
E’ di questi giorni il ritorno all’attualità - come ci ha ricordato Marco stamattina - del tema delle firme false sulle liste elettorali riferite alle regionali in Piemonte e Lombardia.
Nel regione dove spopola da anni Formigoni, i Radicali hanno denunciato 360 firme false piazzate per poter presentare la lista “Per La Lombardia”. Ora, tra pochi giorni sapremo se nella regione lombarda, come in Piemonte, saranno da ripetere le elezioni. Quello che interessa a noi però è capire la ‘linea di difesa’ adottata dai due governatori di centro destra, che più in generale si ispirano alla linea del loro partito.
Come fa notare Alessandro Capriccioli, l’argomentazione è una e una soltanto: si tornasse alle elezioni, sarebbe il tipico caso in cui la burocrazia vanifica la volontà popolare. Dunque aspettatevi Cota e Formigoni gridare al golpe giudiziario…
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Il Governo ha presentato oggi l’emendamento al disegno di legge sulle intercettazioni. La novità? Si prevede che il divieto di pubblicazione rimanga fino alla cosiddetta “udienza filtro” con la quale il giudice per le indagini preliminari, d’intesa con il pubblico ministero e con la difesa, stabilirà quali siano le parti pubblicabili e quelle che invece dovranno essere secretate.
Le intercettazioni, pertanto, saranno coperte dal segreto fino alla conclusione di tale udienza, per la cui fissazione, tuttavia, nel nuovo testo governativo, non è previsto alcun termine (come invece chiedeva il Pd). La proposta di emendamento porta la firma del sottosegretario Giacomo Caliendo, recentemente coinvolto nelle indagini sulla “P3″.
Come da copione, i finiani si dicono entusiasti: “Credo che questo testo sia un balzo in avanti. Credo che sia innegabile - ha dichiarato, ad esempio, il presidente della Commissione Giustizia Giulia Bongiorno - che questo emendamento vada incontro alle istanze che sono state rappresentate dal mondo dell’informazione. Personalmente ho sempre detto che bisognava andare in questa direzione, sicuramente questa opzione mi sembra estremamente positiva. Più che di un passo in avanti mi sembra un balzo in avanti nel testo”.

Finalmente, dopo qualche anno di relativo oblio, è tornato di gran moda il tema delle riforme istituzionali. Sembra inevitabilmente giunta l’ora di passare al presidenzialismo alla francese, con tanto di doppio turno (che già al primo turno alle urne non ci va più nessuno, figuriamoci al secondo). Poi servirà una revisione della legge elettorale. Andrà ripensato il ruolo del Senato, trasformandolo in una camera federale. Bisognerà bilanciare i poteri di governo e Parlamento. Forse si potrebbe anche reintrodurre il sistema delle preferenze togliendo la lista bloccata.
Tutte ipotesi molto intriganti, su cui confrontarsi a lungo e appassionatamente. Però. Però forse sarebbe appena il caso di fermarsi un attimo, prima di lanciarsi a sostenere una o l’altra ipotesi, per chiedersi: ma a cosa xxxx serve adesso una riforma istituzionale? Per caso è stato dimostrato che i milioni di elettori che non vanno a votare sono schifati dal sistema elettorale o dalla forma non presidenzialista della nostra Repubblica? Non mi risulta.
Eccoci allora di fronte all’ennesima messa in scena in cui un partito che gode di una maggioranza schiacciante, che può far approvare qualsiasi legge in tempi rapidissimi (gli esempi non mancano di certo) si inventa che è necessario rivedere il sistema istituzionale e le regole del gioco. Un bel fuoco di paglia per dettare l’agenda ad una opposizione esanime (che prevedibilmente si dividerà in mille rivoli tra sostenitori del turno unico, doppio e triplo) e oscurare con un poco di fumo acre le reali emergenze del Paese. Tanto a quelli ci pensa Tremonti.
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Più di un osservatore maligno, in passato, ha evidenziato che in Italia vige un perenne stato di campagna elettorale, in cui, passando da una elezioni all’altra, si fa soltanto propaganda, rinviando la soluzione dei problemi reali ad un tempo indefinito in cui non ci siano scadenze elettorali in vista.
Una osservazione che sembra piuttosto realistica. Non è trascorsa una settimana dal voto che D’Alema già si preoccupa delle elezioni comunali del 2011 che, dice la Volpe del Tavoliere, saranno il vero banco di prova del Pd (su questa affermazione ci sarebbe molto da dire…. ma lo lascio ai vostri commenti).
Ma non basta. Nel frattempo di sarebbero già aperti i giochi per organizzare e vincere le Primarie che, nel 2012, dovrebbero designare lo sfidante di Berlusconi alla guida del nuovo Governo. In questo caso sarebbe Nichi Vendola lo sfidante più accreditato per affrontare eventuali big che il Partito democratico riuscisse a mettere in campo per l’occasione. Questa cosa è davvero grandiosa: già si inizia a pensare a chi sfiderà Berlusconi nel 2013 e ancora non si è capito quale sarebbe l’alternativa di governo che il centrosinistra contrappone (con o senza l’Udc? boh) alla coalizione Pdl - Lega. Intanto troviamo il candidato: vedremo poi per fare cosa….

