Tfr in busta paga: uno slogan pericoloso

Nuova mossa "elettorale" di Renzi, ma è una trappola per il futuro

Se ne sono accorti tutti in questi due giorni, dopo Che tempo che fa. Potenza della televisione. Peccato che l'idea del Tfr in busta paga non sia recentissima e circoli da un po'. L'ultima indiscrezione in tal senso era stata del Sole 24 Ore. D'altro canto, come altro fare a rilanciare i consumi, visto il flop degli 80 euro in busta?

E come fare a galleggiare ancora un po' col governo? La spregiudicatezza comunicativa di Renzi, ormai lo sappiamo, non ha limiti. E per chi, come il sottoscritto, sta a guardarsi periodicamente il conto alla rovescia infinito del passodopopasso, ogni giorno è una conferma. La sparata del Tfr in busta paga, poi, è senza pari.

Anche perché è vantaggiosissima per Matteo Renzi nel breve periodo, ma è uno slogan molto pericoloso per tutti nel medio-lungo.

I dipendenti avrebbero senz'altro un'iniezione di liquidità nel proprio portafogli personali. Ma il trattamento di fine rapporto è uno strumento pensato per consentire ai dipendenti di avere una piccola rendita accantonata, da poter godere al momento del pensionamento (ci sono casi in cui il dipendente può chiedere un anticipo sul Tfr, ma è una scelta volontaria, appunto). Mettere quei soldi subito in busta paga vorrebbe dire, di fatto, bruciare interamente il risparmio, far consumare tutto e subito, sostenere ancora un po' quelle vite che non possiamo permetterci (per citar Bauman). Il dipendente che farà? Non avrà la forza, di questi tempi, di accantonare. Anzi. La misura è pensata proprio per incentivarlo a spendere subito. E magari a indebitarsi domani, per aiutare i figli a comprar casa (ammesso che convenga ancora) o per farli studiare (per ora in Italia non c'è bisogno di indebitarsi a vita per l'università. Ma durerà?). Non solo. Il Tfr è un'ottima forma di investimento sul proprio lavoro, come spiega Beppe Scienza dell'Università di Torino a l'Espresso:

«Il Tfr è una forma di investimento senza intermediari che prendono qualcosa, è una forma previdenziale a costi di gestione zero, è un accantonamento che garantisce il potere d’acquisto». La quota mensile che viene infatti fatta accantonare al lavoratore dipendente «viene rivalutata all’1,5 per cento, più il 75 per cento dell’inflazione, e questo valore viene tassato all’11 per cento. Meno dei titoli di Stato».

Le imprese, dal canto loro, vedranno venire a mancare un debito di lungo periodo che è – da quando esiste – un sostegno importante e dovranno far fronte a una liquidità mensile in ulteriore aumento, sborsando subito (per quanto in piccole parti) quel che avrebbero dovuto sborsare poi. È plausibile pensare che la misura sarebbe devastante per le piccole. Ma anche le grandi dovrebbero farsi bene i loro conti. Tfr in busta paga - Matteo Renzi

A chi conviene, dunque, questa sparata? A Matteo Renzi e al suo governo, che potrebbero tirare a campare ancora un po' – ne hanno bisogno? Io dico di sì – e magari addirittura beneficiare in caso di elezioni di una nuova mossa in busta paga (poco importa che quelli sono soldi del dipendente e non un regalo del governo ma una trappola per il futuro). E a una certa idea di sviluppo. L'idea per la quale quel famigerato 99% di cui mediaticamente non si parla più debba fare debiti per avvicinarsi alla fine.

L'Italia, in politica come nella sua classe dirigente, paga la solita miopia: pensare a spolpare qui e ora invece di pensare a crescere nel medio e lungo periodo è sempre affascinante, ce l'ha insegnato la Milano da bere dei tempi d'oro.

Il Tfr in busta paga, per il momento, è uno slogan pericoloso. C'è da augurarsi che non diventi una pessima idea.

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