Il Partito democratico si gioca in queste settimane la sua esistenza e il suo avvenire.
Fra dieci giorni si saprà dalla riunione della Direzione se i capi delle varie correnti interne, pur di mantenere il potere, continueranno a seguire la via della non belligeranza. O se la resa dei conti sarà anticipata affrontando apertamente la questione dello stato del partito e della sua leadership.
Il Pd è in uno stato pre fallimentare, incapace di svolgere la propria funzione di trasformare la società e lo Stato.
Soprattutto nella base serpeggia un malcontento diffuso contro il sottogoverno e la pratica della lottizzazione e ancor più contro la gestione pigra e rassegnata del partito che si addebita a Veltroni.
Pur governando il 70 per cento degli enti locali, il Pidì sta scadendo in una funzione subalterna, non avendo risolto problemi di ordine teorico, politico e organizzativo.
Sono venuti alla luce tutti i nodi della “natura eclettica” della sua formazione, dove sono confluiti, mai amalgamati, scuole e ispirazioni ideologiche diverse e rappresentanze di pragmatismo ideologico che il più delle volte danno origine a degenerazioni. Come dimostra la nuova “questione morale”.
Il partito delle primarie e del Lingotto è irrimediabilmente logorato e il “partito nuovo” non può nascere perché soffocato dall’attuale leadership.
C’è qualcuno pronto a gestire la nuova fase? A conferire una nuova linea generale, un nuovo assetto organizzativo e una rivoluzione dei suoi “quadri”, condizioni necessari per risorgere?
Il partito non ha altra strada se non quella della “rifusione”.
Veltroni ha fatto del partito a “vocazione maggioritaria” solo uno slogan, incapace di tradurlo in politica autonoma di movimento. Prima è rimasto incastrato dalla trappola del Cavaliere, poi si è persino fatto surclassare da Di Pietro, seguendolo sulla sua linea giustizialista e populista e ampliando così lo spazio politico di Berlusconi e di Bossi.
Veltroni ha rinnegato le proprie radici, senza però aggiornare la sua visione.
Adesso nel Pd c’è bisogno di un Midas (la rivolta che il 16 luglio 1976 portò Bettino Craxi e i quarantenni alla guida del Psi), non contro il vecchio (allora Francesco De Martino) ma contro il “falso nuovo” .
Solo così il Partito democratico potrà uscire dal coma.
Non serve fingere di incatenarsi (come ieri ha fatto il sindaco di Firenze Domenici). Le catene, adesso, bisogna spezzarle.
Tesqua
08 dic 2008 - 17:06 - #1Il tutto sperando che la generazione dei quarantenni del pd sia migliore di quella del psi di allora…in realta` in questo momento non saprei fare il nome di un segretario che possa risollevare le sorti del pd