Quer pasticciaccio brutto dell'Alitalia

Quella dell'Alitalia, direbbe Carlo Lucarelli, è una strana brutta storia. Nella realtà, la triste parabola della nostra compagnia di bandiera è una storia più brutta che strana: è una tragicommedia tipicamente italiana, con il carrozzone statale gestito da manager strapagati e inefficienti, e mantenuto in vita artificialmente con sotterfugi e aiuti governativi.

Di questa storiaccia, oggi, arriva in nuovo e inevitabile capitolo: l'Unione Europea boccia il prestito ponte dato dal Governo Prodi e furbescamente capitalizzato da quello Berlusconi. E' una mossa ovvia e giusta, che segue la linea di tolleranza zero verso inquinamenti statali dei mercati (tra l'altro, per Alitalia c'era già stata una deroga anni fa) da parte dell'organismo comunitario.

Ma come si è arrivati a questo punto, e cosa succederà nel futuro prossimo venturo?

Breve sinossi. Che l'Alitalia fosse in brutte acque, è noto da decenni. Un baraccone in perenne perdita, diventato oltretutto obsoleto nell'epoca delle compagnie low cost, con troppi dipendenti, troppi sprechi, troppi condizionamenti politici: insomma, per la legge darwiniana del mercato, un target indiscutibile del fallimento. Proprio per questo, si è intrapreso un lungo processo di privatizzazione, che ha portato - durante il Governo Prodi - a una vendita aperta e verificata. Da quella procedura è uscito come unico possibile acquirente serio Air France-KLM.

A questo punto sembrerebbe che, con qualche prezzo da pagare, la storia possa essere quasi a lieto fine. In fondo, con dolorose riduzioni del personale e degli slot - spesso inutilmente - occupati, si troverebbe comunque una compagnia affidata a uno dei gruppi più solidi del settore: una sicurezza di sopravvivenza. Sono pur sempre i francesi, ma in fondo siamo tutti europei, e se i transalpini sono più bravi di noi, buon senso vorrebbe che gli si dia il pallino della cosa, magari ponendo dei paletti.

A rompere il possibile quasi-happy ending, però, arriva un ottimo antidoto al buon senso di cui sopra: la politica. Irrompe Silvio Berlusconi - in quella fase di ulteriore obnubilamento che è la campagna elettorale - dichiarando di avere cordate pronte, figli disponibili, amici degli amici che si dice conoscano gente che pare avere ottime intenzioni. Irrompe la Lega Nord, pronta a fare barricate per tenere l'elefantiaca Malpensa attaccata alla mammella della compagnia di bandiera (ma come, il produttivo Nord non si manteneva da solo?). Irrompono i sindacati, noti sempre più per non perdere mai un'occasione di perdere un'occasione. E così, esasperata e trattata alla stregua di una compagnia del malaffare, Air France se ne va sbattendo la porta.

Le elezioni sono alle porte. Con lo spettro del fallimento ad aleggiare, parte la procedura per il prestito/regalo ponte (300 milioni di euro tolti alla ricerca), per la cui bocciatura leggasi sopra. E adesso? L'Aeroflot dell'amico Vladimir ha schernito la situazione dell'Alitalia (togliendo così la ventilata possibilità di volare su inquietanti Tupolev); Spinetta si guarda bene di riportare al tavolo Air France, almeno non senza un esorcista al seguito; l'Europa ci dà quattro mesi di tempo per sbrogliare la matassa.

Comparirà la fantasmatica cordata in questo periodo? Sarà l'ennesima riproposizione del venefico mix di imprenditori à la Tronchetti Provera e banche, sempre pronti a spolpare cadaveri (o anche corpi ancora sani, come nel caso di Telecom)? Sarà Air One a prendere Alitalia, ovvero il topolino a mangiare l'elefante?

Comunque andrà a finire, insomma, una storia brutta, ma per nulla strana: mediocri manager, mediocri politici in perenne delirio egocentrico, mediocri sindacati senza visione globale, occasioni serie buttate al vento per puro tornaconto personale. Alitalia, insomma, almeno da questo punto di vista, è davvero uno storico simbolo nazionale a cui essere affezionati.

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