Oggi a polisblog abbiamo ospiti: Antonella Beccaria - qui il suo blog, Xaaraan - giornalista, scrittrice, attivista - l’avevamo incontrata un anno e mezzo fa quando aveva dato alle stampe “Il programma di Licio Gelli: una profezia avverata?” - oggi invece, ci racconterà del suo nuovo libro, “E rimasero impuniti: dal delitto Calvi ai nodi irrisolti di due repubbliche”.
Ci siamo sentiti via mail e ho deciso di ospitare un suo intervento su polisblog: è venuto fuori quanto trovate dopo il salto. Complimenti ancora ad Antonella per il lavoro svolto su alcune aree a dir poco in ombra della nostra storia recente, aree che ancora influenzano quella che convenzionalmente chiamiamo seconda repubblica.

Ecco la seconda parte dell’intervista a Marco Tarchi. La prima parte è qui.
Che ne pensa di quella che ormai appare come un retromarcia dei finiani: cioè passare da gruppi autonomi a “corrente” dentro il PDL? E’ un’idea ormai “superata”, da vecchio partito (in fondo, anche Veltroni era contro le correnti), oppure ha ancora un senso?
È una necessità tattica: fuori dal Pdl, i finiani rischierebbero, in caso di elezioni anticipate, di diventare una forza di scarso peso, una sorta di replica dell’Udc. Dall’interno, invece, possono puntare a un’azione di costante logoramento della classe dirigente e nel contempo dialogare con l’opposizione.
Se di una corrente si tratta, va detto, è una corrente anomala, diversa da tutte quelle degli altri partiti.

Marco Tarchi insegna Scienza Politica e Analisi e Teoria Politica all’Università di Firenze. Il suo ultimo libro è “La rivoluzione impossibile - dai Campi Hobbit alla Nuova Destra”, edito da Vallecchi. Esperto di populismi e crisi delle democrazie, ha anche fatto parte, fino ai primissimi Anni ‘80, del Fronte della Gioventù, organizzazione giovanile del MSI. Con lui abbiamo ragionato di vecchie e nuove destre, della crisi dentro il PDL, della crisi della Seconda Repubblica.
Professor Tarchi, qual era la rivoluzione impossibile?
Quella che un certo numero di militanti e dirigenti dell’organizzazione giovanile del Msi cercarono di costruire negli anni Settanta: un tentativo di modifica radicale dell’ambiente politico nel quale si erano trovati ad operare. Un tentativo che ne comportava – nei loro intendimenti – un profondo svecchiamento, l’abbandono della nostalgia per l’autoritarismo fascista, il confronto aperto con la modernità e i suoi problemi, l’apertura di un dialogo franco con gli avversari, con i quali si sentiva di avere, oltre ad un certo numero di divergenze ideali, un buon numero di affinità psicologiche e di preoccupazioni comuni.
Se un ragazzo di vent’anni le chiedesse cosa fossero i Campi Hobbit, cosa risponderebbe?
Un tentativo di uscire dal grigiore della routine neofascista, di cimentarsi su nuovi terreni culturali – la musica rock, il teatro, l’ecologia - e di attivare uno spirito comunitario.
Passiamo nel giro di pochi semestri da una crisi all’altra, da un piano di salvataggio all’altro, da un bailout di Obama per evitare il tracollo, a un piano - notizia di stamane - che potrebbe arrivare fino a 750 miliardi per stabilizzare l’Eurozona a rischio naufragio dopo la crisi greca. Stamattina la borsa sembra reagire bene, ma al di là della contingenza, è interessante riprendere in mano in questi giorni La crisi della fiducia, volume di Pierangelo Dacrema del 2008.
In piena crisi - l’altra, diciamo la versione 1.0 - l’economista già docente in Bocconi, affrontava un tema interessante allora come oggi: le colpe delle agenzie di rating, i vari Moody’s, Standards & Poor’s, Fitch nella crisi globale. La fiducia data a istituzioni che un paio d’anni fa come oggi dimostrano di avere una credibilità prossima allo zero: ma che in un sistema, quello finanziario, solo apparentemente razionale in cui le fondamenta sprofondano nell’immateriale, nella fiducia, possono decidere il destino di una nazione con una A in più o in meno.
Michele Boldrin di NFA, aveva affrontato il tema settimana scorsa, prima del maxipiano su tutti i giornali oggi. Settimana scorsa il tema centrale era il “contagio”, che dalla Grecia sarebbe potuto passare ad altri Paesi dell’Eurozona. Alcuni report, su cui si basavano le attese dei mercati, erano allarmisti
ad alimentare questa incertezza oggi è uscito l’ennesimo “studio” (si fa per dire, son due cazzate messe in croce che noi potremmo far fare ad un RA in tre giorni!) di un’agenzia di ratings che ripete la solita solfa sul “contagio” da un paese all’altro. Per ragioni che mi sfuggono hanno deciso che le vittime del contagio dovrebbero essere IR, UK, IT, ES, PT e GR.