La Regione Lazio sembra destinata a rimanere la protagonista indiscussa delle Elezioni regionali 2010. Dopo le comiche del caos liste, con tanto di inutile decreto interpretativo di corredo, ora sembra approssimarsi la sceneggiata delle schede nulle. Pare infatti che i dirigenti del Pdl abbiano schierato i pretoriani della libertà nei seggi con l’ordine perentorio di impedire che le schede vengano annullate. Quali schede? Quelle che riportano una croce sulla Lista Polverini e la preferenza per uno dei candidati della lista Pdl (quella provinciale di Roma), che sono stati esclusi dalla competizione.
Secondo Fabrizio Cicchitto, Vincenzo Piso, Maurizio Gasparri, Stefano De Lillo e Paolo Barelli, se un elettore scrive il nome di uno dei NON candidati sotto il simbolo della Polverini il voto deve essere ritenuto valido, in quanto l’espressione della volontà è chiara. Per gli uomini del Partito democratico, invece, la legge parla chiaro e chi scrive sulla scheda un cognome che non rientra tra quelli sulle liste annulla il proprio voto.
Facile immaginare che ci sarà una certa confusione, nella provincia di Roma, quando domani alle 15 chiuderanno i seggi e inizierà il conteggio dei voti: servirà una leggina ad personam anche in questa occasione…

Leggendo il freepress in metropolitana, sbirciando i cartelloni sulle strade, ascoltando videocomizi più o meno rabbiosi, vi sarà venuto il dubbio che qualcosa di importante stia per avvenire. In effetti siamo a pochissimi giorni dal voto per le Elezioni regionali 2010. Se avete già scelto cosa mettervi per l’occasione, potrebbe tornarvi utile qualche indicazione sui dettagli del simpatico evento democratico.
I seggi elettorali resteranno aperti dalle ore 8 alle 22 di domenica 28 marzo e dalle 7 alle 15 di lunedì 29 marzo: non sperate in un decreto interpretativo, se vi presentate alle 15 e 30 non vi fanno votare! Se nella vostra regione si vota anche per Provinciali e Comunali vi verrà consegnata più di una scheda: la scheda per le elezioni regionali sarà di colore verde, mentre quella per le provinciali sarà gialla, infine, per i comuni che vanno anche al voto amministrativo ed eleggono un nuovo sindaco, la scheda sarà azzurra.
Per quanto riguarda il come manifestare correttamente la propria intenzione di voto, senza essere turlupinati dai rappresentanti di seggio comunisti e dagli scrutatori al soldo di Mosca, dopo il salto trovate le istruzioni complete fornite dal ministero dell’Interno: se fuori dal seggio un amico vi suggerisce sottovoce un voto disgiunto non prendetelo a pugni (almeno non subito), è una delle possibilità in campo e prevedete di votare un presidente di Regione di un colore e una lista a lui non alleata. Nel caso del Lazio, circoscrizione Roma, la scelta delle liste risulta ridotta da alcuni intoppi burocratici…
Continua a leggere: Elezioni regionali 2010: come e quando si vota

