
Dopo la manovra correttiva di Tremonti e la contromanovra di Montezemolo, non poteva mancare la contromanovra del Pd, che Pierluigi Bersani annuncia da giorni. Le controproposte del Partito Democratico si articolano in dieci punti e fanno ampio uso, naturalmente, delle parole chiave che vanno di moda nella stagione politica primavera-estate 2011. Si va dai famigerati “tagli ai costi della politica” alle “liberalizzazioni” (senza che si accenni minimamente a quel famoso quesito 1 del Referendum 2011. Anche per il Pd, evidentemente, quel quesito non è esistito), dalle dismissioni degli immobili (una misura che piace a tutti, da Montezemolo a Cicchitto fino a Bersani). C’è la lotta all’evasione fiscale. C’è l’imposta di solidarietà contro i capitali scudati (personalmente, ritengo che non reggano le due obiezioni su anonimato e rispetto del patto. Il Ministero delle Finanze saprà bene chi ha riportato i propri capitali usufruendo dello scudo fiscale. E il patto, be’, allora quello con gli altri cittadini?). C’è la ripenalizzazione del falso in bilncio, C’è l’imposta ordinaria sui grandi patrimoni immobiliari.
Un giudizio a caldo, del tutto personale. Se la manovra di Tremonti & C. è un pasticcio brutto, e quella di Montezemolo è semplicemente una manovra coerente, di destra, da uomo del libero mercato ma senza alcuna idea innovativa o entusiasmante, quella del Pd appare, a voler fare un complimento, cerchiobottista. C’è del buono, ma ci sono anche cose che un partito di sinistra non dovrebbe proporre perché fanno parte di un’altra idea del mondo.
Ma la cosa più grave, al di là delle ideologie, è che in nessuna delle proposte che si sono lette fino ad ora - e non dimentichiamocelo: c’è il Governo, di mezzo. Le controproposte potrebbero anche essere carta straccia - esistono delle vere ricette a lungo termine per contrastare la crisi. Forse, i nostri politici dovrebbero leggere Joseph Stiglitz (su Finanzablog, le sue misure per risollevare gli States che potrebbero giovare anche al nostro Paese nella loro impostazione filosofica; soprattutto l’investire per la crescita e, in misura minore, il taglio alle missioni all’estero, che all’Italia costano comunque 4 milioni di euro al giorno).
In ogni caso, ecco la contromanovra del Pd.
1. Istituzioni più snelle e taglio ai costi della politica.
Interventi per riorganizzare e ristrutturare l’assetto istituzionale centrale e territoriale e le pubbliche amministrazioni. In particolare: dimezzamento del numero dei parlamentari; interventi sistematici e coordinati su Regioni, Province, Comuni per lo snellimento degli organi di rappresentanza e di governo, per l’obbligo della gestione associata di tutte le funzioni nei comuni con meno di 5000 abitanti (e profonda revisione dell’articolo 16 del Decreto che limita la rappresentanza democratica e non produce reali risparmi di spesa), il dimezzamento delle Province o, in alternativa, la loro trasformazione in enti di secondo livello; accorpamento degli uffici periferici dello Stato, radicale riduzione delle società partecipate da Regioni, Province e Comuni ed eliminazione degli organi societari per le società “in house” (oltre 50 mila incarichi), riorganizzazione di enti, agenzie ed organismi, intermedi e strumentali
(consorzi di bonifica, bacini imbriferi montani) nel quadro del riordino
delle competenze degli enti locali, centrale unica per gli acquisti di beni e servizi per ogni articolazione delle pubbliche amministrazioni; riavvio della spending review, per realizzare, per ciascuna amministrazione, veri e propri piani industriali, introdurre best practices e costi standard; revisione delle norme sugli appalti, in particolare per una drastica riduzione del numero delle stazioni appaltanti.
2. Dismissioni immobili e frequenze.
Un piano quinquennale di dismissione e valorizzazione di immobili demaniali in partenariato con gli enti locali per almeno 25 miliardi di euro e l’introduzione di un’asta competitiva per le frequenze televisive.
3. Liberalizzazioni.
Un pacchetto di interventi per rafforzare e dare operatività immediata alle misure di liberalizzazione dei servizi professionali, della distribuzione dei farmaci, della filiera petrolifera, del RC auto, dei servizi bancari, delle reti energetiche, dei servizi pubblici locali. Interventi possibili senza rovinare l’art 41 della Costituzione.
