
In mezzo a molte proposte astruse e fantasiose ma poco pratiche per migliorare la situazione economica del paese, ce n’è una che fotografa perfettamente il problema ma che, lo diciamo subito, non sarà minimamente presa in considerazione.
È la ricerca che una volta di più porta la firma di Stella e Rizzo, i due giornalisti anticasta del Corriere della Sera, che hanno forse scoperto l’acqua calda, ma visto che nessuno ne parla, va dato loro il merito di farlo.
Se l’Italia fosse la Lombardia saremmo già fuori dalla crisi. Molto semplicemente. E non è nemmeno una questione di colore politico, dato che l’esempio-simbolo del Molise - che ha più di 8 volte i dipendenti statali del Pirellone ed è governato da Iorio del Pdl - è lampante.
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Lo spread vola (siamo arrivati ad un rendimento che sfiora quota 6,7%, qui la diretta del Sole24Ore) ma Berlusconi cerca ancora di resistere, di trovare il colpo di teatro che gli permetterà di sopravvivere all’esodo verso i nuovi vecchi democristiani dell’Udc. Oggi il nostro Luca ha scritto dell’addio di Gabriella Carlucci e la storia della deputata ultra-berlusconiana è un buon punto di partenza per riflettere sull’ultima e forse decisiva involuzione di Berlusconi, passato da Montanelli a Giorgio Clelio Stracquadanio.
In passato, nonostante non mancassero i rapporti pericolosi con personaggi poco raccomandabili (Mangano, Dell’Utri, Previti) e con persone - diciamo così - dotate di scarsa capacità critica (Emilio Fede), il Cavaliere si circondava di persone di una certa caratura professionale, persone che, al di là del giudizio che ognuno di noi può avere, sapevano fare bene il proprio mestiere: Enrico Mentana, Maurizio Costanzo, Mike Buongiorno, Raimondo Vianello. Per non parlare del rapporto umano e professionale instaurato con il Giornale e con Indro Montanelli e Federico Orlando. Dal 1993-1994 tutto cambia. I debiti colossali della Fininvest e il rischio di finire in galera spingono il Cavaliere ad entrare in politica. Risultato? Una macchina da guerra mediatica e l’addio forzato di Montanelli ed Orlando.
Da quel momento in poi, un lento ma costante declino: in pochi anni i servi della più bassa specie si moltiplicano e la corte berlusconiana si arricchisce di nuovi personaggi. Vittorio Feltri, Vittorio Sgarbi, Giuliano Ferrara. Per non parlare degli ultimi anni: Mara Carfagna, Michela Vittoria Brambilla, Nicole Minetti, Maurizio Paniz, Niccolò Ghedini, Augusto Minzolini. È evidente che se nel 1993 potevi ascoltare le opinioni di Montanelli ed oggi quelle di Ferrara, un certo cambiamento c’è stato. Forse, la fine del berlusconismo passa anche da qui, dalla moltiplicazione patologica dei servi e delle prostitute che lo hanno circondato e soffocato in un abbraccio mortale. Il Cavaliere, comunque vada, ha già perso. Può solo sperare di (ri)comprarsi qualche deputato, ma dal punto di vista umano è uscito sconfitto da questi lunghi anni di berlusconismo. La ricerca spasmodica, da parte dei servi e delle prostitute, del successo, del denaro, del posto in Parlamento conquistato grazie a qualità non certo politiche hanno travolto anche lui.
E i servi? Le prostitute? Che fine faranno? Seguiteci dopo il salto…
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“Io ho giurato sulla Costituzione democratica, la difendo sempre e sempre la difenderò. Un magistrato deve essere imparziale quando esercita le funzioni. Lo confesso: non mi sento del tutto imparziale, anzi, di più, mi sento partigiano e nel senso più nobile del termine. Partigiano innanzitutto […] perchè sono socio onorario dell’ANPI […]. Sono un partigiano della Costituzione. In questo non sono imparziale. Tra chi difende la Costituzione e chi la offende quotidianamente so da che parte stare.“
Avete letto? Sono le parole pronunciate da Antonio Ingroia al congresso del Pdci di Rimini. Niente di sconvolgente, l’unico punto di critica riguarda la partecipazione di un magistrato ad un congresso di un partito politico, ma Ingroia non voleva annunciare una “discesa in campo”, quanto piuttosto difendere in pubblico la nostra Costituzione. Un tema che non dovrebbe diventare oggetto di lotta politica, che dovrebbe essere condiviso da tutti i partiti. Ovviamente, non è così. Ci vuole poco per scatenare le accuse del Pdl: da sottolineare le parole di Jole Santelli:
“Credo che il dottor Ingroia stia preparando il suo ingresso in politica. È ovviamente possibile che tale previsione si riveli errata, ma altrettanto probabile che come altri suoi colleghi sia nel momento di passaggio in cui la toga serve per acquisire notorietà per una carriera politica.”
