
Il Wall Street Journal anticipa i botti di capodanno: secondo la ricostruzione del quotidiano ci sarebbe la mano di Angela Merkel dietro alle dimissioni di Silvio Berlusconi.
Citando fonti diplomatiche in un articolo a sei mani (Marcus Walker, inviato a Berlino, Charles Forelle, da Bruxelles e Stacy Meichtry da Roma), il Wall Street Journal dipinge un affresco inediti dei cambiamenti che hanno riguardato la politica italiana negli ultimi mesi.
In una fredda sera d’ottobre nella sua austera cancelleria, Angela Merkel ha fatto una chiamata confidenziale a Roma per salvare l’euro.
Questo è l’incipit della ricostruzione dei tre giornalisti, affermano di aver intervistato pià di due dozzine di esponenti politici e di aver esaminato documenti chiave che proverebbero il ruolo chiave della Germania nella crisi politico-economica del nostro paese.
La telefonata sarebbe partita il 20 di ottobre. SUllo sfondo, la convinzione crescente, a Berlino, che l’eurozona non potesse più avere a che fare con lo stile di Berlusconi (fra scandali legali e sessuali e una reputazione da libertino) e con il suo fallimento nel tentativo di rivitalizzare l’economia europea. La Merkel, così, avrebbe chiamato per dire a Napolitano che gli sforzi dell’Italia erano stati apprezzati ma che l’Europa era molto preoccupata e che lei stessa temeva che Berlusconi non fosse abbastanza “forte” (politicamente parlando) per prendere iniziative. Napolitano avrebbe confermato i timori della cancelliera, non trovando affatto rassicurante il fatto che Berlusconi fosse sopravvissuto politicamente parlando grazie a un voto di fiducia risicatissimo. E la Merkel lo avrebbe ringraziato anticipatamente (come si fa nelle comunicazioni formali, in cui ci si dice già certi che l’altra parte farà qualcosa) dicendosi certa che Napolitano avrebbe fatto tutto quel che fosse stato in suo potere per garantire le riforme.
Questa, in sostanza, la ricostruzione del Wall Street Journal. Il resto è storia e si chiama governo Monti. Certo che, a meno di smentite, quanto pubblicato dai tre giornalisti getterebbe una luce del tutto nuova sull’improvviso interventismo del Presidente della Repubblica e offrirebbe una nuova chiave di lettura agli ultimi eventi politici del nostro paese.

E’ tornato definitivamente a fare opposizione, Antonio Di Pietro. La fa coi suoi toni e i suoi modi - senza il loden, insomma - ma si distingue dall’altra forza di opposizione alla quale paradossalmente è unito, la Lega Nord. Anche se i due elettorati, probabilmente, per molto tempo sono stati accomunati dall’essere portatori di un voto di protesta.
Ospite di Michele Santoro a Servizio Pubblico proprio nel giorno in cui l’IdV al Senato ha dato lo strappo e non ha votato la fiducia al governo Monti, Di Pietro ha commentanto la manovra, parlato del Presidente della Repubblica, detto la sua sul futuro politico del paese.
Sul decreto salva-Italia, Di Pietro non ha dubbi:
«E’ una berlusconata: e ci voleva sto fior fiore di professori per sta berlusconata?»
Sul ruolo di Napolitano, che di recente ha tenuto a sostenere che non ci sia sospensione della democrazia, il leader dell’IdV aveva già detto ieri. E ha rincarato la dose:
«Che il presidente della repubblica, in questo momento, sia solo arbitro non ci crede nessuno».
Infine, sulla situazione politica attuale, Di Pietro ha ribadito il concetto - pur criticando la manovra -, il governo Monti sia lì solo per risolvere la situazione emergenziale e poi debba lasciare il posto a nuove elezioni di un nuovo parlamento che esprimerà il proprio esecutivo, e ha parole dure sia per gli ex alleati che per il partito cui si oppone da sempre:
«Pd e PdL dovrebbero spiegare agli elettori a che titolo stanno insieme nella maggioranza».
Naturalmente, il leader dell’IdV ha anche ricordato un appuntamento importante: l’11 gennaio 2012, citato proprio oggi da Gabriele Ferraresi. E’ il giorno in cui la Corte Costituzionale deciderà sul referendum contro il porcellum.

