Il dubbio atroce dell'Economist: "Renzi può davvero salvare l'Italia? #Matteohurryup"

Può davvero Matteo Renzi cambiare la direzione dell'economia italiana ed europea?


Renzi imita Berlusconi nel 1996di ociciornie2014

Il dubbio che accompagna l'editoriale sul blog dell'Economist Charlemagne (Carlo Magno) non è un dubbio nuovo ma, certamente, è un dubbio represso: dopo aver ammaliato l'Europa intera, Matteo Renzi può veramente passare dalle parole ai fatti? Sarà veramente Matteo Renzi il grande salvatore dell'economia?

La domanda dell'Economist non è campata per aria: se milioni di italiani vedono in Renzi una figura paragonabile a Berlusconi questo non è un caso. Cambia forse l'involucro, la scatola, il guscio che racchiude il personaggio, ma la sostanza è molto simile: entrambi abili comunicatori (televisivo il primo e social media il secondo), entrambi apparenti outsider (lo era Berlusconi negli anni '90 come lo è stato Renzi fino alla sua "presa" del PD), entrambi portatori di una rinfrescata radicale nelle istituzioni, entrambi trionfatori assoluti nel momento di discredito maggiore della politica italiana.

In tal senso Renzi è un perfetto imitatore di Berlusconi, sottolinea l'Economist (che ricorda un video nel quale un giovanissimo Renzi "scimmiotta" bonariamente l'allora Presidentissimo Berlusconi), o la sua inevitabile conseguenza. Renzi però, nel panorama europeo, rappresenta una novità: il suo partito ha ottenuto il 41% dei voti alle ultime europee (la più alta percentuale di un partito in Italia dal 1950), in un momento storico nel quale altrove (praticamente ovunque tranne che qui) le politiche populiste che solleticano il ventre degli elettori hanno vita molto facile.

Secondo l'Economist l'insolita influenza che Renzi può vantare sul piano europeo deriva da tre fattori principali; il primo, inequivocabile, è il suo successo elettorale (che ha fatto dimenticare gli eventi che si riassumono storicamente in quell' #enricostaisereno twittato all'allora Presidente del Consiglio Enrico Letta); il secondo è l'alternativa a Renzi, che spaventa: il populismo di Beppe Grillo, la pulviscolarità del centrodestra italiano, tutti "regali" elettorali a Renzi. Ma il terzo, e più importante, fattore è la paura della stessa Italia.

Scrive l'Economist che l'Europa ha un vero e proprio terrore della nostra economia: la terza economia dell'Eurozona, l'ottava economia del mondo, continua a perdere terreno; il PIL è in calo continuo (sotto ai livelli del 1999, quando c'era ancora la Lira), la disoccupazione in aumento, così come anche il debito pubblico (che è più pesante di quello greco): too big too fail and too big to save.

Giudicare l'operato di Matteo Renzi è prematuro: la sua retorica liberale sembra ammaliare mercati e finanziatori, abbracciando completamente gli ideali di libero mercato e di crescita, ma le sue promesse cominciano a vacillare. Una riforma alla settimana, scrive l'Economist, era davvero troppo: ora è lo stesso Renzi a chiedere quei "1000 giorni" per fare la differenza. Di fatto, scrive il settimanale inglese, l'unico successo del Primo Ministro italiano in terra natìa è stato il bonus Irpef da 80 euro, elargiti tuttavia proprio giusto a margine delle elezioni europee.

Restano i nodi gordiani delle riforme: Senato, pubblica amministrazione, giustizia, legge elettorale, con dissidenti dal pensiero unico che compaiono ovunque (e ovunque scompaiono, altro elemento curioso che però l'Economist non ha notato) ma che sembrano non impedire gli accordi, forse sopratutto per via del timore generalizzato (tra tutte le forze politiche) di andare nuovamente a elezioni. Contro un campione come Renzi ci sarebbero solo briciole per tutti.

Ma nonostante il primo ministro mostri con sicurezza di sapere tenere la barra dritta i dubbi restano: "il patto con il diavolo" sulla legge elettorale (e Renzi al "diavolo" piace, altrochè se piace) di fatto ha "riabilitato un truffatore condannato". Parole di fuoco nei confronti dell'ex Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, ma che di fatto sono rivolte a Renzi, la sua nemesi eppure anche la sua conseguenza inevitabile:

"Il focus sul cambiamento istituzionale distrae dalle riforme più urgenti e necessarie per un'economia stagnante e una burocrazia ossificata. Ci sono centinaia di decreti e leggi già adottate devono ancora essere attuate."

Questo aspetto che sottolinea l'Economist non è una cosa da poco ed è quanto, anni addietro, lamentava anche al governo Berlusconi. I "devoti" di Renzi spiegano che la riforma istituzionale è la madre delle riforme, ma viene da se che un Paese va comunque amministrato, nel frattempo. E non a colpi di dichiarazioni e buone intenzioni. Il rischio concreto è che si sprechi capitale umano su "un gioco di società romana" mandando allo sfascio tutto il resto: la lotta alla corruzione, le liberalizzazioni, la privatizzazione di molte aziende statali, la riforma della giustizia, sono questi i temi che l'Economist connota come prioritari ma che, sempre secondo il settimanale, sono trattati molto sottogamba dalla compagine renziana di governo.

A nulla valgono le fotografie su Twitter che mostrano caotiche scrivanie di Palazzo Chigi (regola numero uno: far vedere di lavorare non significa lavorare), come a ben poco serviranno le attività continue di lobbying nei confronti dell'Unione Europea su temi come austerità e flessibilità sulle norme fiscali, dimenticando completamente la flessibilità nel mercato del lavoro e il rilancio dei prodotti italiani: al posto di pensare alle esenzioni per qualcuno bisognerebbe pensare di più a come ridurre gli sprechi ed investire meglio.

Renzi non ha torto quando attacca l'austerità; ma la crescita bassa e l'improduttività italiana sono problemi antecedenti alla crisi dell'euro. Renzi deve innanzitutto far fronte al suo primo problema: credibilità e mancanza di tempo:

"L'Italia ha bisogno di riforme per aumentare il potenziale di crescita e per fronteggiare anni di dolore passati a pagare i suoi debiti. Pretendere che esista un modo rapido ed indolore per uscirne alimenta inevitabilmente paragoni poco lusinghieri con Berlusconi. #Matteohurryup"

Via | The Economist

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