Caso Kyenge: Per il Pd Calderoli non è da processare. Poi dietrofront

Calderoli definì "un orango" l'ex ministro, ma la Giunta per le immunità respinge l'autorizzazione a procedere nei confronti del leghista con i voti del Pd. In Aula, dopo l'indignazione della Kyenge, i democratici potrebbero ripensarci

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Ieri il Pd, Forza Italia, Lega Nord, nella Giunta per le immunità del Senato, hanno votato contro la richiesta del magistrato di procedere per istigazione all'odio razziale contro Roberto Calderoli. Quest'ultimo, lo ricordiamo, aveva definito, nel luglio 2013, un "orango" l’ex ministro Cécile Kyenge. Ecco cosa disse esattamente l'esponente del Carroccio: "amo gli animali, orsi e lupi com’è noto, ma quando vedo le immagini della Kyenge non posso non pensare, anche se non dico che lo sia, alle sembianze di orango".

Dopo il pronunciamento della Giunta, il voto passa all'Aula. Ed è qui che i democratici, secondo le indiscrezioni, potrebbero fare marcia indietro. Il dietrofront sarebbe stato deciso dai vertici del Pd, a causa dell'imbarazzo provocato dal voto di ieri. Imbarazzo aggravato dal fatto che la Kyenge ha chiesto le scuse dei colleghi di partito.

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Sul caso è intervenuta anche la Presidente della Camera, Laura Boldrini, che ha dichiarato: "condivido la sua amarezza".


Dopo il voto in Giunta, il capogruppo Pd Giuseppe Cucca, ci ha tenuto a giustificare così il comportamento del suo partito: "La condanna politica resta [..] però non ci sono le basi per l’istigazione razziale. E il magistrato non può procedere per diffamazione perché non c’è stata la querela da parte del ministro". Dunque, il comportamento di Calderoli è stato ritenuto insindacabile perché coperto dall' articolo 68 della Costituzione (I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell'esercizio delle loro funzioni).

Un caso simile a quello di Caleroli è stato quello di con Fabio Ranieri, ex parlamentare della Lega e vicepresidente del consiglio regionale dell’Emilia Romagna. L'esponente leghista pubblicò, sul suo profilo Facebook, la foto di Kyenge sostituendone il volto con quello di una scimmia. In questo vicenda, però, le cose sono andate diversamente: il Tribunale di Roma ha condannato a un anno e tre mesi il politico.

Ad insorgere contro la decisione della Giunta è stato Vito Crimi del Movimento 5 Stelle: "Avevo proposto che si procedesse, non sussistendo alcun nesso funzionale tra le dichiarazioni del senatore Calderoli e l’attività politica. La Giunta invece ha rigettato la mia relazione. Eppure a suo tempo Calderoli era stato condannato unanimemente da tutte le forze politiche: dal Capo dello Stato ai presidenti delle Camere e lo stesso Letta (allora presidente del Consiglio) ne aveva auspicato le dimissioni da vicepresidente".

Staremo a vedere ora cosa accadrà quando la discussione si sposterà nell'aula di Palazzo Madama. Intanto l'ex ministro dell'integrazione ha rincarato la dose. Su Repubblica è riportata una sua dichiarazione, che lascia intendere che non ha alcuna intenzione di disinteressarsi del caso:

"Il Pd deve essere chiaro e netto. Nessuno mi ha mai chiamato per spiegarmi il perché di quel voto, ma questa non è una questione personale riguarda il peso di quelle parole: un tribunale dice che associare il colore di una persona a un orango è istigazione all'odio razziale, per la politica no: così rende legittimo qualsiasi linguaggio, e si aprono le porte alla violenza"

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