50 capi di Stato africani da Obama: occasione d'oro per i diritti umani

Vertice internazionale tra gli Stati Uniti e 50 capi di stato africani: una speranza per la gioventù africana e i diritti umani

Dal 4 al 6 agosto prossimo il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama incontrerà a Washington 50 capi di stato e leaders africani in un vertice internazionale che metterà al centro le nuove generazioni: come creare speranza ed investire nel futuro del continente africano?

Un tema appassionante e fondamentale per la crescita del continente da cui tutto ebbe origine, ma che certo non può essere sciolto da un tema altrettanto importante: la tutela dei diritti umani in Africa. Per il Presidente Obama, che è anche Premio Nobel per la Pace nonostante sia comandante in Capo delle truppe americane nel mondo (un doppio ruolo che suona piuttosto stonato), il meeting potrebbe essere un'occasione importante per sottolineare l'importanza della tutela e del rispetto dei diritti umani in un continente che ha fatto pochissimi passi in materia dalla fine del colonialismo occidentale.

Il sangue africano che ogni giorno continua a versarsi con violenza, i vuoti di informazioni sulla tutela delle minoranze, le violenze che ogni giorno continuano a perpetrarsi in Africa sono anche un problema dell'occidente: i flussi migratori costanti sono solo una delle manifestazioni della tragedia umanitaria africana, pulviscolarmente distribuita in tutto il continente, ma anche le condizioni di detenzione di Roberto Berardi, l'imprenditore pontino letteralmente sequestrato nella prigione di Bata in Guinea Equatoriale, ci mostrano la tragica emergenza in materia di diritti umani.

In un cablogramma di Wikileaks del 2009 l'allora ambasciatore americano in Guinea Equatoriale descriveva così il paese africano:

"One of the world's most isolated and least understood countries."

uno dei posti più isolati e sconosciuti al mondo. Ci stiamo occupando da tempo della vicenda di Roberto Berardi, cittadino italiano ed imprenditore da vent'anni in Africa detenuto in Guinea Equatoriale, accusato di appropriazione indebita e malversazione. Dopo un processo sommario i cui testimoni risultano completamente scomparsi nel nulla della Guinea Berardi è stato condannato a 2 anni e 4 mesi di detenzione a Bata (dove vive da 20 mesi, in isolamento da 8) ed al pagamento di 1,4 milioni di dollari di multa.

I diritti umani in Guinea Equatoriale

VATICAN-POPE-GUINEA

Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è il capo di Stato Africano che detiene il potere da più tempo: divenne Presidente della sua Guinea Equatoriale nel 1979 con un colpo di stato ordito alle spalle dello zio, primo presidente eletto che instaurò una dittatura filosovietica durata 11 anni.

La piccola Guinea di Obiang muore letteralmente di fame fino agli anni '90, quando si scopre la fortuna delle fortune: quella terra galleggia letteralmente su un mare di petrolio. Da quel momento l'economia del Paese è cresciuta esponenzialmente, diventando una delle più forti in Africa ma nonostante ciò la popolazione muore di fame e vive, in media, con meno di 2 dollari americani al giorno.

Quella di Teodoro Obiang è la cleptocrazia africana più sanguinaria e dispotica (dopo la morte di Gheddafi, nel 2011, Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è diventato il dittatore peggiore di tutto il continente africano, lo dicono da anni tutte le ong e le agenzie Onu che lavorano nel continente), che utilizza il Paese come bancomat di famiglia, in particolare per soddisfare i desideri del "Principe di Malabo", il figlio Teodorin, un vero collezionista di costosissime amenità (il guanto da 3 milioni di dollari del tour "Bad" di Michael Jackson, una delle 30 Bugatti esistenti al mondo ed altro, tanto altro).

Si legge in un rapporto pubblicato oggi da Human Rights Watch che la repressione degli oppositori politici e delle organizzazioni indipendenti, il controllo dei media e la corruzione endemica hanno garantito una pessima reputazione internazionale per il piccolo paese africano: il paese è uno dei maggiori produttori di petrolio dell'Africa sub-sahariana, un'attività che ha arricchito una piccolissima elìte vicina al Presidente.