Tutto questo detto da una signora che ha lavorato nello studio Previti. Anche Alessandro Sallusti ha detto (purtroppo) la sua (seguiteci dopo il salto):
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Una delle conseguenze peggiori - politicamente parlando - delle violenze di Roma e del protagonismo forzato dei black bloc è quella di ridare fiato e argomenti a tutta una serie di servitori, dipendenti e miracolati vari che hanno fatto della difesa ad oltranza di Silvio Berlusconi una ragione di vita. L’editoriale che Augusto Minzolini ci regala da pagina 39 di Panorama può considerarsi a pieno titolo il Manifesto di questi personaggi e si intitola, come vedete, Ci sono black bloc anche nei giornali.
La teoria articolata dall’uomo che noi, con il nostro canone, paghiamo per fare il direttore del Tg1 (con i risultati che sapete) è semplice quanto suggestiva: chiunque critichi pubblicamente a mezzo stampa il presidente del Consiglio è un black bloc. Tra questi spiccherebbero per ferocia e violenza settaria Francesco Merlo e Curzio Maltese di Repubblica… la crociata contro Repubblica è diventata ormai una autentica ragione di vita!
Insomma i due figuri, Merlo e Maltese, sono invecchiati male e tristemente e i loro articoli sono solo degli attacchi reiterati al cavaliere. Alla fine - sentenzia Minzolini - sono meglio Marco Travaglio e gli altri del Fatto, che almeno sono consapevoli di dipendere in tutto e per tutto dalle sfortune di Berlusconi.
Ma non sono solo i giornali ad ospitare degli attaccabrighe con la spranga facile. Le massime istituzioni sono ormai invase da lanciatori di estintori: Gianfranco Fini, che ha messo l’imparzialità in soffitta, Antonio di Pietro, un black bloc del Parlamento, Nichi Vendola che tratta con i black bloc per portarli in Parlamento.
E poi c’è l’immancabile Beppe Grillo, il comico più temuto del mondo: che differenza c’è tra la sua violenza verbale e il lancio di un estintore verso una camionetta dei carabinieri? Più o meno quella che dovrebbe passare tra il culto della personalità e il giornalismo.

Black bloc, antagonisti, estremisti di sinistra, indignati violenti: non importa il nome ma le conseguenze. E di sicuro è il centrodestra a ottenere i maggiori benefici dalla giornata d’inferno vissuta dalla capitale il 15 ottobre. Da diverso tempo non si vedevano così tanti esponenti della maggioranza scatenarsi in dichiarazioni d’attacco facile alla sinistra, definita corresponsabile moralmente di quanto accaduto.
I toni usati da Di Pietro in queste settimane, con i riferimenti alla “guerra civile” e all’avvicinarsi del “morto”, sono quelli più strumentalizzati, forse a ragione, dai politici di centrodestra. Anche il colore della manifestazione è terreno di scontro: si imputa a politici e giornali legati all’opposizione di nascondere il fatto che nelle strade di Roma c’era anche molto antiberlusconismo e temi cari alla sinistra. Ed è anche facilmente criticabile la tendenza di alcuni commentatori a far sembrare caduti dal cielo i black bloc, come se fossero completamente sganciati dall’area dei centri sociali e della sinistra radicale.
E se ci sono dei mugugni su Maroni e l’attività delle forze dell’ordine non è perchè non hanno saputo controllare bene le piazze ma perchè piuttosto si chiedeva un pugno molto più duro, in grado di stroncare pesantemente la violenza sin dai primi momenti di tensione. Sotto questo punto di vista risulta un po’ debole l’attacco alle forze dell’ordine da parte di chi, a sinistra, è indignato per l’incapacità di isolare i violenti e fare un filtro preventivo. Ci si chiede infatti quali sarebbero state le conseguenze di un controllo massiccio dei partecipanti, come quello fatto allo stadio.
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Una premessa, scontata ma necessaria: la violenza non è accettabile. I black bloc sono criminali vigliacchi (facile fare i rivoluzionari con il cappuccio o il casco). Ma, a quasi 48 ore dagli scontri che hanno segnato in modo purtroppo indelebile la manifestazione del 15 Ottobre, dobbiamo fare una considerazione: Maroni e le forze dell’ordine non erano e non sono credibili.