Che bello: qualcuno che a suon di numeri, dati, statistiche, e soprattutto due merci rare in Italia - logica e buonsenso - smonta pezzo per pezzo uno dei miti più perniciosi per il sistema Italia: quello del Giulio Tremonti illuminata Cassandra, economista fuori dal sistema degli economisti. Parliamo di “Tremonti: istruzioni per il disuso“, opera di Alberto Bisin, Michele Boldrin, Sandro Brusco, Andrea Moro, Giulio Zanella.
Sono nomi che forse vi diranno poco: perché, prima cosa - fatta eccezione Zanella - non lavorano in Italia, ma insegnano in varie università statunitensi: sono tutti economisti, di un certo peso. Tutti cervelli in fuga, che hanno preferito - Boldrin, già nel 1983 - andarsene da un paese fossilizzato, clientelare, im-meritocratico fino al midollo. E han fatto bene, a quanto pare, visto che le cose non sono molto migliorate.
Gestiscono un sito che vi consiglio, noiseFromAmeriKa: e soprattutto, grazie a una piccola e coraggiosa casa editrice napoletana, l’Ancora del Mediterraneo, hanno dato alle stampe il libro di cui vi stiamo parlando ora. Potete leggerne il primo capitolo (in pdf) sul loro sito, io non vi anticiperò altro, pur restando sul tema Voltremont, l’Oscuro Signore delle italiche finanze…

Da ben 2 giorni vi attende sugli scaffali delle migliori librerie. E magari non ve ne siete neppure accorti… Eppure In 10 parole, sfidare la destra sui valori, il nuovo libro di Dario Franceschini (ex vicedisastro e attuale capogruppo del Pd alla Camera), si presenta come un testo imprescindibile:
Le donne, i volontari, gli educatori, i nuovi italiani, i talenti, i lavoratori, i nonni, gli imprenditori, i ragazzi del sud, i liberi. Dario Franceschini abbraccia gli aspetti della nostra vita sociale, politica, economica in dieci discorsi agli italiani su dieci temi chiave per il futuro del nostro paese. Ne esce l’idea di un riformismo che ha il coraggio di sfidare la destra non rincorrendola, non limitandosi a proporre soltanto correttivi ai modelli sociali che ha imposto, ma mettendo in campo una gerarchia di valori alternativa e proiettata sul futuro.
Senza dimenticare che questo libro dedicato ai valori esce dalle tipografie in un momento in cui, tra trans, arresti, indagini e omicidi, il Partito democratico sembra un poco scoperto sul versante dell’etica (benché, forse, in modo meno imbarazzante dei Popolani delle libertà). L’impegno prioritario del Pd, stando alla prosa di Franceschini, dovrà essere di Ricostruire un’identità, per passare dall’essere forza di sola opposizione a forza progressista di governo… Fedele al suo passato, il Franceschini, dopo aver avallato una fusione fredda tra ex democristiani e ex ex comunisti, si pone il problema di ricostruire (a mezzo stampa) l’identità di un partito che non l’ha mai avuta e che, ammesso che sopravviva alla catastrofe delle prossime elezioni regionali, avrà soprattutto il problema di sopravvivere a se stesso.