Secondo l'ultimo rapporto sui diritti umani in Guinea redatto dal Dipartimento di Stato Americano e rilanciato anche da HRW le principali violazioni dei diritti umani nel piccolo paese africano tocca tre aree specifiche:

"La violazione dello stato di diritto, l'assenza di un giusto processo, l'uso della tortura e di forza eccessiva da parte della Polizia, la negazione della libertà di parola, di stampa, di riunione e di associazione, la corruzione diffusa."

Leggendo le parole del Dipartimento di Stato viene in mente il caso proprio di Roberto Berardi: un caso che, se lo guardiamo con gli occhiali proposti dal senatore PD Luigi Manconi in una recente intervista su Vita.it, si mostra ancora più inquietante di quello che è. Ma il drammatico caso di Roberto Berardi non è l'unico: c'è anche quello, sempre segnalato da Human Rights Watch, di Agustín Esono Nsogo, un insegnante incarcerato per oltre un anno e liberato nel febbraio 2014 il cui avvocato ha denunciato le torture subite da Esono in carcere, appeso per le mani e pestato a sangue. L'uomo avrebbe perso l'udito da un orecchio, in seguito alle percosse. O il caso recentissimo di Cipriano Nguema Mba, ex ufficiale militare rifugiatosi in Belgio (dove gli venne riconosciuto proprio lo status di rifugiato): Nguema è stato rapito in Nigeria alla fine del 2013 ed è scomparso nel nulla. Solo il 26 luglio 2014, pochi giorni fa, si è scoperto essere detenuto e torturato in isolamento a Black Beach, la galera della capitale Malabo. Il regime di Obiang, di fatto, ha rapito un rifugiato dal suo esilio all'estero per torturarlo.

Il caso di Roberto Berardi è, se possibile, ancora più controverso: Human Rights Watch lo definisce "il prigioniero personale del figlio del Presidente", Luigi Manconi spiega che è il capro espiatorio perfetto per i processi che coinvolgono gli Obiang fuori dalla Guinea.

Quella della Guinea Equatoriale è la dittatura più sanguinaria d'Africa che cerca, nonostante tutto, di rifarsi un'immagine fuori dal Paese: per questo anche la Guinea Parteciperà al meeting internazionale a Washington, voluto da Obama per dare all'Africa una nuova marcia per il futuro. Nel video che proponiamo qui sotto, una recentissima intervista (in spagnolo) del Presidente Teodoro Obiang a RT Espanol:

"Non esiste povertà e nessun detenuto nelle nostre carceri viene torturato". Questa è l'immagine che Obiang vuole dare fuori dalla Guinea, quella di un paese con le difficoltà di tutti ma non per questo antidemocratico, incivile, violento. Eppure la famiglia Obiang controlla la magistratura, il Presidente è anche "magistrato onorario" del Paese, una carica di enorme potere giudiziario, presiede quello che è il Csm in Guinea e ne nomina i membri.

Nonostante tutto questo, e nonostante un processo in fase istruttoria a carico di Teodorin Obiang Nguema Mangue, figlio del Presidente, il governo della Guinea Equatoriale è considerato dall'amministrazione americana "in regola". Obiang può stare accanto al Premio Nobel Obama impunemente, ripulendo così la propria immagine internazionale più velocemente che in qualsiasi altro modo. Le consistenti donazioni alle organizzazioni internazionali ed alla diocesi africana (Obiang è stato ricevuto due volte da Papa Francesco negli ultimi 12 mesi, non è da tutti) fanno il resto del lavoro.

Barack Obama non può permettere al più sanguinario e corrotto dittatore d'Africa di rifarsi una verginità internazionale con i petroldollari, sopratutto non può farlo in virtù del processo proprio in America, dei recenti sequestri in Francia (nonostante un anno fa Obiang abbia incontrato il Presidente Hollande), delle accuse mosse a Roberto Berardi da Teodorin Obiang, che con un lungo filo di denaro e corruzione portano direttamente alle inchieste americane sul "Principe di Malabo". Ne va del futuro di quell'Africa che si vuole contribuire a rialzare, in quell'Africa dove le colpe occidentali sono ancora presenti come segni sulle carni delle popolazioni di questo continente: il genocidio in Rwanda, gli shebab somali, la guerra civile in Libia, Boko Haram e tanto, troppo, altro ancora.

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