6 aprile 2014, L'Aquila, 5 anni dopo. Lo Stato in emergenza

Cinque anni fa il terremoto. Poi il capitalismo dei disastri, lo stato d'emergenza e l'emergenza dello Stato.

Ci sono davvero poche persone, e ancor meno giornalisti, titolati a parlare dell'Aquila, il 6 aprile.
Un tempo probabilmente appartenevo alla stretta cerchia di giornalisti che potevano farlo a ragion veduta, visti i 9 mesi filati che ho trascorso nella città martoriata prima dal terremoto e dal capitalismo dell'emergenza che piombava sulle macerie puntuale e sorridente, con le divise ben ripulite e ordinate, con tutta la sua violenza e organizzazione.

Ero titolato solo perché vivevo quella realtà di persona: oggi, cinque anni dopo la scossa delle 3.32, ragioni professionali e personali mi hanno allontanato molto da quelle terre, e se è vero – come credo – che il giornalista, per parlare di qualcosa in maniera approfondita, debba documentarsi sul posto, non posso più dirne molto, di quella storia.

Ma posso fornire ai nostri lettori qualche fonte di prima mano. Posso invitarli, per esempio, a leggere quotidianamente News Town, bellissimo esempio di giornalismo "locale", progetto nato nel 2013 e ottima lettura per conoscere l'universo aquilano oggi.

L'Aquila 2009

Posso invitarvi a cliccare su hellolaquila.it, un progetto per

«tour virtuale interattivo dell’Aquila come si presenta oggi, a 5 anni dal sisma del 6 aprile 2009, e offre la possibilità di “passeggiare” attraverso tutte le strade, le piazze e, addirittura, all’interno di alcuni edifici del centro storico

In tre mesi, con innumerevoli incursioni nelle vie aquilane, sono state scattate migliaia di fotografie, che sono diventate le oltre 400 foto panoramiche a 360° che coprono il centro storico della città. Le immagini sono state georeferenziate e caricate sulle mappe di Google, approvate dal team di Google Maps e collegate tra loro in modo da creare un’unica grande rete nella quale le possibilità di muoversi liberamente sono praticamente infinite».

Posso segnalarvi l'attivismo mai domo del 3e32, che fin dai primi giorni dopo il terremoto è stato un punto di riferimento per i tentativi di riorganizzare una reazione sociale non solo al disastro naturale e allo shock, ma anche alla shock economy.

Posso linkare, ancora, Site.it, diretto da Angelo Venti, giornalista vero, che ha compreso e scritto ciò che accadeva nelle terre abruzzesi prima di tutti. E che non smette di far luce sugli affari straordinari che l'emergenza terremoto ha generato (un esempio clamoroso è costituito dall'affaire bagni chimici).

Infine, posso scrivere qualche riga su quel che ho capito io.

L'Aquila, dopo il terremoto, è diventata un cantiere, non solo per la costruzione delle new town (o new village) ma anche perché è stato terreno di sperimentazione per l'applicazione sistematica e aggressiva dello stato d'emergenza. Potere derogatorio, potere d'ordinanza, potere assoluto, istituzione totale, infantilizzazione del cittadino con la scusa dell'assistenza che si trasforma in assistenzialismo mirato: c'è una catastrofe, approfittiamone (utilizzando, se è il caso, anche il volto gentile di chi agisce in buona fede, ostentandolo, quel volto gentile). Per avere consenso politico, ad esempio (ricorderete la colossale operazione di santificazione mediatica di Berlusconi, Bertolaso e compagnia all'epoca); per appalti e subappalti e affari vari; per valutare tutto ciò che si può fare in stato d'emergenza. L'Aquila è una città ferita che, a studiarla bene, farebbe capire a tutti quanto sia diventato aggressivo, il concetto dell'emergenza.

Con l'emergenza-spread ci è stato imposto il governo dei tecnici di Monti; con l'emergenza Grecia, il governo Letta; con l'emergenza Italia il governo Renzi. Gli slogan? «Fate presto», titolava Il Sole 24 Ore esortando Monti (e citando, il parallelismo non è casuale, il Mattino di Napoli nel 1980 dopo il terremoto dell'Irpinia). «Ce lo chiede l'Europa», dicono tutti, da Monti in giù. «Cambiamento», «svolta», ripete ossessivamente Renzi. Come se in risposta all'emergenza crisi (quante emergenze, vedete?) il «cambiamento» fosse buono a prescindere, senza nemmeno entrare nel merito: basta cambiare per far qualcosa di buono.

Lo stato d'emergenza colpisce nel locale e globalmente. Svuota di significato le istituzioni democratiche, azzera la partecipazione, alimenta l'astensionismo, cancella la volontà del cittadino di incidere, infantilizza e comanda.

Contro di esso, le normali forme di "protesta" o di "azione" non servono più, perché si alza il livello dello scontro dialettico, i concetti contro cui reagire (esattamente come se Berlusconi consegna delle case – le C.A.S.E., si chiamavano così, Complessi Antisismici Sostenibili Ecocompatibili – in una citta terremotata, diventa difficile spiegare perché è sbagliato. Anche se la relazione di Barca, nel governo dei tecnici, pensate un po', dimostrava che tutto sommato i critici avevano ragione).

Contro lo stato d'emergenza bisogna generare, tanto per cominciare, gli anticorpi nel cittadino. Per esempio, con l'informazione. Per esempio ricordando che la grande opera della messa in sicurezza del territorio e della prevenzione antisismica è più importante delle grandi opere presuntamente necessarie e indifferibili come la TAV Torino Lyone o il ponte sullo stretto o simili.

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