Credo che siano molti, al di là degli schieramenti, gli italiani che considerano negativamente la piega presa dalla nostra democrazia negli ultimi anni: populismo, sfiducia sempre crescente verso la “casta” politica, incapacità di crescere e di guardare al futuro, non solo dal punto di vista economico.
Se vi capitato spesso di chiedervi: “Ma come abbiamo fatto ad arrivare a questo punto?” allora questo libro di Guido Crainz (docente di Storia Contemporanea all’Università di Teramo) fa decisamente per voi.
Crainz esordisce facendo un po’ di chiarezza: le radici della situazione ordierna non vanno cercate in “vizi plurisecolari” o in tare sociali dell’“italiano tipo”. “Si può prescindere dal Cinquecento”, dunque, perché le cause vanno cercate molto più vicino a noi, nella storia della Prima Repubblica Italiana nata nel ’45, e in particolare nella sua traumatica scomparsa dopo Tangentopoli.

Francesco Cossiga, è indubbiamente un ex Presidente della Repubblica particolare: certe sue esternazioni “Infiltriamo il movimento!” “Dichiariamo guerra alla Spagna” “Sto raccomandando mia nipote Bianca Berlinguer al Tg3!” ci lasciano a bocca aperta, estasiati come bambini al cinema che guardano Star Wars. Bene: ora c’è anche un libro che raccoglie decine e decine di queste perle (in?)volontarie, visto che si tratta di un libro-intervista in cui il Picconatore si confronta con Claudio Sabelli Fioretti - qui trovate il suo blog.
La strategia che hai suggerito a Maroni: lasciare che i manifestanti facciano casino. E poi picchiare.
E certo. Maroni non ha capito che se non si ha la sinistra dietro, non si può picchiare. Bisogna aspettare che venga picchiato qualcuno di sinistra. Se viene picchiato Odifreddi o Pancho Pardi, poi si può anche uccidere!
E alè: fate conto che il libro è tutto così, ve lo consiglio decisamente.
Novissime Picconate,
di Claudio Sabelli Fioretti e Francesco Cossiga
Aliberti Editore, 173 pp, 14,90 euro
Laicità: un tema sempre più sentito ed in voga nella pubblicistica italiana, tanto che alcuni libri lo mettono in copertina, e poi all’interno parlano di tutt’altro. Non così - almeno nelle intenzioni - per questo volume firmato da Vladimiro Polchi, giornalista di Repubblica.
Il testo si propone di - nelle parole dell’autore - di “fotografare dall’alto, con lo sguardo del cronista, i tanti terreni di scontro tra laici e cattolici“, elencandoli come in un dizionario “pronto per l’uso”.
Una scelta formale particolare, che rappresenta allo stesso tempo il principale pregio e il maggior limite dell’opera. Da un lato infatti gli spunti sono moltissimi, e riassunti in modo puntuale; dall’altro però fatica ad emergere da queste pagine un discorso chiaro e compiuto sulla laicità - una cosa di cui si sente invece un disperato bisogno.
Continua a leggere: Recensione: "Da Aborto a Zapatero, un vocabolario laico" di Vladimiro Polchi
Questo agosto, nel pieno dell’offensiva mediatica contro Dino Boffo dell’Avvenire, vi ho riportato un passo de “The information age”, opera principale di Manuel Castells, tra i più importanti sociologi viventi. Si trattava di un estratto del capitolo sulla “politica degli scandali mediatici” che, alla luce degli avvenimenti di fine estate, suonava incredibilmente profetico.
La notizia di queste settimane è che Manuel Castells è tornato: con un nuova opera che - guardacaso - costituisce l’approfondimento della linea di pensiero accennata in quel capitolo. La convinzione di base dell’autore è infatti che - da sempre - “il potere è basato sul controllo della comunicazione e dell’informazione”.
Il problema si pone però oggi in maniera diversa diversa rispetto al passato, per una ragione talmente palese da sembrare banale: la comparsa delle nuove tecnologie dell’informazione. Una rivoluzione che cambia i termini della relazione tra potere e comunicazione: un’equazione che il sociologo spagnolo è determinato a risolvere.