Roberto Maroni, infatti, oltre ad avere sul groppone una condanna definitiva per resistenza a pubblico ufficiale, è stato accusato a Verona di attentato contro la Costituzione e l’integrità dello stato e creazione di struttura paramilitare fuorilegge. Successivamente, grazie anche al Centrodestra più ridicolo del mondo, che parla di “legge e ordine” solo per gli immigrati e i ladri di galline e che ha depenalizzato alcuni dei reati di cui era accusato, il Ministro dell’Interno è uscito indenne da questi procedimenti. Al di là di questi fatti, comunque gravissimi, va anche considerato che Maroni continua ad essere un esponente di primo piano della Lega Nord, vale a dire di un partito che parla un giorno sì e l’altro pure di secessione e di centinaia di migliaia di fucili pronti a marciare su Roma.
Alcuni esponenti delle forze dell’ordine, in cui operano tantissime persone perbene, pagate peraltro una miseria, si sono resi protagonisti di terribili episodi di violenza: basti pensare ai casi di Stefano Cucchi, di Federico Aldrovandi, di Giuseppe Uva. Senza dimenticare quello che successe durante e dopo il G8 di Genova del 2001.
In uno Stato libero e democratico, solo le forze dell’ordine possono usare la forza. Se salta questo caposaldo, l’intera struttura della convivenza civile crolla. Tuttavia, le forze dell’ordine devono mantenere un comportamento irreprensibile, severo ma giusto, senza eccessi di alcun tipo. Altrimenti, con che legittimità potranno poi fermare, se necessario con la forza, i teppisti e i violenti? Infine, con che faccia Maroni parla di condanne esemplari per i violenti? Che credibilità può avere un Ministro della Lega Nord?
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Non so voi, ma ho come l’impressione che la campagna acquisti della maggioranza non sia stata perfetta. Non tanto per i parlamentari tesserati - il 14 Dicembre hanno fatto la loro parte - ma perchè sembra che in meno di un anno le cose siano profondamente cambiate. Avete presente Scilipoti che pochi giorni fa, stranamente, non vota e fa dire alla Mussolini: “deve restituire tutto quello che ha avuto”? Avete presente i fedelissimi di Saverio Romano che votano, risultando decisivi per la maggioranza, a favore della presentazione del conflitto di attribuzione sul caso Ruby solo dopo che il loro dominus era stato nominato ministro? Avete presente il listino prezzi di alcuni parlamentari rivelato da Massimo Calearo a Tommaso Labate? Ecco, manca ancora un piccolo dettaglio:
“«So che se hanno intenzione di continuare a vivacchiare, magari il governo non cade nelle prossime ore, perché magari un’altra fiducia riescono a strapparla, però frana sicuro la prossima settimana. La maggioranza è ormai frantumata, spaesata, confusa… Arriva un pomeriggio che ti volti, e non li trovi. E ogni giorno può essere quello fatale: martedì, oppure mercoledì…».
Il messaggio, nemmeno tanto nascosto, è: attento Silvio, potresti cadere da un momento all’altro. Non vorrai dimenticarti degli amici, vero? In realtà, sembra che Berlusconi, come ai bei tempi del Milan, sia attivo per rinforzare la maggioranza con qualche innesto dell’ultima ora:

Lucia Codurelli, deputata del Pd, fa una lunga e accorata dichiarazione a Repubblica - qui l’audio - in cui racconta la giornata di oggi in Parlamento.
Una giornata che aveva visto il Forza Gnocca di quel simpatico burlone - stava solo scherzando, è chiaro, no? - di Silvio Berlusconi balzare agli onori delle cronache, laddove, ahimé, la cronaca politica è diventata la riproposizione di battute, barzellette, motti di scherzo, offese, invettive, dichiarazioni, smentite e via dicendo.
Una giornata raccontata anche da Andrea Sarubbi, che scatta una foto in aula - non si potrebbe - con il suo cellulare (è proprio la foto che vedete qui in alto), per mostrare il capannello di deputati intorno al premier in vena di barzellette o di battute. E che poi, sul suo twitter, si autodenuncia per aver violato le regole e riporta il suo racconto sul suo blog.
Una giornata in Parlamento che la Codurelli definisce assolutamente improduttiva, d’accordo col collega. E così, indignata per la situazione di un Parlamento che non discute in Aula i problemi del Paese e di un premier che onora il Parlamento della sua presenza raramente, urla la sua indignazione, definendo la situazione inaccettabile e definendo la maggioranza irresponsabile.
