
Dopo Tony Blair, l’appuntamento conclusivo del World Business Forum del 9 e 10 novembre 2011 a Fiera Milano Rho è stato con Joseph Stiglitz. Già a capo della Banca Mondiale, premio Nobel 2001 per l’economia, Stiglitz ha affrontato per un’ora e mezzo un tema che potete immaginare facilmente. La crisi a livello macro, le sue soluzioni, il futuro.
E come vanno le cose? Molto male: prima di tutto scordiamoci di tornare ai livelli pre-2007, anno in cui iniziò la grande crisi che prosegue tutt’ora, sebbene con altre forme e altre cause. Stiglitz ipotizza il 2017: ma a quel punto - semplificando molto - Europa e Usa saranno più deboli, mentre Cina e India avranno passato anni e anni di crescita galoppante.
Ma come dicono quelli bravi: cominciamo dall’inizio. Stiglitz è partito presentando le analogie tra il movimento di Occupy Wall Street e le rivoluzioni arabe che hanno caratterizzato il 2011. Un anno in cui è successo tanto, dappertutto, in fretta. Lo capiremo meglio tra un decennio, quanto il 2011 sia stato un anno chiave: per cosa ancora è impossibile dirlo.
Stiglitz spiega che “la sorpresa di Occupy Wall Street è che ci sia voluto così tanto tempo per tirare fuori quel malessere”. Quale malessere? Quello di quel 99% di cittadini che vede l’1% gestire male il risparmio, provocare crisi mondiali arricchendosi ulteriormente e lasciando il conto da pagare a qualcun altro. Di solito, al 99% che non ha partecipato alla festa. E i punti in comune con la primavera araba?
Sicuramente la presa di coscienza che “l’economia di mercato non sta funzionando come dovrebbe”. Considerazione comune a entrambi i movimenti, mentre il secondo punto in comune è il senso di ingiustizia. È molto diffusa questa che non è una percezione, di disuguaglianza tirata fino all’estremo, insopportabile, tollerata troppo tempo. Così in una parte del mondo si fanno le rivoluzioni.
Quelle che Tony Blair spiegava “Sai come iniziano, ma non sai come finiscono” e dall’altra nascono nuovi movimenti, interconnessi sì, simili alla stessa rete che li alimenta - lo spiegava Douglas Rushkoff, per esempio - e ne aiuta l’organizzazione. Tra le molle che hanno fatto sorgere in molti l’idea che “il sistema sembri corrotto, ingiusto” spiega Stiglitz, c’è stata sicuramente l’elargizione dei bonus post crisi 2007. Executive premiati con centinaia di milioni di dollari per fallimenti enormi: c’è qualcosa che non torna, avranno pensato molti. “Non era proprio così che ci avevano insegnato a scuola” avranno pensato: e tempo qualche anno, è scoppiata la protesta.
Secondo Stiglitz - e non solo - questa è la più grande crisi, la depressione più grande dai tempi del 1929. “La reazione della Fed di Bernanke? Non sbaglieremo come nel 1929″. Sbaglieremo peggio: immettendo liquidità nel sistema. Sul New Deal roosveltiano Stiglitz ha le idee chiare: fu addirittura troppo blando - e questo si collega alla questione delle infrastrutture che per Stiglitz sarebbero uno dei punti su cui puntare per creare occupazione e rialzarsi dalla crisi.
“Non è cambiato niente da tre anni fa. Ma la disoccupazione, quella è cresciuta. La mia Gary, in Indiana, è una wasteland”, racconta Stiglitz: e usa un termine molto forte, wasteland, un deserto. Non un deserto di sabbia, più una terra desolata alla T.S. Eliot. Non sono mai stato a Gary, in Indiana, sono stato a Detroit pochi mesi fa. Anche lì, nella Motor City, se avessi dovuto usare una parola, avrei usato quella: wasteland.
Uno dei punti chiave che espone Stiglitz è sulla risalita dalla crisi, il “recovery”, è molto più lento di quanto ci aspettassimo. Avendo perso ogni vantaggio competitivo sul manifatturiero con l’Oriente, c’è da poco da fare. C’è da gestire - in Europa e in Usa - una enorme transizione verso l’economia dei servizi. E gli Usa che l’avevano lanciata, ora stanno subendo la globalizzazione. E la Grecia?
La crisi greca ha dimostrato qualora ci fosse bisogno la lenta, disomogenea reazione dell’Europa - in teoria unita - con un aiuto “too little too late”, troppo piccolo e arrivato troppo in ritardo, precisa Stiglitz. Negli Usa non funziona così, precisa anche il Sole24Ore che ha raccolto qualche dichiarazione di Stiglitz
«È l’euro in crisi, non solo l’Italia. Non ne uscirete da questa situazione se non troverete una maggiore integrazione fiscale a livello europeo, come avviene negli Stati Uniti dove il governo centrale di Washington interviene nei vari stati dell’Unione dove ci sono dei problemi temporanei, in California ad esempio piuttosto che nell’Oregon»
Sempre per Stiglitz i problemi di trasparenza del sistema finanziario sono assolutamente immutati. Per uscire dal tunnel? Serve un nuovo “global reserve system” e soprattutto rassegnarsi a un radicale cambio di scenario geopolitico: Europa e Usa lentamente più deboli, resto del mondo che prende coscienza di essere ora lui a gestire la partita. Perché di Cina e India non abbiamo ancora visto niente.
robert-bluesh
11 nov 2011 - 15:54 - #1Come ha dichiarato in una mica poco amara occasione il nostro ex vicesindaco De Corato: “Finalmente questa giunta è riuscita a coniugare due verbi: onestà e TRASPARENZA”. Indimenticabile!
Bell’articolo comunque, sono anni che Stiglitz preme sulla necessità di rendere più trasparente il sistema finanziario, ciò ai fini di una globalizzazione più “umana”.