
Nell’ordalia di celebrazioni postume dell’uomo e politico Francesco Cossiga, sono rimasto colpito da una frase del suo testamento; frase che riveste un’importante e non trascurabile rilevanza storica.
Riferendosi ai capi di stato e alla loro presunta imparzialità, l’ex-picconatore scrive: “Siamo stati tutti interventisti. Non esiste il Presidente della Repubblica garantista e al di sopra delle parti”. Tesi interessante. Ma anche vera? Vediamo un po’ di analizzare il comportamento degli ultimi presidenti, sempre tenendo conto che in quanto esseri umani anche i primi cittadini d’Italia qualcosa del loro l’avranno messa…
Pertini. Il cosiddetto “presidente più amato” (ma non da tutti) rientra sicuramente nella sfera di pensiero cossighiana. Le sue sferzate ai politici si ricordano ancora oggi. E di certo non era un imparziale, anche per la sua storia personale di partigiano e antifascista. Cossiga ha ragione.
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” la Costituzione repubblicana indica (che) le elezioni politiche generali (..) sono l’unico rimedio democratico a una eventuale crisi politica della maggioranza parlamentare”
Giorgio Stracquadanio
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I rilievi dell’onorevole Ghedini (pubblicati ieri dal Corriere della Sera) sulle dichiarazioni che il Capo dello Stato ha reso in merito al disegno di legge sulle intercettazioni sono oggi al centro di accese polemiche.
“I commenti del Quirinale sono assai pregevoli, ma c’è un Parlamento - ha osservato Ghedini-, eletto da una quarantina di milioni di elettori: spetta a quest’ultimo decidere. Visto che non siamo una repubblica presidenziale”. Ed ancora: “La valutazione del Capo dello Stato non è su problemi di natura tecnica. Altrimenti dovrebbe farsi eleggere. La valutazione è sulla costituzionalità. Le ‘criticità tecniche’ esulano dalla sua competenza”. A prescindere dal carattere poco riguardoso di tali asserzioni nei confronti di Napolitano, in esse si ravvisano almeno due gravi “inesattezze”.
La prima. Forse Ghedini non se n’è accorto, ma il Presidente della Repubblica italiana…
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Nella riunione della Consulta della giustizia del PdL svoltasi ieri, diversi parlamentari della maggioranza si sono lamentati del silenzio del Quirinale sulle modifiche da apportare al disegno di legge sulle intercettazioni. Modifiche che consentirebbero la promulgazione del testo normativo senza rinvii alle Camere per una nuova deliberazione.
In assenza di indicazioni provenienti dalla più alta carica dello Stato - si è rilevato da più parti - non è affatto scontato che il disegno venga cambiato. Si attendono così le direttive del Governo. E, come riporta oggi Liana Milella su Repubblica, già qualcuno prospetta il ricorso al voto di fiducia anche per l’approvazione di questo contestatissimo atto legislativo.
Ma il silenzio di Napolitano costituisce davvero un comportamento scorretto e irrituale, come sembrerebbero lasciare intendere i commenti stizziti dei parlamentari del PdL? Stando a quanto prevede la Costituzione…