L’incitamento al non voto, all’astensione, arriva puntuale prima di ogni tornata elettorale, soprattutto da chi crede che nessuno dei candidati e dei partiti sia degno di governare una Regione, un Comune o uno Stato. L’invito all’astensione presuppone una reazione forte da parte dei politici che, scossi da percentuali di astensione molto elevate, dovrebbero mettersi a lavorare, smettendo di brigare, arraffare e cucirsi leggi ad personam.
In Francia il 53% degli aventi diritto ha scelto di non partecipare alle elezioni regionali. In Italia il dibattito intorno al non voto è stato aperto dall’Associazione Italiafutura di Montezemolo che, supportata da un sondaggio Swg, sottolinea… se si chiede di prendere in considerazione il caos che caratterizza la vita politica italiana e il particolare momento che accompagna le elezioni regionali … il 35% dei cittadini ritiene che la scelta di non andare a votare o di votare scheda bianca sia una scelta legittima. Dato che sale ulteriormente, fino ad arrivare al 51%, se si prende in esame la classe di età tra i 18 e i 34 anni. I giovani sono dunque più propensi a usare l’astensione come strumento di pressione politica. Insomma la scelta dell’astensione, in un contesto politico tanto deprimente, sarebbe una prospettiva da non biasimare.
Per altri le elezioni regionali si presentano come l’ennesimo cinepanettone della politica italiana, con tutti gli elementi del caso: politici pasticcioni, equivoci, donnine e mandrilli, l’odore dei soldi. E non votare è legittima opzione. Però…. l’Italia può permettersi l’Aventino, la diserzione del voto? Siamo sicuri che il silenzio serva? Nel bene e nel male questo è il nostro paese e gli «antitaliani», alla lunga, sono i veri alleati, pur con nobili motivi, dell’Italia peggiore. Voi come la vedete? Vale ancora la pena di andare al seggio?

Quando esplodono degli scandali e si avviano delle inchieste nei mesi precedenti al voto, di qualsiasi voto si tratti, taluni amano urlare contro la giustizia a orologeria. C’è quindi da immaginare che gli stessi malfidati esperti in dietrologia saranno molto preoccupati dal fatto che il Comune di Roma abbi bandito (il 23 febbraio) una raffica di concorsi per complessivi 1995 posti (quasi 2 mila posti di lavoro), i cui bandi scadono il 25 marzo 2010.
Il fatto che l’amministrazione della città e il suo sindaco siano della stessa area della candidata PDL alla presidenza della Regione e che quindi possano avere anche solo pensato di utilizzare questa vagonata di assunzioni come sistema per guadagnarsi la benevolenza degli elettori mi pare un’ipotesi davvero troppo spudorata e non applicabile al rigoroso contesto etico che aleggia sulla Capitale. Sicuramente si tratterà di una banale coincidenza tra le esigenze di organico del Comune di Roma e il normale iter democratico della Regione Lazio.
Voi che ne dite?
La campagna elettorale per le Regionali 2010 (avete già votato per il PolisSondaggio, vero?) sembra incentrarsi intorno al cibo: al panino di Alfredo Milioni che ha portato all’esclusione delle liste del Pdl nella circoscrizione di Roma, al McItaly a orologeria del candidato presidente del Veneto, Luca Zaia e, naturalmente, non poteva mancare un bel piatto di spaghetti al pomodoro, magari con una grattatina di parmigiano sopra.
Stando al freepress Napoli di oggi, nei quartieri più difficili della capitale campana sarebbe iniziato da tempo il mercato dei voti, con le consuete offerte in denaro per i pacchetti di preferenze abbinate a proposte più contenute ma concrete per i singoli consensi. Ecco dunque pacchi di pasta, bottiglie di olio e pezzi di parmigiano distribuiti dai comitati elettorali insieme ai santini del futuro consigliere.
Gli intrusi che si avventurano nelle zone già assegnate ad altri candidati verrebbero allontanati rapidamente e gli eventuali attacchini sarebbero dissuasi a colpi di pistola (per ora ad aria compressa).

Dopo le favole raccontate ieri in conferenza stampa dal premier sui magistrati cattivi che non accettano le liste del Pdl, i Carabinieri che non impediscono violenze e soprusi all’interno dell’ufficio elettorale e il successivo siparietto del La Russa furioso che torna alle origini riassaporando i bei tempi andati, ci possiamo rilassare leggendo qualche riga da Libero di oggi.
Un pezzo firmato Geronimo e intitolato Che contrappasso: il partito dei nominati è caduto sulle nomine riporta tutta la questione alla sua dimensione originale, facendo piazza pulita (da destra) di facezie e leggende metropolitane utilizzate da Berlusconi per giustificare l’ingiustificabile manifestazione convocata a Roma per il 20 marzo.
Leggiamo dunque Libero: “La vicenda delle liste, ed in particolare quella del PdL nel Lazio, è responsabilità del pressappochismo dell’intera classe dirigente locale di quel partito…. non esistono nel PdL (in realtà in quasi tutti i partiti) organi collegiali che approvano le liste almeno 24 ore prima dell’inizio della presentazione… Così si faceva un tempo lontano quando politica significava democrazia e quando a presentare le liste erano funzionari professionalmente dotati che non andavano a mangiare un panino in prossimità di una scadenza oraria per la presentazione della lista…