Non c’era solo Elsa Fornero a sostenere di essere stata fraintesa sull’articolo 18, a Porta a porta del 21 dicembre. C’era anche, seduta accanto a Maurizio Lupi (PdL) la Presidente del Partito democratico e vicepresidente della Camera Rosy Bindi, nonché membro della corrente del Pd chiamata Democratici davvero. Il cui intervento è utile per aprire quantomeno una riflessione a proposito del Pd e delle sue posizioni.
Perché mentre si disserta in studio, ad un certo punto, parlando della riforma del mercato del lavoro - cui la Fornero sta lavorando, ma sulla quale ormai nessuno azzarderà più fare ipotesi, o magari addirittura interviste, per evitare di tendere “trappole” -, Lupi ricorda che ci sono la lettera e le risposte del governo Berlusconi all’Unione Europea e alla Bce in cui si parlava, appunto, di efficientamento (termine orrendo) del mercato del lavoro.
A questo punto la Bindi prende le distanze: il succo del discorso è che il Pd sostiene, sì, il governo Monti. Ma non certo perché il suo programma sia dettato dalle lettere del governo Berlusconi. Anzi.
Ed ecco il gelo. Perché è evidente a tutti che il testo della manovra salva-Italia sia in gran parte affine ai paletti posti dal precedente governo Berlusconi e dalla stessa Banca Centrale Europea. Ed è qui che nasce, lo strano caso del Pd, nello strano caso del governo Monti: cosa sta appoggiando, il Partito Democratico? Le misure della manovra sono o non sono affatto affini - per contenuti e modalità - alle linee guida di un partito che si definisce di centrosinistra? Sono o non sono proposte in parlamento con le stesse modalità del precedente governo (decretazione d’urgenza, poco margine per modifiche, infine questione di fiducia)? Sono o non sono misure che “chiedono un sacrificio” soprattutto a chi ha già dato? E allora, perché il Pd le sostiene?
In nome del senso di responsabilità sbandierato ai quattro venti da tutti, da un mese o poco più? O in nome di qualche altra strana considerazione politica (magari, la speranza di far fare il lavoro sporco al governo Monti con misure impopolari per poi vincere le prossime elezioni)? Non ci è dato saperlo.
Quel che ci è dato sapere è che, ancora una volta, le posizioni del Pd appaiono sotto forma di equilibrismi privi di identità.
Da qualche tempo a questa parte, il lunedì sera Enrico Mentana propone ai telespettatori del TgLa7 i risultati di un sondaggio che racconta le intenzioni di voto degli italiani se si dovesse andare alle urne subito, su un campione di 1.000 intervistati: per quel che vale, il sondaggio, riproposto di settimana in settimana, dà in qualche modo una misura dell’andamento ondulatorio della situazione politica italiana. In cui un 20% delle intenzioni di voto andrebbe a premiare, per un 20%, partiti che non sono rappresentati in parlamento (da Sel al Movimento Cinque Stelle).
Fabrizio Masia (Istituto EMG) commenta i risultati, mettendo in evidenza un altro dato che non appare nei cartelli. Ovvero il fatto che è la fiducia nel nuovo esecutivo ad aver subito un notevole ridimensionamento che, di conseguenza, premia - parliamo sempre di sondaggi e intenti, ovviamente - i partiti che, almeno nominalmente o perché, appunto, non rappresentati in aula, alla manovra Monti si oppongono:
La fiducia in Monti è “crollata”, perché è scesa di oltre 15 punti percentuali: parte dal 73% (14 giorni fa sfiorava l’80%) e arriva attorno al 55-56%, crolla in particolare all’interno dei lavoratori dipendenti, non tanto dei pensionati, e i lavoratori dipendenti sono il cuore dell’elettorato del Pd, che infatti fa registrare l’emorragia più ampia.
Naturalmente, siamo a livelli di fantapolitica, visto che di elezioni anticipate non se ne parla (per ora). Ma in un paese che ha campato per anni sui sondaggi, anche questi dati possono essere, in qualche modo, interessanti.
Sondaggio del Lunedì del TgLa7




