
E’ da qualche giorno che sentiamo echeggiare la polemica sul formato delle schede elettorali. Berlusconi ha tirato fuori la questione, suscitando la sdegnata reazione del ministro Amato (”Le schede sono conformi alla legge voluta da Berlusconi. Non c’è più tempo per ristamparle.”)
Molti però si sono accodati alla posizione del Cavaliere, e non solo i rappresentanti del centro-destra, come si potrebbe supporre, ma anche parti della coalizione avversa, come i dipietristi. Dunque qualche fondamento di verità ci sarà pure, o sono tutti impazziti proprio quando manca una settimana esatta al voto? Tutto è possibile, d’altronde siamo in Italia; ma vediamo un po’ come si arriva a questa situazione.
Fino al 2006 si usava porre i simboli dei partiti in verticale, una scelta obbligata visto che oltretutto serviva spazio sulla destra per esprimere il voto di preferenza al candidato. Quest’ultimo si indicava prima col numero di lista, poi col nome per esteso ma il concetto non cambia. Questo sistema aveva il pregio di impedire la sovrapposizione della croce su due simboli affiancati, ma anche il grosso difetto di dilatare a dismisura la lunghezza della scheda; non a caso ultimamente in cabina impiegavamo più tempo a sfogliare e ripiegare carta che a tracciare la nostra preferenza con la matita copiativa.
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E’ un argomento poco trattato in questi giorni, ma siamo sicuri che il tema diventerà profondamente attuale all’indomani delle elezioni politiche. Stiamo parlando delle riforme istituzionali. E’ dai tempi di Craxi che si vocifera di una “Grande Riforma”, di stampo presidenzialista ( i maligni direbbero cesarista, cioè si vuole concentrare molto potere nelle mani del Primo Ministro o del Presidente della Repubblica). L’idea, in un paese che, come ha scritto Marco Travaglio, produce due o tre duci per secolo, è molto pericolosa. Bisogna andarci cauti. La riforma Costituzionale della Casa della Libertà, fortunatamente bocciata dai cittadini, prevedeva un enorme rafforzamento dei poteri del premier (oltre allo sfascio della Repubblica, che sarebbe stata de facto divisa in venti stati). Nonostante ciò, gli ultimi avvenimenti che hanno portato alla caduta del Governo Prodi impongono una seria riflessione. Qualcosa da cambiare c’è. Vediamo cosa.