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Esteri: il giro del mondo in tremila battute

Pubblicato: 13 apr 2011 da R.D.

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Medio Oriente, Bahrein: Human Rights Watch conferma ipotesi di torture. Lunedì vi abbiamo raccontato del giallo sulla morte del manifestante Ali Isa Saqer, morto in carcere lo scorso sabato. Secondo Nabeel Rajab, presidente di un’associazione locale per i diritti umani (poi arrestato dalle autorità locali), Saqer sarebbe stato torturato e ucciso dalle guardie carcerarie.

A sostegno della propria tesi, Rajab aveva divulgato sulla propria pagina Facebook una foto del cadavere del manifestante che mostrava numerosi tagli e segni di percosse. La foto era stata dichiarata contraffatta dal Ministero dell’Interno, che aveva fornito la propria versione dei fatti: secondo il Ministero Saqer stava creando agitazione in carcere e aveva opposto resistenza agli agenti che cercavano di ricondurlo alla calma. Da qui le percosse a cui è seguito un ricovero in ospedale, dove poi Saqer sarebbe deceduto.

A smentire la versione delle autorità provvede l’organizzazione internazionale Human Rights Watch (HRW): dopo aver esaminato il cadavere la scorsa domenica, un membro di HRW ha riferito di aver preso visione di segni di tortura e “orribili abusi”. Ne parliamo dopo il salto…

In particolare, HRW riferisce che il volto di Saqer risulta sfigurato con tagli e ampi lividi. Sulla schiena si incrociano diversi segni di frustate. Il collo di entrambi piedi è annerito (segno che probabilmente sono stati ripetutamente bastonati: un genere di tortura piuttosto diffuso); varie lacerazioni compaiono anche sulle caviglie e sui polsi.

Secondo l’organizzazione umanitaria, in Bahrein ci sarebbero almeno altri due casi recenti di persone morte mentre si trovavano in stato di detenzione. HRW ha puntato il dito contro le autorità del piccolo Stato del Golfo, affermando che è “oltraggioso e crudele” che persone vengano arrestate senza che le famiglie non ne sappiano nulla finché il corpo degli arrestati non mostra segni di abusi e torture. Anche Al Jazeera riferisce di altri casi simili

La situazione, lo sappiamo, in Bahrein è estremamente critica, anche se per lo più ignorata dai media internazionali. Nata sull’onda delle proteste di Tunisia ed Egitto, la rivolta nel piccolo Paese del Golfo non può contare su un’analoga simpatia da parte degli Stati Uniti.

Il fatto problema consiste nel fatto che è una maggioranza di sciiti ad essere scesa in piazza per contestare la mancanza di democrazia, la corruzione e lo scarso rispetto dei diritti umani della monarchia gestita da una minoranza sunnita.

Il solo parlare di sciiti sembra essere sufficiente per delineare scenari di possibili infiltrazioni iraniane in un Paese che ospita la Quinta flotta Usa e che rappresenta uno dei maggiori alleati degli Stati Uniti nel Golfo. Il Ministro degli Esteri del Bahrein ha recentemente dichiarato alla Cnn che il ricorso alla forza militare è stata una scelta obbligata per difendere il Paese e la sua economia dal collasso interno e dalle minacce esterne.

Poco importa che forse non sia così. E’ la versione ufficiale dei fatti data dalle autorità locali e dall’Arabia Saudita (altro alleato Usa), che lo scorso mese ha inviato in Bahrein colonne di propri blindati per aiutare a reprimere la rivolta.

Una mossa che gli Stati Uniti non hanno condannato, mostrando invece di condividere i timori della monarchia saudita e del Bahrein sulle influenze iraniane nella regione.

Quello che vale gli insorti libici, non vale oggi per i rivoltosi del Bahrein. Giusto per ricordare, a chi ancora avesse dei dubbi, che i diritti umani sono una questione geopolitica.

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