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Corrado Passera risponde, a distanza, a Giulio Tremonti, dallo studio di Che tempo che fa. Secondo il Ministro dello Sviluppo economico, tanto per cominciare, con la manovra Monti si è scongiurato il rischio Grecia:
Nessuno oggi è al sicuro, però con questo piano abbiamo messo in sicurezza l’Italia, abbiamo evitato il rischio Grecia, che era a un passo, e abbiamo sicuramente recuperato credibilità. […] Nei primi 10 giorni si doveva dimostrare di avere il coraggio di fare quelle riforme strutturali che l’Europa si aspettava.
Alla domanda centrale, ovvero se sia o meno necessaria, a breve, una seconda manovra, Passera ha risposto prendendola alla larga:
Dovremo fare ancora tante cose. Ma le risorse le troveremo con altre leve: riduzione di costi, lotta all’evasione fiscale, mobilitare sugli investimenti capitale privato, usare meglio i fondi europei, usare meglio i fondi che ci sono (i 15 miliardi di euro di fondi per le opere pubbliche che ci sono), i fondi da prendere alla criminalità, i fondi della mafia da riutilizzare. Con questi strumenti dobbiamo fare in modo di fare tutte quelle cose che non si possono fare in soli 10 giorni.
Il Ministro, poi, racconta, ancora una volta, i tre pilastri fondamentali dell’esecutivo dei bocconiani: equità, rigore, crescita. Questo, sebbene da più parti arrivino molte critiche proprio sul tema dell’equità: del resto, lo stesso Monti aveva criticato, lo scorso agosto, la manovra di Tremonti sostenendo che fosse depressiva e che ci fossero troppe tasse.
Continua a leggere: Corrado Passera risponde a Tremonti: «Abbiamo scongiurato il rischio Grecia»

L’ex ministro delle Finanze, Giulio Tremonti è stato ospite di Lucia Annunziata a In 1/2 Ora: nel corso dell’intervista, l’economista ha criticato il “collega” Mario Monti e la sua manovra salva-Italia:
«E’ troppo sbilanciata dal lato delle tasse e, sulle tasse, è troppo sbilanciata sull’Iva, sulla benzina, sulle bollette e sulle addizionali, quindi colpisce tutti e soprattutto il lato basso».
Concetti, questi, che sono sostanzialmente analoghi a quelli espressi dai sindacati: il che appare decisamente paradossale. Ma ancor più paradossale è il fatto che l’ex ministro difenda ancora l’operato del suo esecutivo (che di manovre ne aveva presentate ben tre, senza mai incrociare il favore di nesuno):
«Il rigore andava fatto riducendo la spesa pubblica come programmato da noi».
Comunque, Tremonti non deve preoccuparsi. Stando a quanto si apprende, l’esecutivo Monti ha allo studio tagli sulla spesa pubblica per altri 10 miliardi di euro: è la cosiddetta fase due. L’ex ministro ha paventato anche l’ipotesi di una nuova manovra, che potrebbe essere necessaria a breve, secondo lui.
Continua a leggere: Giulio Tremonti: «Possibile un'altra manovra. Dare ai giovani il doppio voto»

Per mesi, anni, leggere la rassegna stampa estera di polisblog, ha significato scorrere le elucubrazioni dei corrispondenti stranieri sul complicato del rapporto del nostro paese con il Cavaliere.
Ora che “lui” non c’è più (almeno per un po’), i giornali stranieri, come quelli nostrani, sono un po’ spiazzati. Tutto dovrebbe essere diverso, eppure non molto è cambiato. Questa almeno l’opinione del sudafricano The Media Online:
Di tutti i paesi della UE, i Reporter senza Frontiere (RSF) hanno posizionato l’Italia al fondo della classifica nel loro Indice mondiale della libertà di stampa del 2010. Ed è la “mancanza di autonomia dalla politica” dei media italiani che fa guadagnare al paese il discutibile titolo di “malato d’Europa”, come lo scienziato politico Chris Hanretty lo definisce nel suo libro del 2010, Italy Today. Da quando è salito al potere nel 1994, tutti hanno accusato solitamente il magnate dei media Silvio Berlusconi. (..) Le recenti dimissioni di Berlusconi a seguito della crisi del debito pubblico hanno suscitato qualche speranza di rinascita politica nel Paese in cui egli era stato, almeno secondo i suoi critici, una presenza oppressiva sulla scena politica per i precedenti 17 anni. Ad ogni modo, i media italiani probabilmente continueranno a godere di limitata autonomia dalla politica, anche senza Berlusconi al potere.
Continua a leggere: Rassegna stampa estera: l'Italia, dopo Berlusconi

