E&#8217; bravissimo a comunicare in video e in tv traspare tutta la sua passione, la sua innocenza. Ma &#8216;Gomorra&#8217; è un libro furbo, e i suoi lettori sono stati omertosi. Hanno comprato il libro ma non sono scesi in piazza, non si sono incazzati, che era la risposta minima di un Paese civile&#8221;.</p></blockquote>
<p>Sono queste le parole di Gian Paolo Serino, direttore della rivista letteraria <a href="http://satisfiction.menstyle.it/">Satisfiction</a>, destinate a rimpolpare il tormentone pro o contro <a href="http://www.polisblog.it/tag/saviano">Roberto Saviano</a> scatenatosi nelle ultime settimane - ricorderete <a href="http://www.calcioblog.it/post/13001/borriello-choc-saviano-ha-lucrato-sulla-citta-di-napoli">le parole dell&#8217;attaccante del Milan Borriello</a> e del suo presidente, nonché presidente del consiglio, <a href="http://www.polisblog.it/tag/berlusconi">Silvio Berlusconi</a>.</p>
<p>Chi ha letto qualcosa di Serino non può non sapere del suo irrinunciabile amore per la provocazione e la polemica, spesso fine a se stessa, e del suo tentativo di andare sempre a colpire il lettore. Dopo il salto andiamo ad analizzare le sue parole, per capire cosa suggerisce e dove vuole arrivare il suo discorso.</p>
<p>Immagine|<a href="http://www.flickr.com/photos/adrianoit/1617512732/">Flickr</a></p>
 <p>Ad <a href="http://www.affaritaliani.it/culturaspettacoli/gian_paolo_serino_satisfiction100610.html">Affaritaliani.it</a> il direttore di Satisfiction (che da poco ha come editore la rockstar Vasco Rossi) divide tra il Saviano ragazzo e uomo e il suo lavoro. </p>
<p>Come dire, lui bravissimo ragazzo, Gomorra invece un&#8217;abile operazione di marketing (<a href="http://www.booksblog.it/post/6406/lintervista-di-affari-italiani-a-gian-paolo-serino-ovvero-quel-che-resta-della-critica-in-italia">qui</a> trovate sul tema una riflessione dei colleghi di <a href="http://www.booksblog.it/">booksblog</a>).</p>
<p>Peccato che argomenti dicendo di come della camorra &#8220;la stampa italiana abbia già raccontato decine di volte gli stessi argomenti affrontati da Saviano. Ma nessuno li legge. Questo è il problema&#8221;. </p>
<p>Difficile capire allora come una delle più grandi qualità di Gomorra, ovvero il fatto che sia riuscito ad avere una diffusione e un&#8217;accessibilità incredibile, possa diventare per Serino un problema.</p>
<p>Guardando il passaggio più eclatante, e anche più interessante, Serino arriva a definire i lettori di Gomorra i veri mafiosi, in quanto</p>
<blockquote><p>&#8220;Hanno riposto &#8216;Gomorra&#8217; ben in evidenza nelle loro librerie ma non sono scesi in piazza, non si sono incazzati, che era la risposta minima di un Paese civile. Sono stati zitti: sono stati omertosi. Hanno applicato l’omertà che è il principio base dei camorristi: il silenzio. Per questo i veri camorristi sono i lettori di Saviano&#8221;.</p></blockquote>
<p>Serino, riprendendo una polemica suscitata qualche settimana fa da un libretto di Alessandro Del Lago, &#8220;Eroi di carta&#8221; de Il manifesto - in cui il giornalista reclamava <a href="http://www.ilmanifesto.it/archivi/commento/anno/2010/mese/06/articolo/2874/">il diritto di criticare Saviano</a> - ne fa un uso - lui sì - abbastanza furbo.</p>
<p>La critica di omertà del direttore è interessante, soprattutto se si rivolgesse al modo di agire nel Belpaese; ovvero la domanda potrebbe essere interessante, &#8220;Perché voi italiani non vi incazzate mai? Perché pare che ci sia una nazione teleanestetizzata che non reagisce ad una situazione di profonda crisi non solo economica? Cosa state aspettando?&#8221;.</p>
<p>Invece - secondo me molto furbescamente - Serino applica una critica di un certo peso alla comunità dei lettori di Gomorra, in maniera decisamente creativa, per arrivare ad una conclusione che faccia scalpore - e faccia soprattutto parlare della sua rivista - ridicolizzando in questo modo il lavoro di Saviano.</p>
<p>Il vero problema- e Serino lo dovrebbe sapere bene - non è che più di un milione di persone ha letto Gomorra, perché è ridicolo chiedere ad un libro di sconfiggere da solo la mafia. Il problema, e su questo ha ragione, è (anche) l&#8217;omertà di cui soffre l&#8217;Italia; ma è quantomeno arrogante  pretendere che la letteratura da sola combatta la mafia. </p>
<p>Ci sarebbe bisogno di quella cosa chiamata politica, ovvero della presenza di uno stato deciso e senza ambiguità, i cui rappresentanti non passino il loro tempo a condannare un libro di successo, Gomorra, perché parla male dell&#8217;Italia. Ma si impegnino senza ombre nella lotta alla mafia, perché in futuro si parli di un&#8217;Italia più limpida.</p>
<p>Come ha ricordato lo stesso Saviano in un&#8217;i<a href="http://www3.lastampa.it/cultura/sezioni/articolo/lstp/243642/">ncontro ieri a Pietrasanta</a>, &#8220;Tutti i caduti dell&#8217;antimafia sono stati a un certo punto accusati di diffamare il proprio Paese&#8221;. Saviano fa il suo, la politica no. </p>
<p>Il vero problema è che in Italia ad essere omertosa è la politica.</p>
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