Il Molise con i suoi 319.611 abitanti è la seconda regione più piccola d’Italia, nonché l’unica nata da uno scisma - nel 1963 - che la divise dagli Abruzzi. Oggi i risultati delle elezioni regionali molisane incoronano per la terza volta Michele Iorio, del PdL. Una vittoria sulla quale val la pena spendere due parole - i dati li trovate dopo il salto.
Non vuol dire sicuramente nulla a livello nazionale, prima cosa. Ma ci sono una serie di note - di colore, se vogliamo - che val la pena sottolineare: la prima è la campagna elettorale di Iorio, primo in Italia a liberarsi del fardello di Berlusconi dal simbolo. Scriveva al tempo Wil su NonLeggerlo
Non era mai successo. Lo hanno fatto sparire. Perché porta male. E perché da un po’ di tempo a questa parte, non è più sinonimo di risorsa. Ma di zavorra. Di peso, di imbarazzo. “Ci fa solo perdere voti”, dicono da quelle parti. Tra 15 giorni il voto in Molise, e dal simbolo del candidato Pdl - Michele Iorio - è stato cancellato l’onnipresente “Berlusconi”
Ed è l’onda lunga di un fenomeno che era stato chiaro fin dalle elezioni comunali di quest’anno. Berlusconi, quando ci ha messo la faccia nelle campagne elettorali - anche a livello strategico - ha fatto solo danni. Penso a Milano per esempio, e alla disastrosa campagna elettorale di Letizia Moratti, “aggravata” dalla presenza di Berlusconi in una mattina al Teatro Nuovo che vi raccontammo in prima persona.
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Franco Frattini scopre che Gheddafi era cattivello. E dice che, addirittura, il rais aveva un piano per trasformare Lampedusa in un inferno. Ci ha messo un po’ di tempo, Frattini. Di cui è bene ricordare una serie di dichiarazioni. Giusto per un esercizio di memoria. E per far capire con che facilità cambino le cose, nel nostro paesello. Con che facilità si racconti agli italiani di tutto e di più. Senza nemmeno bisogno di un posto in prima fila.
Gheddafi era benvoluto dal Governo Berlusconi. E non c’è bisogno di eccessivi sforzi storiografici per ricordarlo. Ma le evoluzioni funamboliche delle dichiarazioni del nostro Ministro degli Esteri sono davvero uno spettacolo d’arte varia.
3 settembre 2008 - Il Giornale. Nessun attacco da Roma alla Libia: si firma il trattato, e l’Italia si impegna a non concedere basi agli USA per attaccare la Libia. E di non attaccare a sua volta.
C’é l’accordo con la Libia che prevede un reciproco impegno a non esercitare azioni di aggressione, cosa che l’Italia esclude categoricamente di poter fare.
31 ottobre 2008 - La Stampa. Amicizia e affidabilità della Libia.
Al convegno di ieri il ministro degli Esteri Frattini ha confermato che l’Italia è pronta ad accogliere Gheddafi «come un amico». E ha ribadito che Roma considera la Libia «un Paese affidabile e un partner eccezionale», garantendo la ratifica «in tempi brevi» del trattato da parte del Parlamento. «Le nostre relazioni sono entrate in una fase nuova», ha confermato Saif El-Islam Gheddafi: «Oggi è possibile realizzare cose prima impensabili», come le forme di cooperazione militare previste dall’articolo 20 del Trattato.
Agosto 2010 - TgCom: Frattini definisce le critiche dell’opposizione a Gheddafi “senza senso”.
Le critiche dell’opposizione per la visita del leader libico Muammar Gheddafi a Roma non hanno senso. “E’ gente che non conosce affatto né la politica estera né gli interessi dell’Italia”. Lo afferma il ministro degli Esteri Franco Frattini. “Gheddafi è un leader importante per tutto il Medioriente, e noi - ha aggiunto Frattini - da questa opposizione non ci aspettiamo niente”.
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E’ in atto una vera e propria opera di mistificazione dello sciopero generale del 6 settembre 2011 indetto dalla CGIL. Un’opera volta a svuotare definitivamente il senso stesso della parola sciopero.
Si sfrutta il richiamo alla coesione sociale da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, per cominciare. E si arriva al punto di screditare il senso stesso dello sciopero.
Ci pensa, in ottima compagnia, il Segretario generale della CislRaffaele Bonanni dalle pagine del Giornale. Intervistato, il sindacalista arriva addirittura a sostenere, come se fosse dotato di una logica ferrea, un discorso che appare assolutamente paradossale.
Non serve. Lo abbiamo detto spesso in questi tre anni di crisi: giusto protestare, ma solo per motivi sindacali, quando c’è una vertenza da chiudere. Poi si può manifestare di sabato oppure di sera come in questi anni abbiamo fatto noi e la Uil, consapevoli della situazione in cui siamo.