4. Politiche industriali per lo sviluppo sostenibile, il lavoro, il Mezzogiorno.
Tra l’altro: la stabilizzazione dell’agevolazione fiscale del 55% per l’efficienza energetica (in scadenza al 32/12/2011); progetti per l’innovazione tecnologica italiana e la ricerca, con attenzione prioritaria alle straordinarie risorse potenziali, a partire dalle donne, del Mezzogiorno; il finanziamento pluriennale del contratto di apprendistato recentemente riformato; revisione dell’intervento sull’Istituto per il Commercio Estero; revisione per la semplificazione e l’adattamento alle diverse dimensioni aziendali del Sistri
5. Una politica vera contro l’evasione fiscale.
Un pacchetto di misure efficaci contro l’evasione fiscale, per raccogliere risorse da utilizzare in via prioritaria: per la riduzione dei contributi sociali sui contratti a tempo indeterminato al fine di eliminare i vantaggi di costo dei contratti precari; alla riduzione dell’Irpef, in via prioritaria sulle mamme lavoratrici; alla graduale eliminazione del costo del lavoro a tempo indeterminato dalla base imponibile dell’Irap. Tra le altre misure il Pd propone: la tracciabilità, a fini anti-riciclaggio, dei pagamenti superiori a 1.000 euro e, a fini anti-evasione, dei pagamenti superiori a 300 euro; la comunicazione da parte delle imprese dell’elenco clienti-fornitori; la parziale o totale deducibilità delle spese per la manutenzione della casa di abitazione.
6. L’imposta ordinaria sui grandi valori immobiliari.
L’introduzione di una imposta erariale ordinaria sui grandi valori immobiliari, basata su criteri fortemente progressivi.
7. Il contributo di solidarietà dai capitali scudati.
Un’imposta patrimoniale una tantum del 15% sull’ammontare dei capitali esportati illegalmente e condonati attraverso lo scudo fiscale del 2003 e del 2009 e, a titolo di saldo del debito fiscale, del 30% sui patrimoni “non scudati” detenuti nei paradisi fiscali, in modo da avvicinare l’intervento italiano alle medie delle analoghe misure prese nei principali paesi industrializzati e di reperire risorse da dedicare agli interventi per lo sviluppo sostenibile. Parte delle risorse così raccolte vanno utilizzate per finanziare il pagamento di una parte dei debiti delle Pubbliche Amministrazioni nei confronti delle piccole e medie imprese e per alleggerire il patto di stabilità interno, così da consentire immediati investimenti ai Comuni. Inoltre, si propone la rinegoziazione dei trattati bilaterali con i “paradisi fiscali” transitati dalla black alla white list dell’Ocse (in particolare Svizzera).
8. L’autonomia delle parti sociali.
Il Decreto del governo viola il principio da tutti riconosciuto della non intrusività delle norme di legge nei rapporti tra le parti sociali. Di conseguenza, va soppresso l’articolo 8 o, in alternativa, va cambiato in modo da recepire i punti fondamentali dell’accordo raggiunto dalle parti sociali il 28 giugno scorso.
9. Contro il falso in bilancio, l’autoriciclaggio e il caporalato.
La revisione delle norme sulle“false comunicazioni sociali” affinché il “falso in bilancio” torni ad essere reato punito severamente e vengano eliminate le clausole di non punibilità; revisione della normativa sull’autoriciclaggio ed irrobustimento delle norme contro il “caporalato”.
10. Giustizia.
Interventi per l’efficienza della Giustizia, a cominciare dalla revisione delle circoscrizioni giudiziarie (razionalizzazione, gestione migliore del personale, più efficienza), dall’istituzione dell’ufficio per il processo (unità operativa in grado di svolgere tutti i compiti) e dalla semplificazione ed unificazione dei riti nella giustizia civile.
pigi
25 ago 2011 - 07:48 - #1Una manovra inesistente.
Sui tagli della politica c’è un evidente conflitto di interesse tra il PD, partito quanto mai pieno di funzionari da sistemare, provenienti dal vecchio PCI e dalla sinistra DC, e questa esigenza.
La ricetta infatti non parla di eliminazione, di province, di comuni da accorpare, di partecipate. Parla di “snellimento”, che poi si ridurrà a quasi niente. Si risparmierà sulla carta per fotocopie, come al solito.
Il resto è il solito cianciare del PD, con il mantenimento dei privilegi della burocrazia statale, soprattutto gli alti papaveri, che da noi sono molte volte più degli altri paesi e pagati di più.
Poi il ripristino della vecchia versione del falso in bilancio, consentendo in pratica la persecuzione a capriccio di qualunque azienda che fosse malvista dal Woodcock di turno, sarebbe un ulteriore motivo di fuga delle aziende dal nostro paese.
E’ vero che giustamente il PDL scende nei sondaggi, ma anche il PD non va molto meglio.
C’è molto da fare per avere una sinistra riformista.
