Intervista: Mario Capanna, il '68 ed il futuro dei movimenti

Storico leader del Movimento Studentesco durante il ’68, Mario Capanna è oggi presidente del Consiglio dei Diritti Genetici, organismo di ricerca e informazione sulle biotecnologie molto critico contro l’utilizzo degli OGM. Lo abbiamo intervistato in occasione della presentazione del suo nuovo libro, “Il Sessantotto al futuro”

Capanna, a quarant’anni dal ’68 si tende molto a parlare della violenza che è scaturita da quella stagione e che ha caratterizzato il decennio successivo. Cosa ne pensa?

E’ innegabile che il ’68 per lunghi mesi nasce e si mantiene rigorosamente pacifico e non violento. Basta sfogliare i giornali di quegli anni per verificarlo. Non va mai dimenticato che le prime forme di violenza si inoculano quando comincia la repressione di Stato e fascista. Da quel momento si sono verificati, in alcune situazioni, anche degli eccessi di autodifesa. E questo appartiene a parte degli errori dello sviluppo del ’68.

E’ importante però ricordare che il primo atto di terrorismo in questo paese viene compiuto dallo Stato, con la strage di Piazza Fontana. Quest’episodio viene visto dal Paese come il tentativo di ricacciare indietro tutto.
E’ lo spartiacque che segna l’inizio di una fase completamente diversa, che è la fase della violenza degli anni ’70.

In ogni caso, il 68 non ha mai ucciso nessuno. Questo si tende a dimenticarlo, ma è decisivo. La repressione che questo movimento ha dovuto subire è stata invece sistematica, con stragi, eccidi, assassinii… Cito ad esempio le Olimpiadi insanguinate di Città del Messico, col massacro di Piazza delle Tre Culture, testimoniato anche da Oriana Fallaci, i vari golpe e minacce di colpo di Stato, l’omicidio di Martin Luther King negli USA o, per tornare in Italia, l’eccidio di Avola, in provincia di Siracusa, il 3 dicembre 1968.

Il’68 è stato un movimento su scala mondiale. Anche la Rivoluzione Culturale Cinese ne era parte?

All’epoca, quando gli avvenimenti erano in corso, molti dentro il movimento coglievano l’aspetto, che pure c’era, di un popolo che si muoveva per fare un ulteriore passo avanti: il famoso “bombardate il quartier generale”, che era il quartier generale dello stesso Partito Comunista Cinese. Non si aveva, da noi, la percezione di ciò di cui, purtroppo, realmente si trattava; e cioè di una azione di violenza all’interno della stessa organizzazione del Partito Comunista Cinese. Una violenza inaccettabile. Quello che accadeva veramente in Cina, però, lo abbiamo saputo con precisione molto tempo dopo. In questo senso va ridimensionato il giudizio sulla Rivoluzione Culturale che, magari, a volte, ebbe punte di entusiasmo eccessivo.

Il movimento del '77 è erede del '68 o è un'esperienza del tutto diversa?

Come tutti i fatti che si susseguono nella storia è inevitabile un legame di successione, ma si tratta di una cosa del tutto diversa. Dieci anni sono tanti nello scorrere del tempo. Il tratto di continuità che vedo tra i due periodi è rappresentato, a mio avviso, da una grande ansia di autodeterminazione dei giovani. Un' ansia che, nel '77, è stata però castrata dalla forbice che vedeva il terrorismo da un lato e la repressione di Stato dall'altra. Da qui è scaturita anche la difficoltà del movimento del '77 nello svilupparsi. Infatti è durato molto poco. Ho sempre, però, ritenuto sbagliata e infondata l'equazione '77 uguale terrorismo.

Si può vedere oggi un movimento in grado di portare dei cambiamenti significativi?

Io sono cautamente ottimista perché vedo molti carboni accesi sotto la cenere. Le contraddizioni crescono e si aggravano molto rapidamente: dai mutamenti climatici alle gigantesche ondate speculative, come quelle sui prezzi petroliferi o sui prezzi delle materie agricole con i cosiddetti futures alimentari

Futures alimentari?

La vendita di prodotti finanziari calcolati sulla possibilità dei prezzi futuri che possono avere. Si tratta di effetti creati in modo assolutamente artificiale. Compiere operazioni di questo tipo significa aumentare la fame di almeno più della metà della popolazione mondiale.

Le contraddizioni quindi si moltiplicano. Per non parlare dell’aggravamento delle condizioni materiali di vita di milioni di persone. In questo Paese, negli ultimi sette anni, abbiamo avuto due Governi di segno diverso, ma i salari e gli stipendi sono rimasti fermi al 2001. E’ stata fatta una politica di impoverimento della maggior parte della popolazione.

Di fronte a tutto questo bisogna prendere in mando il proprio destino, capendo che la democrazia è partecipazione.
Il ’68 ci dà proprio questo insegnamento: se le idee camminano sulle gambe di milioni di persone si possono raggiungere conquiste fondamentali, ma se la democrazia viene ridotta semplicemente a delega non si tira fuori un ragno dal buco.

Oggi vediamo movimenti new global, forme di auto-associazionismo tra i giovani e il volontariato, che, nelle sue varie forme, in Italia coinvolge 6 milioni di persone. Sono elementi insufficienti, ma in cammino. Devono spicciarsi però, perché i mutamenti climatici non aspettano. Non c’è oggi la necessità di ripetere il ’68, ma di fare qualcosa di più ampio e coinvolgente se vogliamo che il futuro umano prosegua.

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