Caso Moro: lo Stato sapeva della morte prima della telefonata BR

Il racconto dei due artificieri che per primi trovato l'auto in cui era chiuso il cadavere di Aldo Moro rivelano che lo Stato Italiano era a conoscenza della sua morta un'ora e mezzo prima della telefonata delle BR.

Sono passati ben 35 anni dal ritrovamento, in via Caetani a Roma, della Renault 4 con all'interno il corpo di Aldo Moro, rapito 55 giorni prima dalle Brigate Rosse. Quella tragedia che ha segnato la storia italiana solo oggi vede risolti alcuni dei suoi punti oscuri: lo Stato Italiano sapeva della sua morte prima della famosa telefonata dei brigatisti ricevuta dal professor Francesco Tritto, allievo e assistente di Moro.

Le rivelazioni arrivano da un'intervista rilasciata da Vitantonio Raso, l'artificiere che per primo arrivò sul posto e che in tutti questi anni non è mai stato interrogato. Eppure il suo racconto sarebbe risultato fondamentale, così come lo è oggi, a distanza di tre decenni, raccolto nel libro La Bomba Umana, poco meno di duecento pagine destinate a far discutere e a cambiare quel pezzo fondamentale della storia d'Italia così come ci è stata raccontata finora.

La famosa telefonata arrivò alle 12.13 di quel 9 maggio e il corpo dello statista fu ufficialmente scoperto pochi minuti dopo. Questo è quello che sappiamo, quello che finora abbiamo dato per vero. I due artificieri, però, riferiscono di essere arrivati in via Caetani un'ora e mezzo prima, alle 11, chiamati per controllare che la Renaul 4 non fosse una trappola esplosiva.

Il primo ad arrivare fu Vitantonio Raso, seguito poco dopo da Francesco Cossiga, l'allora Ministro dell'Interno e futuro Presidente della Repubblica, ufficialmente giunto sul luogo poco prima delle 14, ma a quanto pare passato di lì quasi due ore prima dell'annuncio ufficiale. Raso gli disse che in quell'auto c'era il cadavere di Aldo Moro e, secondo quanto da lui riferito, la reazione del politico fu assolutamente tranquilla, come se fosse già a conoscenza di tutto.

Quando dissi a Cossiga, tremando, che in quella macchina c'era il cadavere di Aldo Moro, Cossiga e i suoi non mi apparvero nè depressi, nè sorpresi come se sapessero o fossero già a conoscenza di tutto. Ricordo bene che il sangue sulle ferite di Moro era fresco. Più fresco di quello che vidi sui corpi in Via Fani, dove giunsi mezz'ora dopo la sparatoria.

L'altra novità importante arriva dal maresciallo Giovanni Circhetta, che si dice certo della presenza di una lettera sul sedile anteriore dell'automobile, una lettera di cui non si è mai saputo nulla, una lettera che potrebbe esser stata fatta sparire.

Allo Stato Italiano faceva comodo ritardare l'annuncio della morte di Aldo Moro? Perché aspettare quasi due ore per comunicarlo ufficialmente? Il sito VuotoAPerdere, che a breve pubblicherà l'inchiesta nella sua interezza, fa una riflessione che non si può non condividere:

Forse quella mattina lo Stato si attendeva una soluzione diversa ma qualcosa andò storto e fu necessario del tempo per capire e riordinare i pezzi del puzzle per ricostruire un quadro politicamente non destabilizzante? O forse era necessario assicurarsi il silenzio di qualcuno che sarebbe stato poi ampiamente ricompensato in futuro per evitare una débâcle politica?

Dal momento della pubblicazione del libro, lo scorso anno, l'artificiere Vitantonio Raso ha rilasciato molte interviste, ma è solo in quella pubblicata oggi che si spinge a rivelare questi particolari inediti:

voglio precisare che con il mio racconto non intendo accusare nessuno e non mi spinge nessun desiderio di rivalsa o di protagonismo. Sono stato un servitore dello Stato per tanti anni e rifarei tutto ciò che ho fatto, con la stessa abnegazione e con lo stesso spirito di sacrificio. Intendo solo aggiungere alcuni particolari che, dopo aver studiato meglio la vicenda, ritengo possano essere utili.

L'intervista, disponibile nella sua interezza a questo indirizzo, ripercorre tutti i punti salienti del sequestro Moro, a cominciare dall'agguato di via Fani compiuto dalla Brigate Rosse per sequestrare il politico:

Ero già intervenuto la mattina del 16 marzo in via Fani. Mi chiamarono perché qualche testimone aveva raccontato che gli assalitori prima di fuggire avevano gettato nelle macchine coinvolte nell’agguato degli oggetti. Si temeva che potessero essere ordigni. Da allora, il Ministro Cossiga, pretese che fosse richiesta la presenza di un artificiere in ogni occasione ci si fosse trovati di fronte a materiale proveniente dalle BR. Ed in effetti intervenni anche in più occasioni in via Licinio Calvo (dove furono rinvenute in tre momenti diverse le auto utilizzate dai brigatisti per la fuga, nda), in via Gradoli ed, infine, in via Caetani. Me ne occupai sempre io per il semplice motivo che in via Fani avevo lasciato le mie impronte…

Il racconto si sposta poi ai tragici eventi del 9 maggio 1978. Arrivò in via Caetani, accompagnato dalla volante 23 della Polizia, intorno alle 11. Di quel viaggio ha raccontato:

Quando salii in macchina mi resi subito conto che la situazione era strana. In genere il capo equipaggio dell’auto che mi veniva a prelevare, mi dava le prime indicazioni sull’intervento che mi era richiesto. Insomma le classiche informazioni che a me servivano per iniziare a prepararmi. Quella mattina, però, non fu così. Nessuno apriva bocca e allora iniziai a fare domande: “Dove andiamo? Di che tipo di segnalazione si tratta?”. Ma le risposte erano vaghe tanto da farmi irritare e quasi prendermela con quei ragazzi che poi non c’entravano nulla.

