Expo 2015: i cantieri e le infiltrazioni mafiose

Un'impresa su otto vedrebbe il coinvolgimento della mafia

A pochi mesi dall'apertura di Expo 2015, sale di nuovo alto l'allarme sulle infiltrazioni mafiose nei lavori per l'Esposizione universale. Non che gli allarmi siano mai cessati, ma Repubblica di oggi esce con un'inchiesta di Piero Colaprico che traccia un quadro quantomai preoccupante.

Si parla di "documenti riservati" della Prefettura di Milano che descrivono una guerra senza quartiere alle infiltrazioni mafiose. La buona notizia è che le forze dell'Ordine non hanno abbassato la guardia e stanno inasprendo i controlli, la cattiva è che i risultati delle indagini mostrano come la criminalità organizzata sia più agguerrita che mai nel cercare di controllare i cantieri.

Si parla in particolare di alcuni episodi emblematici, come quello di una ditta, entrata nella "white list", nella lista delle aziende con il permesso di lavorare per Expo 2015, che però mandava nei cantieri della Tangenziale Est camion e auto con targhe clonate, subappaltando i lavori ottenuti ad altri imprenditori che invece non erano nella white list: tra loro alcune che erano già state cacciate da quegli stessi cantieri.

L'ottenimento della liberatoria antimafia, necessaria per ottenere gli appalti, non è però da solo garanzia sufficiente della "pulizia" di una ditta. Un altro caso sotto la lente degli investigatori è quello di un'impresa che ha tra i titolari una donna sposata con un pregiudicato, attualmente in carcere per traffico internazionale di stupefacenti. Si è accertato che il capitale sociale serve al pagamento delle spese legale e al sostentamento dei familiari.

Secondo gli inquirenti, tra le aziende coinvolte in Expo una su otto avrebbe infiltrazioni mafiose. E solo negli ultimi mesi già due appalti sono finiti nelle indagini: quello per la Darsena, e uno di via Triboniano (il lotto 1b della bretella della Zara Expo in cava Triboniano). A dicembre per questi cantieri è scattato il commissariamento immediato. La prefettura è partita con interdittive a raffica, provvedimenti con cui si esclude da un appalto o da una gara un'impresa, senza necessità di condanne o precedenti, ma solo sulla base di ipotesi di coinvolgimenti mafiosi. Le aziende hanno la facoltà di rivolgersi al Tar, ma finora la tendenza dei tribunali regionali è stata quella di confermare i provvedimenti del prefetto.

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