Giulio Terzi di Sant’Agata è il neo-ministro degli Esteri nel governo Monti, giunto a questa posizione dalla precedente esperienza di ambasciatore italiano a Washington, ovvero la piazza numero uno per i diplomatici italiani.
E che venga dalla realtà americana si è visto subito nei fatti, dato che da oggi potrà vantare un primato: quello di primo ministro della Repubblica Italiana ad adottare Twitter: trovate qui il suo account, al momento vicino ai seimila follower. Molti di noi (mi comprendo senz’altro nel novero) quando sentono le istituzioni che di colpo si riempiono la bocca con i nuovi strumenti “social” tipo Facebook e Twitter stesso, sentono subito puzza di bruciato.
Il timore è infatti che si tratti solo di un’operazione di facciata e che dietro non ci sia altro che qualche messaggio scontato “tanto per”. Non sembra questo però il caso di Terzi, che ha già inviato messaggi sulla crisi siriana, su Libia e Iran, e sempre piuttosto concreti, al punto che le agenzie stanno facendo a gare per trasformare i cinguettii in lanci stampa.
Continua a leggere: Il ministro Terzi inaugura il governo di Twitter

C’era una volta un account Twitter, che si chiamava @palazzochigi. Gestito da qualcuno che fingeva di essere un portavoce di Palazzo Chigi. Twittava sotto la presidenza di Silvio Berlusconi, ha continuato a farlo sotto la presidenza Mario Monti. Fino a ieri, giorno in cui l’account è stato chiuso.
Non ci voleva molto a capire che si trattasse di un fake: bastava dare un’occhiata allo storico dei tweet. Oppure cercare su Google: si sarebbe trovato un articolo di Wired in merito. Datato dicembre 2010.
I Socialeroi espongono in maniera piuttosto condivisibile il loro punto di vista in merito alla vicenda. Sostanzialmente, chiunque fosse dietro all’account @palazzochigi ha commesso un solo “errore”: non palesarsi come fake e continuare a mantenere il profilo istituzionale. Naturalmente, la cosa faceva parte del gioco.
Qualcuno, però, fra cui Andrea Sarubbi - che qui abbiamo più volte plaudito per aver ideato #opencamera, l’hashtag su Twitter in cui seguire i lavori dall’interno di Montecitorio - ha preso @palazzochigi talmente sul serio da arrivare addirittura a segnalarlo alla polizia postale. Sarubbi ha poi sentito il bisogno di spiegare e di scusarsi. Impossibile dire se sia stata la sua segnalazione a generare il pasticciaccio.
Ma il risultato - oltre a evidenziare che il web è ben lontano dall’essere compreso nelle sue manifestazioni, e oltre a far rabbrividire perché qualcuno possa aver davvero pensato che quello fosse un account ufficiale - è che @palazzochigi ora non esiste più, dopo essere esistito, indisturbato, per oltre un anno.
Come dire: scherza coi santi (e Berlusconi) lascia star Monti.

Eppure Giovanni Trapattoni l’ha ripetuto recentemente: non dire gatto se non ce l’hai nel sacco. Avete (abbiamo) esultato per le dimissioni di Silvio Berlusconi (subito ripresi da gran parte dei media, come ha ricordato Marco Travaglio in un recente articolo), avete pensato che questa volta per il Cavaliere non ci fosse scampo, e invece no. Solo e abbandonato da tutti (esclusi, naturalmente, servi, meretrici varie ed eventuali, parlamentari, tv e giornali amici), il Cavaliere non vuole lasciare il centro della scena, non vuole immalinconire i suoi sostenitori:
“Accettiamo una sospensione della democrazia. Subiamo il terrorismo dell’opposizione, della stampa, della stampa straniera. Per questo motivo mi sono dimesso. “Se avessimo chiesto le elezioni, avrebbero dato la colpa a noi. Ci sarebbe stato un bombardamento terrificante contro di noi. Le elezioni avrebbero creato un vuoto di governabilità’. Gli elettori scaricano la responsabilità su chi governa” ha detto il Cavaliere, “non siamo in uno stato di pericolosità.”
Un uomo lucido, come vedete, pronto a riconoscere i propri errori. E mentre il governo Monti ottiene una fiducia molto ampia al Senato (qui un articolo di V.), il Cavaliere a cosa pensa? Ad attribuire a “qualcuno” la responsabilità della caduta del proprio governo. Dimostrando un senso della realtà pari a zero, la colpa è sempre degli altri, l’opposizione, la stampa (già, la pericolosissima stampa italiana), i media stranieri. Il paese balla pericolosamente sull’orlo del fallimento e il capo del Pdl che fa? Pensa ad una riforma epocale, che cambierebbe per sempre la vita degli italiani. Seguiteci dopo il salto per scoprire di cosa parliamo…
Continua a leggere: Berlusconi: democrazia sospesa. Ma non era uscito di scena?