E chi utilizza l’unico strumento rimasto ai lavoratori - forse sarebbe più corretto dire: ai cittadini, visto che la manovra aggiuntiva ha addirittura annullato la volontà popolare espressa con il Sì al quesito 1 dei referendum di giugno - per far sentire la propria voce.
Ma Bonanni prosegue con il paradosso:
Lo sciopero è un aiuto a chi in questo governo non vuole il dialogo con noi. Sembra che ognuno giochi la parte di un copione. Loro fanno sciopero, il governo tira dritto.
Ma il discorso sembra tutto al contrario: lo sciopero non può essere un aiuto al Governo. Lo sciopero non può essere inutile perché qualcuno ha deciso che ci vuole coesione sociale. La coesione sociale non può essere richiesta se un Governo, per primo, la demolisce. Eppure, negli anni - fin dal 1994, prima manovra di Berlusconi - è questo quel che è successo: si è mistificato il senso dello sciopero. Si è svuotato del suo significato. Lo si è rappresentato - e quindi, visto che nella società dello spettacolo, la realtà è rappresentazione - come un inutile e arcaico orpello. Lo si è falsificato nel suo senso più profondo, modificando, nell’immaginario, il significato della parola sciopero, trasformandolo in un concetto che abbia a che fare con chissà quale illegale ribellione. Invece, se esiste un dissenso nel Paese, allora si dovrebbe coagulare e si dovrebbe manifestare, senza timore di disturbare troppo.
Invece no. Invece arriva anche Giuseppe Fioroni (Pd, braccio destro di Veltroni) a dire che la Cgil è irresponsabile - utilizzando dunque la stessa retorica della destra - e ad auspicare che il Pd non dichiari appoggio alla manifestazione:
Non credo che uno sciopero generale sia il modo di aiutare a far crescere un Paese che non cresce. Un sindacato è legittimo che faccia ciò che voglia, ma il Partito Democratico deve avere il coraggio della responsabilita’ e non ritengo che sia responsabile oggi aiutare ad uscire dalla crisi con gli scioperi.
Ecco, è proprio da qui che si può criticare, lo sciopero.

Dalla conferenza stampa di Berlusconi, Letta e Tremonti emerge un fatto: la politica prova a non andare in vacanza. Dai quattro pilastri che hanno delineato Berlusconi e Tremonti per far fronte alla crisi del debito, ne emergono altri due: primo, i due parlano sempre come se non fossero mai stati al governo prima d’oggi. Secondo: i grandi analisti, in vacanza, ci sono già andati. Oppure in Italia non c’è più nessuno in grado di fare opinione sul serio. Me ne sono reso conto perché, personalmente, ho avvertito un enorme bisogno di voci a commento, piuttosto che di cronache della conferenza stampa. Sconfortato da queste constatazioni, ho deciso di provare a fare da me, mettere insieme qualche battuta o opinione raccattata qua e là attraverso varie fonti e provare a spiegare - prima a me che ai lettori - che cosa ci aspetta da questi quattro pilastri. Quindi, se c’è qualche imprecisione non me ne vogliate. Non ci si improvvisa pensatori così su due piedi.
Cominciamo dal primo.
Che cos’è il pareggio di bilancio nella Costituzione?
In parole povere, significa che si imporrebbe, attraverso una modifica della carta costituzionale, che le spese e le entrate dello Stato in un anno si pareggino.
Il che può sembrare un’ottima cosa. Ma è necessario approfondire. Intanto, viene subito in mente una domanda: possibile che i padri costituenti non ci avessero pensato?
Il costituzionalista Gaetano Azzariti e il professor Francesco Giavazzi lo spiegano.
L’art.81 della Costituzione italiana esiste, ovviamente, e stabilisce (con la dicitura Ogni altra legge che importi nuove o maggiori spese deve indicare i mezzi per farvi fronte.) il fatto che non siano ammissibili spese prive di copertura finanziaria. A un certo punto, però, negli anni ‘80, un certo uso creativo della finanza ha cambiato l’interpretazione dell’articolo e ha reso di fatto prassi la copertura delle spese attraverso l’emissione di ulteriore debito pubblico. Una prassi in voga ancora adesso che ha contribuito a generare la risicata situazione finanziaria in cui versa il nostro paese (almeno, per coloro che vedono un male nella crescita del debito pubblico. I fatti dimostrano che lo è diventato definitivamente, un male, dopo l’entrata in vigore dell’Euro, moneta non sovrana dell’Unione Europea).
Ma è proprio vero che questo benedetto pareggio di bilancio nella costituzione è la panacea di tutti i mali? Personalmente, direi proprio di no. Andiamo a spiegare perché, analizzando tempi tecnici, vincoli da porre e soprattutto altre possibili interpretazioni creative del vincolo.