_marco_
25 ago 2011 - 09:14 - #2pigi> mi spiace ma tu forse non sai come funzionano adesso gli accertamenti fiscali, molto peggio di quanto li dipingi tu, e lo so di per certo avendoli vissuti in prima persona. Arrivano due signore che stanno in ufficio per settimane e alla fine ti danno multe su cose inesistenti, parliamo di numeri a 5 CIFRE, poi ti dicono: se accetti, paghi solo la metà e in comode rate, se vuoi far ricorso paghi subito tutto in contanti, fai ricorso dal giudice e fra 10 anni vediamo se vinci la causa.
Se a te questo sembra una cosa che funziona bene, spero che vengano da te subito.
aldebaran85
25 ago 2011 - 09:17 - #3per prima cosa bisogna combattere la corruzione e l’evasione!!!
ma da un governo e un parlamento di pagliacci non mi aspetto niente
roam9294
25 ago 2011 - 10:53 - #4CRISI – NO RIDISTRIBUZIONE – FINE DI UN SISTEMA
Caro Bersani & C. è venuto il momento di approcciarsi ai problemi in maniera differente e strutturale, spogliandosi di preconcetti e di difese ideologiche. Io ho provato a farlo partendo da com’eravamo, come ci siamo evoluti (o involuti), del perchè di tale situazione e di cosa fare, probabilmente molte mie analisi non sono il top ma sono fatte con onestà intellettuale.
La crisi non è un fenomeno locale o nazionale, investe tutte le nazioni che anche negli ultimi duecento anni hanno impunemente saccheggiato circa l’80% del mondo restante.
Ovviamente tali nazioni hanno raggiunto un livello medio di reddito pro- capite 5-10-100-1000 volte maggiore di quello dei restanti popoli.
Tale fenomeno è stato chiamato progresso democratico, democrazia applicata solo all’interno, in realtà si è trattato solo di un esercizio cinico del potere, come gli affari insegnano, il tutto ammantato da marginali ma mediatiche iniziative umanitarie.
Molto velocemente dal termine del secondo conflitto mondiale nel mondo occidentale sono diminuiti i poveri e si è ingrossata la media borghesia, sono cresciuti i bisogni dei singoli individui e sono stati considerati indispensabili beni e servizi per altri popoli non solo superflui ma addirittura sconosciuti.
Le attese di reddito di tali popoli sono sempre lievitate e in misura più che proporzionale è cresciuto il DESIDERIO, che quando è collettivo può essere considerato un diritto, di un lavoro sempre più retribuito e sempre meno lavorato.
Per un periodo più o meno breve, quello della piena maturità economica, reale o percepita, di tali Stati, le aspettative dei popoli hanno coinciso con le risorse economiche disponibili, a volte reale e più spesso apparenti, e con la volontà politica.
Ovviamente il desiderio-diritto non è mai tornato indietro, anzi è cresciuto, fenomeno umanamente accettabile. La politica, pur rendendosi conto della fine dell’età aurea, specialmente in Italia, ha continuato a soddisfare i super bisogni della media borghesia, creando artificialmente nuovi ricchi non attraverso iniziative produttive e strutturate, ma gonfiando gli stipendi d’inutili dirigenti di fatiscenti carrozzoni, elargendo consulenze faraoniche a pseudo esperti e/o professionisti, che come vedremo sono correi dello sfacelo attuale, rimandando al futuro il pagamento del conto.
Contemporaneamente alcune Nazioni in precedenza escluse dalla torta (Cina per tutti) o addirittura sfruttate (India – Medio Oriente - qualcosa in Sud America ecc.) hanno iniziato il loro processo di piena industrializzazione. Fidando su una mano d’opera a bassissimo costo e non sindacalizzato, inquinando in maniera indecente, quasi come facevamo da noi fino a trenta anni fa, infischiandosene delle più elementari norme sulla sicurezza del lavoro e ignorando la salubrità degli stessi prodotti, spesso imparando dai grandi industriali occidentali che lungi dall’esportare le democrazie e le garanzie interne ai loro Paesi hanno sempre cercato situazioni semi-schiavistiche nei Paesi del terzo mondo.
Nel mondo ricco la domanda di beni e servizi sono profondamente cambiati, sia indirizzandosi verso nuovi settori e sia moltiplicando per tre e per quattro il fabbisogno minimo dei singoli beni, inoltre il processo di emulazione ha spinto le classi meno abbienti a desiderare gli stessi prodotti delle classi superiori, magari anche in copia, la fragorosa cassa di risonanza dei media, che nel frattempo sono cambiati, moltiplicandosi e al tempo stesso deculturando prima se stessi e poi i propri fruitori, ha completato il processo di futilità della domanda.
Nello stesso tempo le classi politiche occidentali si sono sempre più degradate, l’interesse pubblico ha avuto sempre minor rilievo rispetto a quello delle lobbies e dei vari potentati, le misure applicate dovevano avere come prima caratteristica di non essere impopolari e di non far perdere voti e così ci siamo ridotti alla politica dei sondaggi, con somministrazione di qualche placebo solo in casi di emergenza.
