Oggi Repubblica offre ampio spazio a una lettera di Walter Veltroni. Ogni tanto l’ex segretario PD torna a parlare - anzi, a scrivere: qui la lettera che aveva scritto al Corriere della Sera nel 2010, qui un’altra lettera di Veltroni a Repubblica del gennaio scorso - a tentare di dettare un’agenda, a farsi sentire. Su tanti punti parla a nuora perché suocera intenda. È bene ricordare che l’ultima tornata elettorale, quella delle comunali del giugno scorso, si è chiusa con un trionfo per il centrosinistra anche grazie al silenzio di Veltroni.
Lo stile è quello consueto, non di facilissimo impatto, non immediatissimo
occorre proporre al paese una autentica rivoluzione democratica. Il cui primo passo è la riduzione del macigno del debito pubblico . A gennaio al Lingotto dissi che una volta fatto un piano industriale della pubblica amministrazione che collochi al punto di maggiore efficienza il benchmarking della spesa, una volta snellita la elefantiaca macchina politico amministrativa, una volta valorizzato il patrimonio pubblico e raggiunto il pareggio di bilancio strutturale non ci sarebbe nulla di male se il potere pubblico, forte della sua autoriforma, dicesse a quel dieci per cento della popolazione che detiene il 48% del patrimonio privato : “Il debito pubblico è un cancro che divora il presente e il futuro del nostro paese, per abbatterlo più rapidamente ho bisogno del vostro aiuto: vi chiedo un contributo per tre anni per far scendere il debito in modo rapido e liberare risorse per la crescita”
Fatevi un’idea da voi, qui l’epistola integrale.

Il referendum pro Mattarellum scuote il Pd, innervosendo moltissimo il segretario Bersani. 2 quesiti per abrogare il Porcellum e ripristinare i collegi uninominali sono stati depositati in Cassazione con il pieno sostegno, oltre a parte del Pd, anche di Idv e Sel. I promotori dell’iniziativa sono formalmente Arturo Parisi, Stefano Ceccanti e Salvatore Vassallo con Veltroni mandante ideologico dell’azione.
L’accelerazione non è proprio piaciuta a Bersani che boccia totalmente quest’idea referendaria
Un partito ha il dovere di presentare in Parlamento la sua proposta di nuovalegge elettorale. Il Pd ha già annunciato che lo farà al Senato. Sarebbe da irresponsabili alimentare ora una spaccatura interna
Il riferimento è a quella parte del partito che preferisce il proporzionale e non apprezza affatto questa fuga in avanti, senza il sì della dirigenza. A maggior ragione se si pensa che c’è un referendum rivale che prevede il ritorno al proporzionale, proposto da Stefano Passigli.
Continua a leggere: Nel Pd si riducono a litigare sul Mattarellum

Nella disastrosa situazione in cui versa il maggior Partito democratico dell’occidente (Usa esclusi) non ci resta che tentare di rimanere allegri. Anche se in effetti non è che ci sia molto da ridere. Il voto della direzione del Pd sulla relazione del segretario Bersani ha visto prevalere una maggioranza bulgara di 127 a 2. Il piccolo dettaglio è che i rappresentanti dell’Area Modem (acronimo criminale che indica il Movimento democratico del Partito democratico e che la dice lunga sulla mancanza di senso dell’ironia di questa gente) non hanno neppure partecipato al voto.
Non si sono presi il disturbo di esprimere un voto nemmeno i Rottamatori: Matteo Renzi ha fatto appena un’apparizione e Pippo Civati se ne è andato prima della fine. «Ma avrei votato no», ha chiarito Civati. Veltroni, Gentiloni e Fioroni lo avevano detto: così non va! Sante parole. E quando scopriamo che Bersani ha concluso la relazione citando “La malattia della psicoanalisi” di Charles Rycroft, e dicendo che “senza una visione del mondo e un affetto non si va avanti. Io posso dare la mia idea sulla visione ma tutti dobbiamo garantire l’affetto” possiamo ben comprendere quanto sia grave la situazione di un Partito che oltre a non essere mai nato sembra pure sulla soglia di una scissione tra sinistra (scusate il termine) e moderati.
Ps: se dai resoconti non riuscite a capire da quanta gente dovrebbe essere effettivamente composta questa Direzione nazionale (giusto per fare due conti e capire quanti sono questi Modem che non hanno mandato segnali al momento del voto) non preoccupatevi, probabilmente non lo sa nemmeno Bersani: leggete e vedete se capite quanti sono…
La Direzione Nazionale oltre ai 120 componenti eletti dall’Assemblea Nazionale è composta da il Segretario Nazionale, il Presidente dell’Assemblea Nazionale, Il Vicesegretario, il Tesoriere, il massimo dirigente dell’Organizzazione giovanile, i Presidenti dei Gruppi parlamentari italiani ed europei, i Segretari Regionali, 20 personalità del mondo della cultura, dell’associazionismo, del lavoro e dell’impresa indicate dal Segretario, i Presidenti di Regione, i Sindaci delle Aree Metropolitane e i Presidenti delle Province con più di 3 milioni di abitanti e i presidenti di Anci, Upi e Uncem, gli ex Presidenti delle Camere e del Consiglio dei Ministri, i vicepresidenti di Camera e Senato e Parlamento Europeo, i vicepresidenti dei gruppi parlamentari italiani ed europei del Pd, i presidenti di Commissioni parlamentari di Camera e Senato, i candidati alle Primarie, i Presidenti e i relatori delle Commissioni costituenti Statuto, Manifesto dei valori, Codice Etico, 5 giovani espressione della costituenda organizzazione giovanile del PD.