E così, qualcuno dai banchi della Lega nord - come le riferiscono - le urla: «Vai a farti scop*re».
La Codurelli chiosa:
Questo è il pensiero che loro hanno, rispetto alle donne, soprattutto quelle non asservite, sicuramente, che scelgono loro, ai capi. Perché loro pensano a un tipo di donna che è lì, ad ascoltare le belle cose che dicono questi personaggi.
E oggi il nostro parlamento non ha prodotto nulla, nemmeno il voto. Per colpa del Governo, non certo delle opposizioni.
Inutile parlare del video: credo lo abbiate visto proprio tutti. Inutile anche parlare della stupita reazione del conduttore del programma alle grida del direttore del Foglio. Meglio invece parlare del nervosismo di Ferrara.Perchè reagire in questo modo alla domanda del conduttore, che in sostanza chiedeva: si è scusato Strauss-Kahn, e Berlusconi invece? Perchè dire che:
“Non dovete sostituire i vostri pregiudizi alla morale comune. Dovete distinguere tra bene e male in modo molto più preciso.”
Certo, Berlusconi non è accusato di stupro (e ci mancava, davvero, solo questa), ma che vuol dire? Che la morale comune (ammesso che esista) consente di telefonare in questura per chiedere il rilascio di una prostituta minorenne e il suo affido ad un consigliere regionale? Oggi, sul Foglio, è apparsa una lettera del conduttore di Tv Talk, Massimo Bernardini, a cui Ferrara ha replicato scrivendo, tra l’altro, che
“non gli ho mai voluto tanto bene (a Berlusconi, ndA) come quella volta che ha fatto la cazzata suprema degna di un vero gentiluomo: tirare fuori personalmente e istintivamente dai guai un’amica, senza nemmeno ricorrere a un qualsiasi ometto della sua catena di comando, e inventandosi la geniale trovata alla Totò della nipote di Mubarak“.
Il Presidente del Consiglio deve fare pressioni sulla Polizia per far rilasciare un’amica che potrebbe dire cose molto sconvenienti sul suo conto, e lo farebbe con l’animo di “un vero gentiluomo”? Si vede che il concetto di gentiluomo è cambiato repentinamente in pochi mesi. Un altro piccolo dettaglio: quella che Ferrara chiama, senza vergogna, “geniale trovata alla Totò” è stata ritenuta, dalla maggioranza della Camera dei Deputati (sotto la guida morale dell’On. Maurizio Paniz), talmente credibile da meritare il sollevamento del conflitto d’attribuzione con la Procura di Milano davanti alla Corte Costituzionale.
Seguiteci dopo il salto, non è mica finita…
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Scrivere, ancora una volta, di Umberto Bossi e della Lega sta diventando noioso. Non perchè gli integerrimi padani non ci facciano ridere (o piangere, a seconda dei casi), ma perchè continuiamo a sentire sempre gli stessi insulti, sempre le stesse idee (?), sempre le stesse “parole d’ordine”. Certo, basta leggere quello che ha detto Calderoli per ritrovare il sorriso:
“Hanno scritto che la Lega è spaccata. Sapete che cosa c’è di spaccato? I coglioni! […] Senza Bossi noi non saremmo un cazzo.”
Concordando sull’ultima frase, non resta che congratularsi con il milord Calderoli: un Ministro che parla così, che esprime concetti così profondi, dove lo troviamo? Dobbiamo tenercelo stretto. Anche Bossi ci ha regalato qualche risata: ha detto che bisogna trovare una “via democratica alla secessione”. Ancora? Dopo vent’anni di fallimenti e di parole vuote, tirano ancora fuori la storia della secessione da Roma ladrona? Coma ricorda Ilvo Diamanti, la secessione non trova grandi consensi neppure all’interno dell’elettorato leghista. Perchè, allora, riproporla? Semplice:
“La Secessione, come la Padania, è un mito fondativo, una sorta di orizzonte proiettato lontano nel tempo. Mentre la manovra finanziaria, che appare a 8 italiani su 10 inaccettabile, è reale. Attuale. Come il crollo di consensi che ha travolto il governo e, anzitutto, il Presidente del Consiglio.”
Chiaro, no? Non potendo vantare successi reali (l’economia a rotoli, il Paese che non conta più nulla sulla scena internazionale, il Parlamento occupato da servi comprati a caro prezzo e da “favorite” del premier), meglio parlar d’altro. Abbindolare la base del partito con la promessa di una irrealizzabile separazione da Roma.
Seguiteci dopo il salto, parleremo di Calderoli che vuole “padanizzare l’Italia”…
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