
Domani il decreto salva-Italia sarà al Senato. Intanto però si parla di articolo 18: e delle eventuali modalità per riformarlo, annunciate dal ministro del Welfare Elsa Fornero. Ma che cos’è l’articolo 18? L’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori - grande conquista risalente al maggio del 1970 - regola il licenziamento per giusta causa. In estrema sintesi impedisce al datore di lavoro di licenziare un dipendente senza che ci sia un buon motivo per farlo. Una norma che trova applicazione per esempio in chi decide di esporsi in fabbrica o sul luogo di lavoro, magari per ottenere condizioni migliori per tutti. Prima dello statuto poteva essere cacciato senza troppi patemi d’animo. Con lo statuto il giudice del lavoro poteva obbligare alla riassunzione.
L’articolo 18 è applicato in toto solo per le aziende con più di 15 dipendenti. Fino a quella soglia, se il lavoratore licenziato decide di intraprendere un’azione legale e vede il giudice dargli ragione, il datore di lavoro sarà obbligato alla reintegrazione, che è però differente dalla riassunzione, in quanto comporta un “reset” dell’anzianità di servizio e dei diritti acquisiti in precedenza. Alternativa alla reintegrazione, un risarcimento. Date le premesse è chiaro come l’articolo 18 sia un “totem” come molti l’hanno definito, che in tempi di precarizzazione esasperata deve restare in piedi. Anche e soprattutto a livello simbolico.
Ma quali sono le posizioni rispetto all’art. 18? Se Elsa Fornero, neo ministro al Welfare del governo tecnico ha aperto a un dialogo con i sindacati, i sindacati hanno opposto barricate. Ma verso quale modello si andrebbe? L’ha spiegato Michele Tiraboschi sul Foglio, citando anche i rischi del governo Monti. Quelli dell’articolo 18 sono fili elettrici scoperti:
La proposta, in astratto, pare accattivante. D’ora in poi tutti assunti a tempo indeterminato, ma con un regime di tutele assai più leggero. Abrogati, per decreto, i lavori precari e le collaborazioni a progetto. Abrogato anche l’articolo 18 in cambio, però, di maggiori e più estesi ammortizzatori sociali, caricati sulle spalle delle imprese. Una proposta del più avanzato riformismo di sinistra che piace molto anche al centrodestra. Tanto da indurre Silvio Berlusconi, negli ultimi giorni di governo, a farne esplicito cenno
Nessun cenno però al “popolo delle partite iva” fasulle, i lavoratori che per avere un’occupazione sono spinti dalle aziende ad aprire una partita Iva e fatturano, ma per un solo cliente. Ce ne sono decine di migliaia. Scriveva Riccardo Staglianò su Repubblica:
sul totale delle 8,8 milioni di partite iva (ma quasi 2 sono inattive), seconde in Europa solo alla Grecia, la maggior parte riguarda professionisti veri che prestano la loro opera, come e quando meglio credono, per una pluralità di clienti. Le uniche stime attendibili sono quelle dell’Istituto per lo Sviluppo della Formazione Professionale dei Lavoratori. «Dai nostri studi sarebbero circa 300 mila le finte partite iva, oltre a quasi un milione di altri “finti” autonomi tra collaborazioni coordinate e continuative, occasionali e a progetto» spiega il ricercatore Emiliano Mandrone
Come al solito il paragone con la Grecia, non beneaugurante, ricompare. Ecco, ora vi chiedo: l’articolo 18 si tocca o non si tocca? Io direi di no, ma non sono un giuslavorista, solo un lavoratore che cerca di capire l’importanza, pratica - la Camusso l’ha definito “deterrente” - di un simbolo.
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20 dic 2011 - 16:55 - #1“Un imprenditore edile, citato in giudizio da un operaio di origine egiziana che dopo avere lavorato in nero non era neppure stato pagato, ha minacciato e aggredito l’ex dipendente durante l’udienza davanti al giudice a Milano. Lo denuncia la Cgil attraverso un comunicato in cui si spiega che solo l’intervento della sicurezza e delle forze dell’ordine ha scongiurato che la rissa degenerasse.” (Repubblica Milano)
in altre parole: NO ARTICOLO 18 = SCHIAVISMO E FAR WEST. già ora è bistrattato, aggirato in mille modi, non applicato. figuriamoci abolirlo del tutto
vivalacostituzione
20 dic 2011 - 17:29 - #2Da parte del Governo si sente solo il mantra “pensioni ed articolo 18″ riduzione spese e flessibilità…non un richiamo agli imprenditori ad investire e creare occupazione a fare ripartire l’economia; siamo molto lontani dai paesi Europei più seri di noi in tutti i settori della società.
Pensiamo ai lavoratori over 50 ed alla possibilità per le aziende non più vincolate dall’articolo 18, di farseli allegramente fuori adducendo motivi di crisi.
Ci spiegano questi lungimiranti professori dove ritrovano il lavoro questi lavoratori e dove trovano le risorse per vivere e pagarsi gli anni di contributi necessari ad andare, forse, in pensione ?
Come sempre: forti coi deboli e deboli coi forti.
E’ ora che smettano di attaccare per abolirli i (pochi) diritti che sono rimasti ai lavoratori.
Se, come dicono, vogliono risanare il bilancio delo Stato facciano piuttosto:
- l’asta per le frequenze TV
- l’accordo con la Svizzera per il rientro dei capitali all’estero
- abbassino a 100E la soglia per pagamenti in contanti
- aboliscano gli ordini professionali
- una seria lotta all’evasione fiscale
- l’equiparazione dei compensi dei parlamentari a quelli medi degli altri parlamentari europei
gunny35
21 dic 2011 - 08:00 - #3In realtà la proposta del governo è che le tutele citate nell’articolo rimangano (sciopero, discriminazione razziale), ma l’azienda possa decidere liberamente di diminuire la forza lavoro pagando degli ammortizzatori al lavoratore licenziato per tre anni. Può essere un tassello di una strategia complessiva, ma da sola questa misura non farà miracoli. Occorre diminuire numero e importo dei contributi ai vari enti e semplificare tutti i contratti di lavoro.