La svolta correntista di Veltroni pur riuscendo a unire con un documento ben 75 parlamentari (quasi il doppio delle truppe finiane) ha però mancato di convincere quei candidati che proprio perchè nominati personalmente (e presentati in pompa magna) da Veltroni erano stati definiti le sue “figurine”.
Nella campagna elettorale del 2008 ci furono molte polemiche intorno al metodo di scelta di alcuni nomi da inserire nelle liste del Pd, in posti che li avrebbero sicuramente portati al Parlamento. C’era l’operaio scampato alla tragedia della Thyssen Boccuzzi, le “giovani” Madia e Picierno, l’imprenditore Calearo, il prefetto Serra, il generale Del Vecchio, il volto tv Sarubbi, il “figlio di” Colaninno.
Ma purtroppo per lui tutti o quasi i suoi favoriti non l’hanno seguito nella sua evidente e clamorosa opposizione interna al Pd. La Madia si dice veltroniana ma non al punto di seguirlo nella sua svolta, Boccuzzi riferisce che Veltroni non doveva lasciare la segreteria del Pd, la Picierno si sente più legata a Franceschini. E c’è persino chi aveva abbandonato il partito già da tempo come Calearo, passato nell’Api di Rutelli.
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Grossa novità, si fa per dire, nello schieramento progressista. Walter Veltroni ha infatti interrotto un lungo sonno dando vita al suo “Movimento” e ponendosi in aperto contrasto con i dalemiani facenti capo al leader Bersani.
Sebbene infatti il nostro Uolter di sia affrettato a chiarire che non si tratta di una corrente, di fatto le prime descrizioni la definiscono esattamente come tale.
«Dobbiamo uscire allo scoperto e avanzare proposte coraggiose e innovative» ha dichiarato Veltroni. «Riscoprire la nostra vocazione maggioritaria» e permettere ai democratici «l’allargamento dell’area dei propri consensi»
Non a caso la prima reazione che si registra è quello piccatissima dell’avversario di sempre, quel Massimo D’Alema che ha immediatamente dichiarato che non esiste leader elettorale che non sia leader dello stesso Partito Democratico. Questo in risposta alla reale istanza (peraltro condivisibile) di Veltroni, che punta all’apertura a forze giovani che possano rinverdire la vecchia leadership un po’ trombona del Pd.
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Un’analisi lucida ed appassionata emerge dalla lettera di Walter Veltroni, pubblicata ieri sul Corriere della Sera. Una missiva indirizzata al proprio Paese in forza di due titoli di legittimazione che lo stesso Veltroni sente - a buon diritto - di potersi riconoscere: i quattordici milioni di voti ottenuti alle elezioni politiche di due anni fa e l’essersi fatto da parte, dopo la sconfitta, assumendosi responsabilità certo non addebitabili esclusivamente a lui ed alle sue scelte.
Tra i passaggi più interessanti, due hanno colpito, in particolare, la mia attenzione. Innanzitutto, il riferimento ai rischi di affermazione di una “democrazia autoritaria” che potrebbero derivare dall’idea che “che di fronte alla velocità del nostro tempo, dei suoi repentini mutamenti sociali e finanziari, a essere più ‘utile’ sia un sistema che decide, qualsiasi esso sia”. Si tratta di una questione antica, che oggi acquista, tuttavia, una drammatica attualità.
Gli strumenti di deliberazione democratica richiedono tempo, quel tempo che spesso manca nelle vorticose dinamiche dell’odierna società complessa e sempre più multiculturale. E’ noto come lo stesso Jean-Jacques Rousseau, grande teorico della democrazia diretta, ritenesse impossibile applicare tale regime politico a società di grandi dimensioni. E come rifiutasse la stessa idea di rappresentanza politica, che - a suo dire - non era in grado di tradurre in concreto il principio di sovranità popolare.
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E adesso a raccogliere i cocci non sarà solo Piero Marrazzo. Attorno, come faceva già notare Dino Boffo (direttore dell’Avvenire che prima di dimettersi aveva tentato di proteggere la privacy della famiglia), una serie di figure sulle quali si devono accendere i riflettori per capire fino in fondo la vicenda.
Cominciamo a parlare del Pd. Ma anche del Pdl. Secondo quanto sostenuto dal partito di Silvio Berlusconi il passaggio di consegne al vice, Esterino Montino, non è uno strumento giuridicamente valido.
Già chieste, quindi, le elezioni anticipate che potrebbero rappresentare per il Partito Democratico l’ennesimo fallimento. Uno scandalo pesa. E allontana. Gli aspiranti Zapatero dovrebbero ben saperlo. L’attuale primo ministro è riuscito a vincere, la prima volta, subito dopo gli attentati a causa dei quali si spense il candore di Aznar.