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Ieri sera scrivevo di Francesco Nitto Palma, nuovo ministro della Giustizia. Il successore di Angelino Alfano in via Arenula oggi sembra dividere gli opinionisti. C’è chi gli accorda una certa fiducia: è un ex magistrato quindi saprà trattare con i colleghi. Altri, proprio per lo stesso motivo, tendono a temere che Nitto Palma saprà dividere meglio di chiunque altro le toghe. E già gli antichi avevano afferrato il concetto di “divide et impera”
Ghedini ha convinto Berlusconi. Con una teoria che, dal suo punto di vista, ha una logica. Il sistema migliore per dividere i magistrati è quello di portare a via Arenula proprio uno di loro. Uno che li conosca dall’interno, magari per nome. Uno pienamente favorevole alle idee del centrodestra sui giudici. Quindi un “nemico” ben più pericoloso e temibile perché più documentato. Per ora, intorno a lui, c’è solo il silenzio dei colleghi
Quel “pienamente favorevole alle idee del centrodestra sui giudici” è stato smentito ieri - a parole, certo, ma pur sempre smentito - dallo stesso Nitto Palma, che ha dichiarato: «Il tempo dello scontro tra politica e magistratura deve cessare e nell’ambito delle proprie responsabilità ognuno di noi deve farsi carico dell’enorme problema della giustizia e quindi deve affrontare le necessarie riforme».
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“Con la crisi di Berlusconi si apre il processo di una nuova leadership nella Casa delle Libertà”.
Daniele Capezzone, 19 aprile 2005
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Al di là delle “sparate” elettorali e degli arrampicamenti sugli specchi, Silvio Berlusconi sa che per la prima volta tira un vento nuovo, non più favorevole a se stesso e al partito del “predellino”.
Dopo i ballottaggi, il Pdl è a rischio implosione, e se ciò accadrà, la maggioranza di centro-destra non sarà in grado di reggere all’urto e si avvierà la scomposizione del quadro politico attuale. In quale direzione, nessuno lo sa. Anche perché, alla crisi del Pdl e della coalizione di governo, non si contrappone una opposizione credibile, coesa e pronta al cambiamento.
Di fatto, in crisi c’è tutta la politica italiana, il fallimento delle classi dirigenti e soprattutto quello dei partiti. Le due risposte date negli ultimi 17 anni, il bipolarismo e il leaderismo, non hanno saputo rinnovare l’Italia, con danni enormi su tutti i piani, non solo su quello economico e sociale.
Il “ghe pensi mi” alla Berlusconi, ma anche “l’uomo della provvidenza” alla Bassolino”, hanno cavalcato l’antipolitica, il populismo e la demagogia. E a Napoli, come in tutto il Paese, oggi si raccolgono solo foglie secche.
D’altronde, il bipolarismo italiano è, oltre che coatto, falso: regge solo grazie a un vergognoso sistema elettorale e a un altrettanto vergognoso premio di maggioranza che non trova eguali in nessuna democrazia occidentale. I governi di centro-destra, così come i governi di centro-sinistra, da quasi 20 anni sono stati e sono governi di “minoranza”, senza un forte progetto politico riformista.
A questo punto, e in questa situazione, non si può pensare di arrivare al 2013 con questo premier, questo governo, questa maggioranza, questo quadro politico. La scossa che arriverà dai ballottaggi, se scossa vera sarà, potrà fare bene all’intero Paese.
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“La Moratti ha detto una una bugia”
Matteo Salvini, 12 maggio 2011, parlando delle accuse di Letizia Moratti a Pisapia |
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Leggo su Dago di un imminente rimpasto: possibile? Leggo che “servono almeno cinque posti tra viceministri e sottosegretari. Non uno di più e non uno di meno” già, perché il conto il Movimento di Responsabilità Nazionale - Scilipoti, Razzi, Calearo… - prima o poi doveva presentarlo, e sembra che sia partito un ultimatum direttamente da Luciano Sardelli, capogruppo del neonato movimento. Vuoi dire che…
La proposta è ultimativa e contiene un termine perentorio: se entro giovedì, quindi ultima possibilità prima di Pasqua, il rimpasto non viene apparecchiato, i Responsabili sciolgono il gruppo e si mettono in libertà. Oppure restano in gruppo ma voteranno irresponsabilmente, rispetto al governo s’intende. Prendere o lasciare. E Luciano Sardelli, con tutto il tifo di Mesagne alle spalle, sta proprio ripassando questo discorso per farlo tra poco a Silvio B
vedremo nei prossimi giorni. Intanto godetevi il sito del MRN.
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“Il nome di Berlusconi è bandito da questo blog”.
Beppe Grillo, 31 marzo 2011
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