A fronte di questa domanda drogata e di una politica invertebrata l’offerta si è adeguata, con il supporto di nuove scienze, in realtà inutili proliferazioni etimologiche in “complicatio” di quanto già esistente, e pletora di nuovi analisti ed esperti hanno tratto le logiche, per il breve periodo ma suicide nel medio termine, conclusioni: A) Risparmio sui costi; B) Investimenti non sul prodotto ma sul mercato; C) Connivenza disonesta con il mondo politico.
Risparmio sui costi, facile da ottenere attraverso l’esternalizzazione delle aziende magari con contributi dello Stato di origine e agevolazioni amministrative e fiscali nello Stato di accoglienza, con immediata perdita delle professionalità acquisite, fattore però non rilevante nel breve periodo, anzi perdita valutata in maniera positiva dagli esperti giacché non più necessaria per prodotti volutamente meno qualitativi e meno caratterizzati ma impacchettati e presentati meglio.
Con tale risposta l’offerta ha completato il suicidio ideato dalla domanda.
I nostri grandi manager hanno realizzato un immediato profitto, assurgendo al ruolo di geni finanziari, hanno diversificato le attività, spostando spesso l’asset aziendale verso i più proficui lidi dei servizi e dell’area finanziaria, assurta a fondamento della nostra struttura economico-sociale mentre era, è e resta un supporto, importante ma sempre un supporto.
Con l’appiattimento dei prodotti, sia in qualità e sia nella varietà, e con i media che hanno suonato la stessa ossessionante e ripetitiva musica in tutto il mondo si giunge alla globalizzazione. Altro miracolo, per me solo mediatico, che ha inibito alle masse la percezione di quanto in atto per almeno 4-5 anni, vada per le masse, ma per gli industriali, i finanzieri e sopratutto i politici non si può accettare tale ignoranza se non pensando alla volontarietà del comportamento per fini propri e antisociali.
Parziale giustificazione può essere data a industriali e finanzieri costituiti oggi da manager ossessionati dai risultati immediati e privi di quell’indispensabile cultura dell’azienda nel suo divenire, tesi solo a massimizzare il presente senza costruire per il futuro, facendosi forza sulla rapida evoluzione dei mercati che non avrebbe permesso previsioni a 3 -5 -10 anni, previsioni fatte con precisione dalla Cina. La strada più semplice era quella di legare se non emanare, in Italia addirittura auto-proclamare, la classe politica, ovviamente una classe politica dedita solo a una prorogatio del loro potentato pro-tempore e attenta nel prendere decisioni avversa ai loro sponsor e di traumatizzante impatto sulle masse.
Per comprendere meglio la forza dei segnali in essere due episodi ci sono di grande aiuto:
A) La caduta dell’URSS; B) piazza Tienanmen.
La caduta dell’Unione Sovietica, accolta con grande e giusto entusiasmo, e con essa del principale sistema di comunismo reale, segna la fine della contrapposizione di due gruppi di potere, ma soprattutto il fallimento dell’impianto socio-economico comunista. In tale crollo non è stato ravvisato alcun sistema di allarme per il nostro impianto economico, anzi il tutto è stato interpretato come la santificazione del capitalismo occidentale, si è vista l’opportunità di invadere mercati in precedenza chiusi, si sono implementate le teorie ancora più liberiste, scuola di Chicago e Chicago boy, svincolate da qualsiasi intervento e controllo statale se non in particolari situazioni, che hanno generato tutta la politica Reaganiana e in seguito quell’ancora più distruttiva di Bush. Ancora una volta l’auto-sconfitta del nemico è stata celebrata come un proprio trionfo, accecando economisti e politici i quali si sono ben guardati dal chiedersi se anche il capitalismo fosse prossimo a un punto di svolta, se stesse per entrare nella parte discendente della parabola e se avesse necessità di un correttivo.
Piazza Tienanmen, 1989 la Cina stava aprendosi ai mercati occidentali, ma non era ancora pronta industrialmente e finanziariamente, mancavano ancora otto anni al giorno in cui Hong Kong divenisse una Regione Amministrativa Speciale della Repubblica Popolare Cinese. Ai raccapriccianti fatti di Piazza Tienanmen l’occidente risponde di pancia, ripetendo lo stesso errore fatto con il Sud Africa all’epoca dell’apartheid, allora si fecero arricchire i razzisti svendendogli le imprese occidentali presenti in Sud Africa, alla Cina si è permesso di avere circa un decennio per organizzarsi, industrializzarsi, consolidarsi finanziariamente e dar seguito a quelle previsioni sullo sviluppo futuro dell’occidente e della sua domanda interna sempre più condizionata dal prezzo di cui si diceva prima. La Cina ha agito, da un punto di vista industriale, da grande nazione, ha modellato un nuovo sistema economico creando una sorta di capitalismo comunista in cui accanto ai privati l’impresa è lo Stato stesso, uno Stato votato economicamente al profitto e non ai fabbisogni del suo popolo. Vi è stata un’industrializzazione in tempi rapidissimi sia per volontà Statale e sia per il capitalistico sfruttamento di un enorme bacino di mano d’opera abituato a un bassissimo tenore di vita e ben felice di migliorare la propria posizione, ovviamente miglioramenti che dal nostro punto di vista sono inapprezzabili.