L’apertura del canale youtube del Quirinale ha un che di paradossale. Nello stesso anno, l’ennesimo, in cui il Governo decurta i finanziamenti per lo sviluppo della banda larga il Presidente della Repubblica decide di utilizzare internet per il suo consueto discorso.
Ragionamento che si apre alla rete per necessità più che per investimento. Se le stesse parole fossero state caricate su youtube qualche anno fa (il sito di video sharing compirà il prossimo febbraio cinque anni) avremmo potuto sostenere senza essere smentiti che il Capo dello Stato utilizza il web per avvicinarci al futuro.
Esserci oggi oltre che paradossale è quindi ridondante. Sottolinea l’arretratezza di un paese a cui fa comodo essere la Cenerentola d’Europa. È notizia di questi giorni, infatti, la decisione del Governo francese di stanziare 20 milioni di euro per la crescita dell’editoria on-line.
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Passiamo ai giudici costituzionali eletti dal Parlamento in seduta comune (quindi anche, e soprattutto, con i voti della maggioranza). Vediamo chi sono. Si tratta anche in questo caso di figure di alto profilo. Ma due di questi giudici, nell’estate scorsa, come molti di voi ricorderanno, hanno preso pubblicamente le parti del Presidente del Consiglio. Sono i giudici Luigi Mazzella, Avvocato Generale dello Stato (eletto dal Parlamento il 15 giugno 2005), e Paolo Maria Napolitano, Consigliere di Stato (eletto dal Parlamento il 5 luglio 2006). La vicenda è molto nota ma è bene ricordarla, alla luce degli accadimenti di questi giorni.
Lo scorso giugno L’Espresso ha diffuso la notizia che, nel maggio precedente, si era svolta una cena a casa del giudice Mazzella, alla quale avrebbero partecipato il giudice Napolitano, il Presidente del Consiglio, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, il Ministro della Giustizia e il presidente della Commissione Affari costituzionali del Senato. La notizia della cena ha suscitato subito aspre polemiche, in considerazione del fatto che ad ottobre la Corte costituzionale avrebbe dovuto giudicare sul “lodo Alfano”. Di Pietro ha così presentato alla Camera un’interrogazione, chiedendo chiarimenti. Nel “question time” che ha avuto luogo l’1 luglio, il Ministro per i Rapporti con il Parlamento Elio Vito, in rappresentanza del Governo, ha risposto che la riunione è stata soltanto un “incontro conviviale” svoltosi in epoca anteriore alla fissazione dell’udienza sul “lodo Alfano”, nel quale non si è discusso né della legge sulla cui legittimità costituzionale la Corte sarebbe stata chiamata a decidere, né tantomeno di riforma della giustizia.
L’Italia dei Valori e il Partito democratico hanno chiesto allora le dimissioni del Guardasigilli e dei giudici costituzionali che hanno partecipato alla cena, ma questi ultimi hanno risposto alle critiche in modo fermo. Mazzella ha consegnato all’Ansa una lettera aperta, formalmente indirizzata al Presidente del Consiglio, in cui rivendicava il diritto “umano” di invitare a casa propria “un amico di vecchia data”, rivelando che non era certo la prima volta che il Capo del Governo era suo ospite e assicurando il “caro Silvio” che quella non sarebbe stata nemmeno l’ultima. Concludeva, infine, affermando che “l’amore per la libertà e la fiducia nella intelligenza e nella grande civiltà degli italiani” consentiva a lui e allo stesso Presidente del Consiglio di “guardare alle barbarie” di cui essi erano stati fatti oggetto “con sereno distacco”. Parole, a dir vero, poco consone al ruolo istituzionale di un giudice terzo ed imparziale.

Il Presidente del Consiglio continua a ripetere che la Corte costituzionale, organo incaricato di svolgere funzioni fondamentali per la sopravvivenza della nostra democrazia, ha una composizione politica. E vistosamente sbilanciata: addirittura undici giudici costituzionali su quindici sarebbero di sinistra. Essa, pertanto, non eserciterebbe un’attività di controllo e di garanzia imparziale, ma “remerebbe” contro il Premier e la sua maggioranza.
E’ davvero così? Direi proprio di no. E vediamo il perchè. Partiamo, innanzitutto, dalle norme che disciplinano la formazione dell’organo. L’articolo 135 della Costituzione prevede che “La Corte costituzionale è composta di quindici giudici nominati per un terzo dal Presidente della Repubblica, per un terzo dal Parlamento in seduta comune e per un terzo dalle supreme magistrature ordinaria ed amministrative”.
Il decreto con cui il Capo dello Stato nomina cinque giudici costituzionali è un atto sostanzialmente presidenziale, il che vuol dire che è assunto dal Presidente nella sua più assoluta autonomia, senza alcuna interferenza da parte del potere esecutivo. Per quanto riguarda i giudici eletti dal Parlamento in seduta comune, l’articolo 3 della legge costituzionale n. 2 del 1967 (Modificazioni dell’art. 135 della Costituzione e disposizioni sulla Corte costituzionale) prevede che “I giudici della Corte costituzionale che nomina il Parlamento sono eletti da questo in seduta comune delle due Camere, a scrutinio segreto e con la maggioranza dei due terzi dei componenti l’Assemblea. Per gli scrutini successivi al terzo è sufficiente la maggioranza dei tre quinti dei componenti l’Assemblea”.