Ad accoglierlo sul posto trovò un funzionario di Polizia, il Commissario Federico Vito, che gli disse di controllare la R4 perchè una telefonata anonima aveva denunciato la presenza di una bomba:

Al che io mi misi subito ad analizzare dall’esterno la vettura, facendo un giro di ispezione attorno all’auto e scrutando anche attraverso i finestrini. Nella parte anteriore notai subito qualcosa che rendeva pericolosa l’auto: oltre a della sabbia nera, dei bossoli esplosi erano posti sul tappetino anteriore sia dal lato guidatore che passeggero. Questa cosa mi allarmò e quindi usai molta accortezza nell’avvicinarmi. Dato che era un’auto che conoscevo molto bene iniziai a studiare una strategia per riuscire ad entrarvi con il minimo rischio. Mentre ero li che, sempre sotto il controllo del funzionario di Polizia, giravo attorno alla macchina si avvicinò una ragazza vestita in un modo che definirei “alternativo” che mi chiese a bruciapelo: “E’ vero che in quella macchina c’è il cadavere di Aldo Moro?”. Cercai di mantenere la calma per evitare di mandarla a quel paese anche perché, conoscendo bene il bagagliaio e sapendo che Moro era di statura non certo piccola, non avrei mai pensato che sarebbe potuto entrare in quel piccolo spazio. Ma tant’è.

Di quella ragazza alta e magra non si sono mai ritrovate le tracce, la sua identità non è mai stata accertata. Anzi, la sua presenza non è mai stata resa nota fino a questo momento. Mentre Raso procedeva con l'ispezione esterna, sul posto arrivarono il capo della Digos di Roma Domenico Spinella, il comandante del nucleo investigativo dei Carabinieri Colonnello Cornacchia e il Ministro Cossiga. Saranno state, secondo il racconto di Raso, le 11.30 circa:

Il Ministro Cossiga, invece, mi chiese a bruciapelo: “Raso, che ne pensa di questa macchina?” Io lo guardai e con aria preoccupata risposi: “Ministro, si tratta di un’auto molto pericolosa. Ho notato al suo interno dei bossoli. E’ necessario lavorarci con molta attenzione ma alla svelta.” “Bene – mi rispose – Mi tenga informato.”. E nel dire questo si riallontanò assieme alle persone con le quali era arrivato dando ordine di far transennare la via da entrambe le direzioni per non far avvicinare nessuno, come da procedura.

Pochi minuti dopo, il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro, una scoperta che secondo il racconto di Raso non sorprese le persone presenti lì in quel momento. Nessuno stupore, nessuno sgomento, era come se sapessero già tutto.

Il resto è storia ufficiale: la telefonata, la diffusione della notizia del ritrovamento del cadavere di Moro e tutto ciò che ne é seguito. Quello che successe nelle ore precedenti, però, non è mai stato chiarito ufficialmente, almeno fino ad ora. Anzi, sorprende che il verbale scritto da Raso, e contenente il resoconto di quelle ore, fu strappato subito dopo esser stato consegnato al capoufficio:

Nel consegnarlo il mio capoufficio ebbe una reazione insolita. “Ma che cavolo hai scritto?” alludendo al mio italiano o forse alla forma complessiva del mio scritto. Forse a causa della stanchezza non ero stato molto chiaro, ma non mi era mai successo che un “rapporto di servizio” mi venisse strappato in faccia.

Il rapporto fu riscritto dal Maresciallo Circhetta, che unì la testimonianza di Raso alla sua. I particolari dell'orario, però, non furono l'unica cosa ad essere omessa dalla documentazione ufficiale. A rivelarlo ci ha pensato proprio Giovanni Circhetta:

Ho scorto delle carte sul sedile anteriore. Sembravano proprio delle lettere. E mi sono incuriosito in quanto in quei giorni si era parlato delle famose lettere di Moro. Si vedeva, distintamente, una busta da lettera chiusa il cui contenuto era poco spesso, lasciava intendere fossero pochi fogli piegati similmente a come si fa per spedire una lettera. Non vi erano segni distintivi, né scritte. Non saprei dire se le buste fossero una o due. Ma di sicuro sopra c’era poggiato un foglietto che ad un’osservazione più accurata si rivelò essere un assegno bancario. Ovviamente non le toccai (come previsto dalle procedure) ma mi sono sempre chiesto
cosa contenessero. Ma è una domanda a cui non ho mai potuto dare risposta in quanto di quelle buste, che io sappia, non si è mai saputo nulla.

Che fine abbiamo fatto quelle lettere, però, resta un mistero. Uno dei tanti misteri relativi al caso Moro che continueranno a restare tali per molti anni a venire.

Via | VuotoAPerdere

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