Quasi nello stesso arco temporale sono cresciute altre realtà, in primis l’India. Queste nuove realtà hanno avuto la strada spianata dallo stesso cinismo delle multinazionali occidentali che: A) decentrando le produzioni per risparmiare e sfruttare esseri umani in misura assolutamente vietata nelle loro democratiche Patrie, hanno finito per formare una nuova mano d’opera, made in Corea, Pakistan, Taiwan ecc. per i prodotti “poveri”, mentre ove dovevano conservare il made in Italy ecc. facendo fare i pezzi nei più svariati Paesi e assemblando nel paese occidentale; B) la progressiva uniformità delle produzioni e il loro appiattimento qualitativo hanno generato per molti prodotti di largo consumo (tessile in primis) una concorrenza basata quasi solo sul prezzo, soprattutto perché nel mondo occidentale era di nuovo cambiato qualcosa, largamente previsto e osservato dai Cinesi, ossia la domanda chiedeva ancora tanti prodotti, ma iniziando a mancare le fonti era privilegiato il prezzo alla qualità.
Perché era di nuovo scaduta la domanda, semplicemente grazia all’ignoranza programmatica dei manager e degli esperti e all’ottusità dei politici. L’economia occidentale si era sempre più spostata verso i nuovi settori, le più importanti aziende del secondo settore operavano largamente in decentramento, mentre il settore primario trovava nei limiti di redditività l’ostacolo per uno sviluppo decoroso. La crescita reale è iniziata a rallentare, ancor prima della crescita complessiva, artificiosamente drogata dalle sovrastrutture finanziare e pubbliche, e si sono persi posti di lavoro e ricchezza nei settori produttivi, inizialmente perdita compensata dal fittizio aumento avutosi nei settori finanziari, dei servizi e pubblico, ingrossando le fila dei dipendenti pubblici e dei liberi professionisti (si fa per dire) legati all’apparato statale. L’inutilità di molti di questi e il loro altissimo costo, sostenuto dalla collettività ossia sottraendo risorse sia allo Stato e sia ai privati cittadini, congiuntamente alla diminuzione di produzione interna ha innescato una spirale discendente che ha coinvolto da un lato non più la singola azienda, ma interi settori e come oggi sta emergendo interi Stati, mentre dall’alto lato ha spalancato le porte a prodotti di cattiva qualità e di basso costo di produzione extra-occidentale con la logica conseguenza della chiusura o ridimensionamento di una grande moltitudine di piccole e medie aziende.
Nel 2008 finalmente è esplosa la crisi, finalmente perché era già in atto da tre / quattro anni, finalmente perché la sua virulenza e portata avrebbero dovuto generare dei provvedimenti strutturali, invece cosa ci dicono gli esperti e analisti, gli stessi che si erano guardati bene dal prevederla o prevenirla, che essa è solo finanziaria e di carattere mondiale, trovando nella sua vastità le motivazioni per auto-assolversi. I politici, forti dei consigli dei signori di cui sopra, raschiano il barile. Salvano con le risorse dei cittadini il sistema finanziario, parlano di crisi ciclica, seppur più grave delle altre, rassicurando la popolazione sulla ripresa e la solidità del sistema, un piccolo inciso è doveroso per quanto è avvenuto in Italia in cui i nostri governanti hanno negato la crisi stessa, attraverso la teoria del meno peggio, per annunciarne in maniera roboante l’uscita, da una cosa in cui secondo loro non eravamo entrati, uscita ovviamente fasulla.
Sono intraprese alcune azioni di portata storica, che dovevano e potevano essere i primi provvedimenti di un nuovo corso, invece sono state solo figlie dell’emergenza e non sono state comprese nemmeno da chi le ha realizzate. Vediamone alcune:
A) I salvataggi di molte banche e assicurazioni, (es. AIG, Merril Lynch) forse anche necessari, dovevano indurre ad alcune riflessioni e azioni. Presa d’atto che il sistema era molto malato e minato nelle sue basi, fine della creazione di mega-aziende tali da assurgere a un ruolo così rilevante da renderli in concreto immuni dal fallimento per presunte utilità sociali e concreto rischio di disordini. Violando in definitiva uno dei cardini del sistema capitalistico costituito dal rischio d’impresa. Tutto questo è stato ignorato e banche e finanziarie varie hanno continuato ad agire quasi come nulla fosse accaduto, continuando a incensare nuovi e vecchi banchieri.
