Giustizia e carceri, nel silenzio generale scade l'ultimatum europeo

L'Italia penale avrebbe dovuto mettersi in regola entro il 28 maggio ma nemmeno la campagna elettorale europea ha potuto nulla: sulle carceri è stato silenzio elettorale

E così è arrivato, urlando nel silenzio, il 27 maggio: manca un giorno, anzi meno, e l'Europa sbloccherà la condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo all'Italia per il trattamento inumano dei detenuti nelle proprie carceri.

Meno di tre metri quadrati a detenuto: questa la causa della condanna, anche se è in verità solo un pretesto. Nelle carceri i problemi vanno molto oltre lo spazio, che pure è significativo; sotto i tre metri quadri, scrive l'Europa nella sentenza Torreggiani, c'è un solo modo per definire il regime detentivo: tortura.

Peccato che l'Italia, paese primo promotore della Corte Europea dei Diritti Umani e del Tribunale Penale Internazionale, non riconosca la tortura come reato. La sintesi dell'atteggiamento italiano sulle carceri, volendo, è tutta qui, in questa banale ma significativa evidenza.

E' un fatto che la compagine renziana al governo non abbia, dopo più di 100 giorni, fatto granchè sull'emergenza carceri; un altro fatto è l'assenza, nei discorsi di insediamento di Matteo Renzi alla Camera ed al Senato, delle parole "carceri" e "giustizia". Sviste, senza dubbio, ma gravi.
Un altro fatto è l'atteggiamento del guardasigilli Andrea Orlando, che nelle ultime settimane è andato in Europa per rassicurare sulle condizioni delle carceri e sulla messa in regola dell'Italia, ma snocciolando cifre e numeri quantomeno errati (per non dire colpevolmente fasulle). Un ultimo fatto è che domani scade l'ultimatum senza che il Parlamento o il Governo abbiano votato anche solo una riga in materia di sovraffollamento carcerario e condizioni detentive. Svuota-carceri (che non svuota nulla) a parte.

Secondo un dossier redatto dai Radicali Italiani e consegnato al Consiglio d'Europa di Strasburgo i detenuti in Italia, al 31 marzo 2014, erano 60.197 a fronte di soli 48.309 posti disponibili in 205 diverse strutture. Per ragioni di inagibilità di alcuni settori però i posti realmente disponibili nelle carceri italiane sono di molto inferiori: 43.547. Insomma, a conti fatti ci sono più di 17.000 persone in eccedenza, un'enormità anche e sopratutto perchè un altro problema sono le strutture: fatiscenti, invivibili, perennemente sotto organico, senza medicinali, medici, educatori, insegnanti, psicologi, senza attività di recupero, senza possibilità di lavorare. Luoghi dove spesso (molto spesso, 42 volte nel 2013) è il suicidio il rimedio migliore per ottenere la propria libertà.

Che succede il 28 maggio?


GIANNI ALEMANNO ALL'INAUGURAZIONE DELLA ROTONDA RISTRUTTURATA DEL CARCERE REGINA COELI

Il 28 maggio scade l'ultimatum all'Italia della CEDU (Corte Europea dei Diritti Umani), che ha chiesto al nostro paese di rientrare nella legalità nel suo panorama carcerario garantendo ai detenuti almeno 4 metri quadrati pro-capite di spazio, al netto degli arredi (un altro dato che il ministero invece non considera: se in 4 metri quadrati c'è un letto lo spazio che occupa va sottratto alla calpestabilità).

La sentenza pilota cui si riferisce il monito europeo all'Italia è la sentenza Torreggiani, ma quello dei metri quadrati non è l'unico problema nella galassia carceri.

Per questo motivo associazioni, cappellani delle carceri, molti direttori e qualche politico (Napolitano su tutti, incalzato unicamente dai Radicali Italiani) invocano da anni un provvedimento di amnistia, che considerano l'unico modo per rientrare immediatamente nella legalità e, come vuole la Costituzione, atto primario di una riforma completa della giustizia. Riforma che, in realtà, nessuno pare vuole veramente fare (renziani compresi).

LEGGI IL DOSSIER: "GIUSTIZIA, IN NOME DEL POPOLO ITALIANO"

Quando domani si sbloccherà la sentenza e la CEDU tornerà a chiederci sullo stato di salute delle carceri, l'associazione Antigone stima in 100 milioni di euro gli oneri a carica del nostro paese per i possibili risarcimenti.

C'è una canzone della tradizione romanesca che descrive bene l'atteggiamento dello Stato sulle carceri:

"Dentro Regina Coeli c'è 'no scalino / Chi nun salisce quello nun è romano / Nun è romano e manco trasteverino."

Lo "scalino", oggi, è l'emergenza delle carceri e la salita dello stesso è l'inazione dello Stato, che ha preferito non fare nulla trovandosi ora sull'orlo del baratro: a nulla sono serviti gli appelli del Capo dello Stato al Parlamento, appelli divenuti addirittura messaggio formale alle Camere, le firme raccolte per mesi dai Radicali Italiani per chiedere che si discutesse di un provvedimento di amnistia, i continui ricorsi di detenuti alla CEDU (quasi 7000 quelli pendenti, ad oggi), l'involuzione dello stato di diritto in Italia.

Voltaire scriveva che la civiltà di un paese si misura osservando le sue carceri e l'Italia, paese di Cesare Beccaria, mostra di essere incivile, in piena coscienza di esserlo e, per certi versi, smaniosa di esserlo sempre di più: forse, parafrasando Marco Pannella che sulle carceri dedica corpo ed anima della sua battaglia politica, la condizione di "illegalità permanente e in flagranza di reato" non è poi una vergogna così insopportabile, per noi.

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