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Mitt Romney e il private equity - Lo spettro di Bain Capital

Pubblicato: 12 gen 2012 da Alberto Puliafito

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Mitt Romney e il private equity

Gli americani sono straordinari, a modo loro: Mitt Romney diventa il favorito fra i Repubblicani? E allora gli altri Repubblicani sono pronti a tirare in ballo il private equity.

Cos’è il private equity? E’ un’attività finanziaria che riguarda società non quotate sui mercati regolamentati (o intenzionate ad abbandonare la borsa - in questo caso si parla di Public Private Equity): uno o più investitori istituzionali rilevano quote di una società di questo tipo per poi venderla, spesso acquisendo quote di debito delle società stesse. Ovviamente, con lo scopo di ottenerne un profitto. Si tratta di attività spesso molto aggressive, ampiamente discusse dagli economisti di tutto il mondo: per alcuni sono attività parassitarie. Il New York Times ricorda che i “report” in merito sono tutt’altro che chiari. Di certo, nella fase d’acquisto la tendenza delle aziende nel mirino delle attività di private equity tendono a ridurre i posti di lavoro, a licenziare (da qui il clamore per la “gaffe” di Romney di un paio di giorni fa: «Mi piace licenziare»). Salvo poi ri-assumere una volta acquisite. Appare evidente una cosa: il private equity non produce nulla. Costruisce ricchezza sulle operazioni di buyout. E basta. Perché i profitti maggiori arrivano, ovviamente, quando si acquistano società sull’orlo del fallimento, dopo che hanno tagliato i lavoratori - spesso si tratta di licenziamenti indotti - per poi rivenderle dopo averle rilanciate. Oppure si acquisiscono quote di società per poi spremerle e lasciarle fallire.

Cosa c’entra Mitt Romney con questo tipo di operazioni finanziarie? Be’, Romney è uno dei soci fondatori di Bain Capital, una società finanziaria specializzata in operazioni di private equity. Una delle più importanti. Certo, l’ha lasciata nel 1999, almeno formalmente. Fra le altre cose, la Bain Capital ha acquistato una compagnia controllata dal padre di un altro candidato repubblicano: Jon Huntsman. Ora: è chiaro che l’attacco sul tema del private equity sarebbe arrivato, prima o poi, da parte dei Democratici, soprattutto in un periodo storico in cui l’opinione pubblica identifica facilmente il “nemico che ha causato la crisi” nell’alta finanza.

Ma siccome gli americani sono straordinari, a modo loro, l’attacco è già iniziato, in una specie di guerra fratricida, nel corso della campagna repubblicana. Il che appare paradossale, vista l’estrazione e le idee in termini di finanza degli altri. Ma in guerra e in amore tutto è concesso, e le primarie non sono altro che una guerra dove per l’amore e la compassione non c’è spazio.

Uno dei più accaniti è Newt Gingrich:

«Abbiamo il diritto di sapere cos’è successo alla Goldman Sachs, cos’è successo a migliaia di miliardi di dollari a New York. Abbiamo il diritto di sapere cosa succede quando le companies vanno in bancarotta. C’è un’enorme pressione, nel sistema, perché non si parli di queste cose. Perché non si parli di dove vadano a finire i soldi. Sono pronto a sopportare qualsiasi livello di pressione».

Sembrano quasi i toni di un membro di Occupy Wall Street.

E invece sono i toni di un conservatore repubblicano che cerca di mettere i bastoni fra le ruote al favoritissimo (dopo la vittoria in Iowa e New Hampshire).

Sempre il NY Times ricorda che Romney ha già perso la prima sfida in Massachussets nel 1994 contro Edward M. Kennedy, proprio sul tema del private equity.

Quindi, attaccarlo in merito non è affatto un’idea peregrina per gli avversari politici. Di sicuro però, se confermerà i pronostici, questa campagna repubblicana sarà un bell’assist per i democratici.

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5 commenti

Commenti dei lettori

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  • Profilo di zak

    zak

    12 gen 2012 - 10:37 - #1
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    “Appare evidente” che il Private Equity non crei ricchezza a chi?
    Spesso e volentieri è il contrario. Specialmente in contesti come l’Italia è a volte un passaggio fondamentale per passare da una gestione familiare a una più scientifica, ovvero più efficiente e in grado di generare più ricchezza.
    Al di là di questioni patologiche, che hanno a che vedere più con la distorsione dello strumento, spesso e volentieri il lavoro dei fondi PE è proprio mettere in grado le società di generare più ricchezza, proprio perché lavorano guadagnano e devono vendere un prodotto “più ricco” di quello che hanno comprato.
    Non voglio certo dire che il PE sia la panacea di tutti i mali, ma certo che l’incapacità di creare ricchezza “appare evidente” solo a chi non conosce la materia.

  • Profilo di albertopuliafito

    albertopuliafito

    12 gen 2012 - 10:40 - #2
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    Prego. Nel pezzo si legge «non produce nulla». Non «non crea ricchezza».

  • Profilo di zak

    zak

    12 gen 2012 - 11:59 - #3
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    Ho interpretato il “produrre” come “creare ricchezza”; se non era nelle tue intenzioni equiparare le due espressioni mi scuso, ma il tono negativo della frase mi rende difficile pensare a quel “produrre” come riferito alla sola attività manifatturiera (così escluderesti tutto il settore dei servizi o dell’intrattenimento).
    Se invece intendevi “produrre” in senso lato (non solo manifatturiero, quindi), rivendico la corretteza della mia interpretazione e ti prego di notare che anche il PE produce: produce attività economiche più efficienti (ed è qui che crea ricchezza; non la crei se non produci nulla).

  • Up

    12 gen 2012 - 14:33 - #4
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    Sti candidati reppubblicani uno più ridicolo dell’altro mi sa che la scelta e come nei Simpson dove viene mostrate le riunioni del Partito in un tetro castello come quello di Dracula.

  • Profilo di albertopuliafito

    albertopuliafito

    12 gen 2012 - 16:00 - #5
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    zak, che il PE produca (attività economiche più efficienti) è tutto da dimostrare ed è oggetto di dibattito persino fra gli economisti statunitensi.