B) La nazionalizzazione di Fanni Mae e Freddie Mac (2 megafinanziarie statunitensi), poteva segnare un evento storico senza precedenti e un’inversione di tendenza sicuramente necessaria, dalle privatizzazioni, più o meno selvagge, al ritorno dell’intervento dello stato. Poteva essere un segnale forte e inequivocabile da recepire, nel nostro mondo globalizzato, a livello intersettoriale, invece sono rimasti episodi fini a se stessi e a breve distanza di tempo si torna a parlare di privatizzazioni, anzi esse, in primis in Italia, sono parte della cura contro l’attuale crisi e solo un referendum ha evitato di privatizzare l’acqua.
C) Improvvisamente si svegliano i guru dell’economia e della finanza, rinnegano se stessi, dichiarano una pazzia i derivati (ossia quei prodotti da loro creati e osannati, quanto in coscienza non si è dato saperlo), invocano nuove regole di controllo, sempre loro che hanno brigato, finanziato e forse imbrogliato per eleggere l’uomo della deregulation (G .W. Bush), riconoscono che l’impianto finanziario è un castello di carta. Ma quali azioni intraprendono? In concreto nessuna se non quella di ricercare qualche dollaro nella “vecchia New economy”, riprofessandosi santoni per qualche centesimo guadagnato a fronte dei miliardi persi in precedenza.
Tre anni e zac la crisi torna a crescere, come un cancro si propaga agli altri organi e adesso colpisce direttamente gli Stati. Rischio fallimento per alcuni Paesi in area Euro, inaffidabilità del debito pubblico USA ecc., e la colpa di chi è? Della speculazione, quindi degli speculatori. A parte la ridicola semplificazione ci fosse stato un media, un politico, un esperto che ci abbia spiegato chi sono questi speculatori. Si può anche immaginare una speculazione contro una singola azienda, ma dove possono essere recepiti i fondi per un attacco congiunto verso le nazioni più ricche del mondo. Due o tre ipotesi possono, forse, non essere considerate fantasiose: A) gli speculatori sono una parte degli stati stessi, non di un singolo Stato ma gruppi di potere dei diversi stati; B) un sodalizio di nuovi e vecchi ricchi del mondo; C) uno o più stati sovrani non occidentali. In tutti i casi si tratta di una nuova e più sofisticata forma di terrorismo e come tale dovrebbe essere trattata. Più realistica è l’ipotesi che la crisi è stata generata e alimentata dall’implosione del sistema economico stesso, in cui la speculazione si è inserita e il panico di massa ha fatto il resto, panico che ha trovato terreno fertile dalla mancanza di fiducia generata negli anni precedenti dai Bond Argentini, dalle truffe Enron, Cirio, Parmalat Leman ecc. tutte avvenute con la complicità del sistema bancario.
Intanto il conto è servito, chi paga? Semplice direttamente gli Stati e indirettamente le masse. La massa paga sia perché possessore di titoli spazzatura, sia attraverso l’aumento delle imposte e delle tasse, cui corrisponde non il logico aumento di servizi, ma una loro diminuzione. Conseguenza diretta è l’erosione del risparmio e l’indebitamento delle famiglie, quindi il ricorso all’ultima riserva dei privati i quali ora possono solo sognare un lungo e improbabile periodo di stabilità. Ancora peggio sono messe le piccole e medie aziende, il consumo interno ovviamente non cresce, la concorrenza estera, grazie ai bassi prezzi erode significati quote di mercato, e le fonti finanziarie esterne sono sempre più costose e di quasi impossibile acquisizione. In Italia micro, piccole e medie aziende costituiscono l’asse portante della nostra economia, la loro crisi si traduce in perdita di posti di lavoro e perdita di reddito. A livello statale ne consegue una naturale contrazione del gettito fiscale complessivo, maggiori costi per gli ammortizzatori sociali, quindi maggior indebitamento pubblico, aumento degli interessi in definitiva un progressivo scivolamento verso il default. La politica, ancora una volta, invece di prendere provvedimenti radicali agisce con azioni tampone, rifugiandosi dietro il paravento dell’urgenza e si guarda bene da una seria e rigorosa programmazione continuando a tutelare le lobbie e la propria posizione.
Ora bisogna guardare la realtà in maniera asettica e prendere atto della fine di un sistema economico-sociale, il ciclo è finito, il capitalismo così come evolutosi non può più sopravvivere e non è più adatto al nostro mondo, soprattutto nel mondo di oggi in cui non è più possibile scaricare a Paesi terzi e alle future generazioni i propri vizi e i propri errori.
