Russia e Brasile: nuovi accordi economici dopo le sanzioni di Putin a Usa e Ue

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Dopo il blocco dell'export agroalimentare di Putin nei confronti di Stati Uniti e Unione Europea, la Russia stringe nuovi accordi commerciali con il Brasile. Gli esportatori brasiliani di carne hanno ricevuto l'approvazione da Mosca ad incrementare le loro esportazioni.

La notizia è stata accolta con grande soddisfazione dal paese latinoamericano, che deve far fronte ad una caduta della domanda interna. A tale riguardo, José Augusto Castro, presidente dell'Associazione del Commercio Estero del Brasile, ha voluto subito evidenziare la grande opportunità che rappresenta la decisione del Cremlino. Come riportato dal El Pais, ha dichiarato: "La Russia è sempre stata reticente verso il nostro paese, a causa delle barriere sanitarie. Ora la cosa più importante per gli esportatori brasiliani è mantenere la loro quota di mercato dopo un anno di veto". Castro si riferisce alla scelta di Putin di mantenere cogenti per un anno le sanzioni verso Usa e Ue, riservandosi poi la decisione se riconfermarle o meno.

In vista delle elezioni presidenziali del prossimo autunno, Dilma Rousseff si frega le mani per il nuovo patto contratto con la Russia. E' un grande successo per il governo di Brasilia, che ha saputo approfittare degli effetti della crisi ucraina e della ritorsione di Mosca contro le sanzioni messe in campo da Europa e Stati Uniti.

Il valore delle esportazioni brasiliane in Russia potrebbe ammontare a 500 milioni di dollari (solo la vendita di pollame e carne suina può fruttare un giro d'affari che oscilla tra i 200 e i 300 milioni). E adesso altri paesi latinoamericani sono in attesa di approfittare degli effetti della crisi ucraina, in particolare: Ecuador, Cile e Argentina. Tutte nazioni che manifestano da tempo una precisa volontà di autonomia nei confronti di Washington.

Gli Usa, intanto, devono incassare il colpo. Nonostante dalla Casa Bianca abbiano fatto sapere che la decisione di Putin genererà un grave colpo all'economia russa, è evidente che il rischio del rafforzamento di un fronte economico anti occidentale è in atto. Il mercato non è più monopolare e la sfida della competitività per gli Usa si fa sempre più difficile. Ne è testimonianza il recente vertice con i paesi africani, che prevede investimenti a lungo termine nel continente per contrastare lo strapotere cinese.

La "ribellione" all'occidente si è palesata quest'anno in maniera chiara. I Brics (Brasile, Russia, Cina, India e Sudafrica), nella riunione di Fortaleza del luglio scorso, hanno stabilito di creare enti alternativi al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale. In queste istituzioni la loro forza economica è in netta sproporzione con il loro peso politico.

Per questo motivo hanno incominciato a delineare la fondazione di una nuova banca per lo sviluppo. Questa disporrà di un capitale iniziale di cento miliardi di dollari, che diventerà operativo dal 2016. L'idea è quella di giungere all'obiettivo (non semplice) è di superare il dollaro come valuta di riserva. Alla luce di tali inziative, sarà bene fare i conti con la realtà: gli equilibri geopolitici sono in lento spostamento e le sanzioni dell'occidente fanno meno paura di un tempo.

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