L’incontro dell’altro giorno con Sarkozy e con la Merkel ha dimostrato, se ce ne fosse stato bisogno, che Mario Monti si pone sullo stesso piano di dignità degli altri principali premier europei. Rispetto all’era Berlusconi, la differenza è abissale e il recupero per l’Italia, anche di immagine, enorme.
Monti è rispettato per la sua autorevolezza e credibilità personale. Si può esprimere la stessa valutazione sul suo governo “tecnico”? L’Europa sostiene Monti e incoraggia il suo governo anche perché se crolla l’Italia c’è la fine dell’Euro e forse la disintegrazione dell’intera area europea per come è oggi. Ma i titoli restano nella tempesta con tassi record per bot e i btp, oramai ai livelli dell’Irlanda del default.
Monti e il suo governo si sono davvero “incartati” come annunciano festanti i giornali berlusconiani? Certo è che il nuovo esecutivo segna il passo.
Il secondo consiglio dei ministri di ieri ha lasciato le cose come stavano prima: non un passo avanti sulle misure anticrisi, un mezzo passo avanti sul nodo dei sottosegretari. Monti continua a lanciare massaggi rassicuranti, certo di far decollare in tempi rapidi le misure economiche con il consenso delle parti sociali. Misure con i tre pilastri annunciati: consolidamento fiscale, strumenti per la crescita, equità sociale. Fatto sta che i tempi si allungano e nel Paese cresce il senso di incertezza e il timore per nuove stangate.
Il nodo resta politica. Da un lato i partiti della ex maggioranza, Lega in primis, (ma anche la sinistra radicale) soffiano sul fuoco del “tanto peggio e tanto meglio” con il Pdl ko che fa il doppio gioco e che di fatto mette i bastoni nelle ruote del nuovo governo. Ma anche Pd e Terzo Polo sono in fibrillazione, stanno alla finestra, cercando di sostenere Monti, ma nell’ottica di pensare innanzi tutto ai propri interessi.
Monti deve uscire subito dalla rigidità dei summit, coinvolgere il Parlamento, parlare chiaramente agli italiani. Guai, se il premier agisce dentro una campana di vetro! Il professore dica chiaramente come stanno le cose, chi rema per il Paese e chi rema contro. Chiami i partiti alle loro responsabilità e, se occorre, li metta con le spalle al muro. Non accetti ricatti da chi minaccia di “staccare la spina”. Monti scende in campo aperto, ancora più deciso e incisivo. Prima che sia troppo tardi.
nchomsky
26 nov 2011 - 16:43 - #1Operazione Amnesia
Vederlo lì in un baretto fuori dal Tribunale di Milano, solo e abbandonato, nessuno che gli rivolga la parola, gli chieda un autografo o una barzelletta, gli gridi meno male che Silvio c’è, fa tenerezza. Sentirlo rispondere dalla tribuna vip del Milan a una domanda sul fisco “non so, ormai non conto più niente”, fa quasi pena. Almeno a chi non lo conosce. L’ultima maschera del Cainano è quella del povero vecchietto innocuo, dell’anziano guitto a fine carriera. Uno da lasciare in pace, anzi da ignorare, perché ora bisogna guardare avanti senza spirito di vendetta, anzi con un pizzico di gratitudine per tutti i sacrifici che ha fatto per noi, non ultime le dimissioni come estremo “atto d’amore per l’Italia”, purtroppo travisate dalla solita “piazza dell’odio”. L’Operazione Amnesia, simile alla strategia della sommersione adottata da Provenzano dopo le stragi volute da Riina, è una nuova versione dell’eterno “chiagni e fotti”, che presto sfocerà in una campagna elettorale tutta basata su vittimismi vecchi e nuovi: i poteri forti nostrani e forestieri, l’euro, la culona tedesca, il De Funès francese, le solite toghe rosse che si portano su tutto. E infine, quando monterà il malcontento per i tagli del governo Monti, un’agile piroetta per fingere di averlo sempre contrastato e le solite litanie sulla sinistra delle tasse. Nell’attesa, mentre Angelino Jolie gioca al piccolo segretario vaneggiando di congressi e primarie come se fosse davvero il leader Pdl, il Cainano pensa alla roba sua. Il vicemonti è un clone di Letta, Catricalà, che ha dato buona prova all’Antitrust senza mai vedere il trust Mediaset e conflitti d’interessi collegati, ma in compenso nel 2008 sgominò il cartello dei fornai (la celebre multa di 4. 430 euro all’Unione Panificatori, e non una per ciascuno: una per tutti). Alle Comunicazioni c’è Passera, che di conflitti d’interessi se ne intende, dunque non disturberà il suo. Alla Giustizia c’è la Severino, ex avvocata Fininvest, e non abbiamo ancora visto i sottosegretari (gira persino il nome della signora Iannini in Vespa). La Rai è sempre in buone mani e Minzolingua continua imperterrito a dirigere il Tg1. Tutto come prima, ma con un vantaggio in più: nessun attacco, nessuna polemica, tutto dimenticato. E, se qualcuno si azzarda a ricordare che le dimissioni le ha date proprio per il conflitto d’interessi (i titoli del gruppo colavano a picco, Doris lo chiamò e disse “molla la Lega, pensa alle aziende”, come ha confermato ieri Bossi: “B. s’è dimesso perché l’hanno ricattato con le aziende”), scatta immediata la litania dei servi: “Ecco, gli antiberlusconiani sanno parlare solo di lui, temono di restare disoccupati”. Se al “chiagni” provvede l’amnesia generale, al “fotti” ci pensa Mediaset. È notizia dell’altroieri l’ennesima causa milionaria di Mediaset contro un giornalista che non si piega: Santoro, che il 1° luglio aveva osato ipotizzare, dietro l’inspiegabile retromarcia di La 7, prima interessata a lui e poi non più, “un intervento esterno per bloccare un terzo polo tv che poteva diventare dirompente per il duopolio Rai-Mediaset”. E a questo intervento esterno aveva dato “un nome e un cognome: conflitto d’interessi. Politico e industriale. Un’azienda, Mediaset, occupa governo, Parlamento, Autorità, Rai e piega tutto al proprio tornaconto”. Ora però Mediaset dovrà denunciare anche quel tizio che nel 2000 disse: “Se B. non fosse entrato in politica, noi oggi saremmo sotto un ponte o in galera per mafia”; e nel 2010 aggiunse: “Il conflitto d’interessi ormai è endemico: scegli B. e prendi tutto”. E poi quell’altro che nel 2008, dopo le elezioni vinte da B., dichiarò: “Mediaset l’ha scampata bella, la legge Gentiloni era un pericolo”; e nel 2010, quando Fini chiese la sfiducia al governo B. e Mediaset crollò in Borsa, osservò: “Sull’andamento del titolo la politica pesa più della crisi”. Il primo si chiama Fedele Confalonieri, presidente Mediaset. Il secondo Piersilvio Berlusconi, vicepresidente Mediaset. Diffamatori.
(Di Travaglio su Il Fatto Quotidiano, 26 novembre 2011)