Cosa fare, in teoria, per giustizia e risarcimento danni verso i Paesi da noi sfruttati assolutamente nulla, attendere che si coli a picco e barbaramente, come si è fatto fino ad oggi, ognuno pensi a se stesso. In pratica in primis bisogna parlare chiaramente al popolo, ridimensionare di un 20% il desiderio economico e attivare una strutturale riforma del nostro capitalismo, non verso un’ancora più esasperato liberismo, ma correggerlo al contrario. Lo Stato deve riassumere un ruolo guida negli indirizzi produttivi, promuovendo, agevolando e favorendo i settori meno copiabili e di qualità, riportare i settori produttivi al centro del sistema economico, preparare le nostre industrie per affrontare i nuovi mercati che tra 10 / 15 anni, con la formazione e allargamento della borghesia di Cina, India, ecc., richiederanno molti dei nostri prodotti anche di segmento medio. Lo Stato deve riformarsi, non deve liquidare le proprie aziende, molte privatizzazioni hanno rinviato solo di poco i licenziamenti e sono servite solo per arricchire dei privati, dove vi è business per i privati perché non può esserci per lo Stato, ovviamente restando entro i settori di precipua competenza pubblica, si deve solo rendere più efficiente la sua gestione. Per fare questo sarà necessario sia riconoscere l’inutilità di molte artificiose sovrastrutture, create e ingigantite per scopi clientelari e lobbistici, sia “ de-elefanterizzare “ tutte le aziende e strutture statali. La logica conseguenza sembrerebbe una drastica riduzione dei posti di lavoro, ovviamente dei tagli sarebbero necessari, ma questa volta, al contrario di sempre, iniziando dall’alto. La maggior parte delle Aziende Statali non funziona, e per quel poco che fanno impiegano risorse in misura enormemente eccedenze il reale fabbisogno, inoltre non soddisfano i criteri di redditività, e questo per molte di esse può essere naturale o tollerabile, ma nemmeno i criteri di produttività e questo non può essere accettato. La responsabilità di tale situazione deve essere equamente divisa tra la classe politica e quella manageriale e dirigenziale, ora la classe politica è giudicata, almeno in teoria, dal popolo attraverso le elezioni e di conseguenza non è altrimenti dimettibile, mentre i manager e dirigenti dovrebbero essere giudicati dai risultati per cui sono rimovibili. In ognuna di queste aziende si devono ridurre i membri del consiglio di amministrazione e tagliarne almeno di un 40% i compensi, idem in tutte le aziende partecipate dallo stato, l’azione ideale dovrebbe consistere in un immediato commissariamento di tutte le aziende di emanazione pubblica o partecipate dal pubblico, ed entro sei mesi chiudere quelle inutili, che sono moltissime, e snellire le altre. Ridurre i quadri e i dirigenti di almeno un trenta per cento, definirne con esattezza le responsabilità e la produttività, ossia cancellare definitivamente la filosofia del non fare per fare carriera, il non fare o minimizzare la propria attività deve essere motivo di licenziamento, licenziamenti che per i dirigenti devono essere molto più elastici. Tagliare tali figure non dovrebbe essere nemmeno un problema sociale, poiché da un lato se, ad esempio, lavorano da dieci anni, hanno percepito emolumenti che la media dei lavoratori percepisce in una vita, e dall’altro lato se valevano gli incarichi e le retribuzioni prese non avranno difficoltà a trovare altri impieghi oppure, ancora meglio, a creare aziende proprie. Devono essere azzerate le consulenze esterne, si assumino ingegneri, avvocati, contabili ecc. anche in consorzio tra i diversi enti. Liquidazione definitiva degli enti inutili. Abolizione totale delle province e di tutto ciò che ne consegue. Accorpamento dei piccoli comuni. Abolizioni delle Regioni a statuto speciale, torneranno a essere regioni come le altre, per tutte le Regioni riduzione del 50% del numero dei rappresentanti e dei loro compensi. Riduzione del 50% dei membri della Camera e del Senato, riduzione di un 30% dei loro emolumenti e dei vitalizi conseguenti, rivisitazione degli stipendi dei Ministeriali, un barbiere è sempre un barbiere, un autista porta sempre una macchina e un commesso non è Einstein, tutta questa gente percepisce circa 150.000,00 € lordi e ciò sinceramente sembra offensivo. Analisi di tutti i privilegi concessi, agevolazioni pensionistiche, leggi 104 e similari, viaggi in autobus – treni, sconti su elettricità ecc., loro abolizione e ove non è possibile una loro riduzione, ma soprattutto, ad esempio per la 104 dettare criteri atti veramente ad aiutare i bisognosi e non buttare soldi per sconti su auto e vacanze mensili dei familiari.