Alla nomina del nuovo segretario del Partito Democratico manca poco benché il dibattito, tutt’altro che conciso, attorno a questa decisione abbia monopolizzato l’opposizione che dei reali problemi del paese non parla più.
Si disquisisce più che altro di tutto il contorno su cui tanto si accanì una, all’epoca, sconosciuta Debora Serracchiani che aggiudicandosi un posto al Parlamento Europeo ha dimostrato di essere pronta per il sistema.
Non sempre quanto ha fatto la più importante sostenitrice di Dario Franceschini c’è più piaciuto. Anzi. Spesso l’abbiamo criticata. Lei, e questo bisogna sottolinearlo, si è comunque confrontata con noi. Molti suoi colleghi, di destra e di sinistra, a causa di quanto sul loro conto abbiamo scritto hanno deciso di non farlo.

A pochi giorni dalla ripresa dei lavori parlamentari credo sia lecito domandarsi che fine abbia fatto il PD. Dove, evidentemente, si sia nascosto il partito dell’opposizione più votato alle ultime elezioni.
A nulla sono servite le spesso criticabili idee partorite nelle ultime settimane dalla Lega. Il Partito Democratico è sempre stato lì. In silenzio. A contenere, paradossalmente, le boutade del Carroccio ci ha pensato il Popolo della Libertà.
Chi di dovere, a sinistra (o quella che si spaccia per tale), era impegnato in altre attività ben più importanti. Da quanto pubblicato dai giornali, in questo fine settimana di agosto, apprendiamo ad esempio l’inizio della promozione di “Noi”, il nuovo libro di Walter Veltroni.

La questione è seria: il reddito di Silvio Berlusconi è precipitato, in un anno, dai 139.245.570 euro dichiarati nel 2006 ai miseri 14.532.538 euro del 2007. Il triste annuncio è contenuto nelle dichiarazioni dei redditi dei parlamentari presentate nel 2008 e relative all’anno precedente.
Dalla stessa fonte (ripresa da Repubblica e Corriere) apprendiamo che: Gianfranco Fini ha dichiarato 105.633 euro, Giulio Tremonti 4.536.164, Dario Franceschini 220.419, Walter Veltroni 477.778, Pier Ferdinando Casini 142.130, Umberto Bossi 134.450, Antonio Di Pietro 218.080, Ignazio La Russa 490.000, Renato Schifani 159.809 euro.
Tornando a Berlusconi, il cui improvviso impoverimento non è spiegato nell’articolo, le proprietà immobiliari del premier sono a Milano: due appartamenti ad uso abitazione, due box, tre appartamenti e la comproprietà al 50% di un altro appartamento. Inoltre, ha denunciato la proprietà di un terreno ad Antigua.