Renzi rafforza i rapporti economici con l'Angola. Ma a che prezzo?

Matteo Renzi discorso Parlamento Europeo Strasburgo 2 luglio 2014


Matteo Renzi ha completato una visita ufficiale di 48 ore in Angola. Dalla capitale Luanda, ha annunciato che la cooperazione economica tra il paese africano e l'Italia sarà progressivamente implementata. A testimonianza dell'impegno del governo italiano, il nostro premier ha detto che si batterà "per la riforma dell'Onu che comprenda l'assegnazione di uno spazio maggiore al continente africano". Tradotto: mi batterò affinché l'Angola diventi membro non permanente delle Nazioni Unite.

L'Angola è oggi il nostro terzo partner commerciale sub-sahariano. Nel 2013, il valore dell'interscambio ha registrato 891 milioni di euro (con 348 milioni di nostre esportazioni). Inoltre, la nostra presenza nel paese è caratterizzata dall'Eni nel settore dell'energia, da Inalca-Cremonini per l'agroalimentare, da Grimaldi e Snav per i trasporti. Ad investire di più in Angola sono in pochi, tra questi i cinesi, impegnati in una rete di costruzioni di opere pubbliche.

José Eduardo dos Santos, il presidente della Repubblica africana, ha fatto sapere che è disponibile a creare un comitato congiunto per definire la cooperazione agro-industriale con l'Italia. Inoltre, ha aggiunto che la Sonangol è pronta a stipulare nuovi accordi con l'Eni.

Bene, "il giro di affari aumenta per il nostro paese" diranno in molti. Ma pur senza ripercorrere tutte le vicende dell'Angola, molto intricate, ci pare giusto puntualizzare chi è Dos Santos e che interessi esprime. Certo, non si può andare troppo per il sottile quando si stipulano accordi economici ("è il capitalismo bellezza"), ma una chiarificazione a riguardo è fondamentale, quantomeno per rimarcare che se si accetta lo schema neoliberista il verso non cambia, anzi. Lo facciamo soprattutto perché a noi non piacciono le anime belle che all'improvviso tirano fuori i fazzoletti davanti alle cosiddette emergenze umanitarie, funzionali solo al mantenimento del sistema di depredazione dei beni comuni.

Dos Santos è salito al potere con dei brogli elettorali nel 1992. In questo modo si è praticamente impossessato della ricchezza generata dall'oro nero, che non va certo a finire in programmi sociali. Piuttosto è una macchina perfetta costruita su misura per riempire le tasche del presidente e del suo potentissimo clan.

L' operato di Dos Santos è stato puntualmente condannato da molte associazioni che si battono per la difesa dei diritti umani, ma lui è riuscito sempre a reprimere con le buone o con le cattive tutti i movimenti di opposizioni interna. Tutto ciò sotto lo sguardo complice della comunità internazionale, che si è sempre disinteressata dell'Angola.

Nel 2004 l’Angola è diventato il secondo fornitore di petrolio degli Stati Uniti. Nonostante ciò, il paese è uno dei più poveri del mondo. Una regione del paese che si trova in perenne stato di conflitto è la Cabinda, nel quale è in corso un annoso conflitto. Come si legge dal sito del Centro dei Conflitti Ambientali: "Da oltre trent’anni gruppi armati FLEC - Fronte di Liberazione della Cabinda - si oppongono alle forze di sicurezza angolane che rispondono con violente rappresaglie, arresti arbitrari, torture, stupri e atti di terrore contro la popolazione civile. Se Cabinda dovesse ottenere l’indipendenza le riserve petrolifere la renderebbero una delle nazioni tra le più ricche dell’Africa".

Gli impatti ambientali sulla regione sono disastrosi, le perforazioni hanno prodotto un incremento di perdite di vite umane molto alto. Tra l'altro la sopracitata Sonagol è implicata nei fatti della Cabinda.

La rafforzata presenza dell'Eni nello Stato africano, poi, non è un fattore che desta tranquillità. Senza voler fare un processo alle intenzioni, il rischio che vengano a ricrearsi situazioni simili a quelle del Delta del Niger, non farebbero molto onore al nostro paese.

Renzi nel suo viaggio ha poi incontrato Jose Filomeno Dos Santos. Il figlio del presidente, soprannominato Il Principe, è attualmente capo del Fondo sovrano nazionale, Fsa. In Angola viene considerato quasi più importante del padre a livello politico, e insieme agli altri membri della famiglia si spartisce tutti i settori chiave dell'economia: comunicazioni, agroalimentare e petrolifero. Sua sorella, Isabel dos Santos, è considerata dalla rivista Forbes come la prima donna africana miliardaria e la donna più ricca dell'Angola. Impegnata in attivtà di speculazione finanziaria, ha citato in giudizio nel 2007 il quotidiano di Torino La Stampa, che l'aveva accusata di corruzione.

Dobbiamo segnalare che i rapporti del governo angolano sono ben peggiori con la stampa nazionale. Basti ricordare il caso, sollevato da Human Rights Watch, di Rafael Marques de Morais. Marques è stato sistematicamente molestato e sorvegliato: un caso esemplare del comportamento del governo sull'informazione.

Gli scandali che riguardano il paese sono molti, come quello che ha coinvolto alcune figure militari di primo piano in atti di tortura e omicidi pepetrati nei campi di diamanti ubicati nelle regioni nord-orientali (caso questo denunciato dallo stesso de Morais). Ma ci fermiamo qui.

Quello che però ci preme è sollevare alcuni importanti questioni. L'Italia allarga il suo giro d'affari in Angola, ma sarà anche in grado di innescare un processo di rispetto dei diritti umani e dei diritti ambientali? Quando si ratificano accordi con certi paesi non sarebbe opportuno sincerarsi di non diventare conniventi con certe logiche criminali? Per ora Renzi si è solo impegnato a partecipare, a L'Avana, alla Conferenza Internazionale sulla Vigilanza e la Sicurezza Marittima nel Golfo di Guinea. Per un impegno più concreto c'è sempre tempo.

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