Riunificazione di tutte le forze di polizia, oggi abbiamo: Carabinieri, Polizia Stradale, Guardia di Finanza, Corpo Forestale, polizia penitenziaria, e polizia provinciale, con conseguente riduzione di ufficiali di alto grado e costo e di inutili doppioni amministrativi, liberando risorse umane e materiali per il controllo del territorio. Intensificazione alla lotta all’evasione fiscale, iniziando da un censimento completo dei beni immobili e mobili registrati, colpendo anche gli affitti estivi e soprattutto il lavoro nero, sia quello effettuato da ditte disoneste e sia l’alta percentuale svolta da dipendenti fuori orario di lavoro o durante le ferie e le malattie. Sottoporre a tutoraggio statale obbligatorio tutte le aziende che non soddisfino i criteri di produttività e di reddito del settore, tale strumento dovrebbe agire sia come deterrente preventivo all’evasione e in seguito come misuratore delle varie realtà. Per quanto riguarda il personale i tagli di cui sopra ne forniranno a iosa, anche per potenziare altri servizi.
A livello macro-economico evitare dismissioni dei beni statali o municipali, rivisitazione di tutti gli affitti e analisi di legittimità delle assegnazioni in essere, smetterla con l’invito al consumo, oggi abbiamo bisogno di risparmio e un incremento di consumo si traduce solo parzialmente in un incremento di ricchezza. Non è possibile parlare di crisi e chiedere di aumentare i consumi, è un irragionevole ossimoro. Il settore pensionistico deve essere allineato a quello Europeo e nei requisiti deve essere omogeneo per tutti. Dettagliata analisi di tutte le concessioni in essere e loro adeguamento al mercato. Abolizione dei privilegi concessi ai beni della Chiesa, salvaguardando i luoghi di culto di tutte le religioni, ma esentarle una per una e non con un provvedimento generale e generico che come oggi lascia ampi margini per una legale elusione. Abolizione degli ordini professionali e dei contributi a Sindacati, patronati e strutture similari, abolizione del contingentamento delle farmacie e di altre attività a reddito alto garantito. Patrimoniale, contributo di solidarietà e altre azioni di breve periodo sono certamente oggi necessarie. Allineamento dei costi delle opere pubbliche a quelle sostenute dai privati, quindi appalti da farsi non più su prezziari prestabiliti ma sugli effettivi prezzi di mercato. Protezione civile: ridimensionamento dei poteri straordinari, indecorose le speculazioni avutesi sulle tragedie, ridimensionamento dei casi di urgenza loro affidati, per tutti il caso della Maddalena, ridimensionamento degli interventi, cosa fa la protezione civile alle feste paesane, alle manifestazioni sportive, alle riunioni di associazioni, è un inutile spreco costante di soldi pubblici e la creazione di nuovi potentati. Associazioni sportive dilettantistiche: oggi sono divenute uno degli strumenti di evasione e di elusione più diffuse, sia per le oscure operazioni di sponsorizzazione e sia per le rette delle varie scuole calcio ecc., nessuno dichiara i compensi percepiti, per non parlare dei compensi corrisposti agli atleti che per magia corrispondono di solito alla fascia esente. Onlus: oggi con tale passaporto si può fare di tutto, è arrivato il momento di una stretta e di un ferreo controllo, scopriremo tante situazioni esclusivamente di comodo che sottraggono risorse ad altre oggettivamente meritevoli.
La crisi è di tutti ed è molto profonda, non vi devono essere più orticelli da proteggere, il popolo deve comprendere che il suo desiderio-diritto deve essere ridimensionato, il tenore di vita della classe media subirà un decremento, che sarà tanto più forte quanto più strenua, sarà la difesa delle loro posizioni. La classe politica dovrà dimenticare i sondaggi ed essere disposta a perdere le successive elezioni, solo così potrà implementare e portare avanti quelle azioni vitali per garantire al futuro sia l’esistenza di uno Stato stesso, sia la sopravvivenza di un tenore di vita accettabile e sia qualche speranza ai bambini e giovani di oggi.
Agosto 2011 Roberto Ambrosini
pigi
25 ago 2011 - 11:25 - #54 marco
Non ti preoccupare, so cosa sono gli studi di settore: un furto per la maggior parte dei commercianti, un regalo per gli altri.
La ricetta del Pd costituisce solo un aggravio per gli onesti. Gli altri continueranno come prima: cosa serve la tracciabilità se negoziante ed acquirente sono d’accordo entrambi per non farsi “tracciare”? Francamente, come acquirente, potrei non voler essere tracciato se sto acquistando uno sex toy.
francesco paolo
01 set 2011 - 06:31 - #6questa manovra è solo una presa per i fondelli.Se si ha voglia di cominciare a cambiare il paese, perchè non abolire subito per decreto 500.000 auto blu, risparmiando in una sola botta 50 miliardi di euro. La verità è che lor signori non intendono disturbare tutte le caste, perchè quando cominci veramente sai che tocca pure a te,percui a pagare saremo sempre e solo i soliti.