Com’era prevedibile, il “dopo lodo” si apre all’insegna della guerra alla magistratura e al sistema delle garanzie costituzionali. Posto che, come ha ieri tuonato il Presidente del Consiglio, “nessuno è imparziale in Italia”, occorre adesso ridurre all’impotenza tutti quegli organi “di parte” non legittimati dal consenso popolare. Come farlo? Semplice: attraverso una limitazione del loro diritto di voto! Paradossale?
Direi proprio di sì, ma ogni forma di autoritarismo ha sempre un che di grottesco e paradossale. Ce lo insegnava già George Orwell nel suo capolavoro “1984″: ricordate gli slogans del Partito? “La guerra è pace”, “La libertà è schiavitù”, “L’ignoranza è forza”… E una certa vena autoritaria sembra ispirare ormai molte iniziative della maggioranza di governo.
La prima proposta di legge patrocinata dal Ministro Alfano, dopo la sentenza della Consulta sul “lodo”, è una riforma del Consiglio Superiore della Magistratura intesa soprattutto a modificare il sistema di composizione dell’organo. La novità più importante? L’elezione dei consiglieri dovrà essere preceduta da un sorteggio.. I fortunati estratti vinceranno il diritto all’elettorato passivo! Potranno essere eletti. Gli altri a casa. Magari ritenteranno la prossima volta!
Continua a leggere: La controffensiva di Alfano: la riforma del C.S.M. e il gusto del sorteggio

Sostenere a parole che quanto detto, sui dialetti in televisione piuttosto che sull’inno di Mameli, dai vari esponenti della Lega sia sbagliato sono bravi tutti. O quasi. Testimoniare con i fatti che le idee del Carroccio possano essere liquidati come semplici colpi di sole è più impegnativo.
Stando a quanto dichiarato dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano a la Stampa sarebbe stato necessario un sollecito alle autorità competenti per garantire i festeggiamenti del centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia previsto per il 2011.
La richiesta di delucidazioni avanzata dalla massima autorità del Paese non sarebbe però stata accolta, e quindi appagata, tanto che lo stesso Giorgio Napolitano“>Giorgio Napolitano ha già fatto sapere di elaborare una propria proposta qualora quella del Ministro dei Beni Culturali Sandro Bondi non fosse all’altezza delle aspettative.

Il presidente cinese Hu Jintao sarà ospite del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, dal prossimo sabato fino all’inizio dei lavori del G8 previsto per il martedì successivo.
La visita, fortemente voluta dal nostro capo di Stato, rappresenta per il Governo Cinese un’opportunità per avviare una serie di attività con il nostro paese.
“L’obiettivo della Cina - ha dichiarato Jintao a Il Corriere della Sera, anticipata da Reuters - è di rafforzare la fiducia politica reciproca con l’Italia, intensificare gli scambi, approfondire concretamente le cooperazioni e promuovere lo sviluppo economico sociale dei nostri paesi. Vogliamo anche affrontare le sfide globali rappresentate soprattutto dalla crisi finanziaria e creare un futuro ancora migliore per i rapporti tra Cina e Italia”.
Continua a leggere: Arriva Hu Jintao, ma la Cina preferisce Napolitano a Berlusconi