Renzi, l'Italicum e la tentazione del voto anticipato fra le righe

Matteo Renzi, Italicum, lettera e voto anticipato

Matteo Renzi si preoccupa molto per l'Italicum e ha tanta fretta di farlo approvare. Ne fa addirittura una questione di vita o di morte del Partito democratico (ma, come vedremo, non del Partito della Nazione).

Nella letterina che ha scritto al Pd si intravede di tutto. C'è la retorica dell'urgenza di cambiamento. C'è la presentazione come a una platea di azionisti delle attività intraprese. C'è la fretta.

Ecco, perché Renzi ha così tanta fretta di incassare la legge elettorale? Chissà. Per personalismo? O forse perché è tentato dal voto anticipato? La minoranza del Pd, per quanto con il silenziatore, è fastidiosa e fa rumore e se si deve arrivare al punto di rimuovere dieci membri da una commissione, vuol dire che qualche cosa non va per il verso giusto.

Negli ultimi giorni sono arrivate le dimissioni di Enrico Letta – e le sue critiche. Le critiche di Romano Prodi. Certo, Renzi le ha respinte con il solito fare smargiasso, con due battute sui libri in uscita e sui rapporti con Gheddafi, quando era ospite a Otto e Mezzo. Ma sono arrivate.

Ed è anche possibile che il malcontento cresca, anche nella cosiddetta base del Pd.

Poi c'è il solito fallo di confusione. Renzi scrive ai circoli Pd, ma in realtà si rivolge ai parlamentari: sono i parlamentari che dovranno votare la legge elettorale, non i circoli. E allora proviamo a mettere insieme i pezzi e leggiamo fra le righe. È possibile che Renzi sia un po' preoccupato dall'esito delle votazioni? È possibile che questa mossa sia tesa a rafforzare la propria posizione all'interno base di fedelissimi o di indecisi? È possibile che il presidente del consiglio sia tentato dal voto anticipato?

Quest'ultima opzione, che a molti sembrerebbe lunare, vale in entrambi i casi (legge elettorale approvata o meno) e spiegherebbe sia la fretta sia la lettera. Altrimenti, non si vede perché una legge elettorale, che è chiaramente materia parlamentare e non governativa, dovrebbe diventare così, all'improvviso, la priorità fondamentale per il Paese. Davvero Renzi ha bisogno di mostrare ancora i muscoli e proporre alla sua maggioranza un nuovo banco di prova? Non sembrerebbe.

E sembrerebbe, invece, assolutamente logica la critica – non c'era bisogno che si scomodasse Enrico Letta – all'approvazione di riforme strutturali dell'assetto istituzionale a colpi di maggioranza risicata. D'altro canto, ci sarebbe anche da chiedersi cosa c'entrino, le riforme della legge elettorale e del Senato con la situazione economica: non dimentichiamo che sono state vendute al Paese come imprescindibili, neanche l'andamento dell'occupazione dipendesse in qualche modo dalla legge con cui si vota.

Sì, certo, la legge elettorale va fatta. Ma, ribadiamo la domanda: che fretta c'è? Perché non consegnarla al normale iter parlamentare, già che i suoi cardini sono stati ampiamente impostati?

Maria Elena Boschi e Graziano Delrio

Poi c'è il decisionismo: «questa legge elettorale l'abbiamo cambiata tre volte per ascoltare tutti, per ascoltarci tutti. Ma a un certo punto bisogna decidere». E che importa se a decidere dovrebbe essere il Parlamento, giusto?

Infine, l'ennesima forzatura che fa parte dell'impianto stesso della legge. «Chi vince governa per cinque anni». Non è così, non può essere così: il governo non è un mandato a scatola chiusa. È chiaro che occorra stabilire regole per impedire ribaltoni continui, ma è altrettanto chiaro che debbano esserci le possibilità di sfiduciare chi governa, se fa male, se vengono meno le condizioni perché rimanga al governo.

Questa legge elettorale è, evidentemente, un colpo di mano: nasconde al suo interno elementi molto affascinanti per gli amanti dei decisori carismatici, molto pericolosi per la democrazia tutta. Renzi non fa nulla per nasconderli, anzi, ne fa un cavallo di battaglia, un punto d'onore. Comprensibile che voglia accelerare: in molti non vorranno tornare alle urne, lui invece, nel caso, non ha nulla da perdere. E tutto da guadagnare se per caso riuscisse ad andare al voto con l'Italicum approvato. Certo, nel frattempo ci sarebbe da sentire cosa ne pensa Sergio Mattarella. Altra situazione difficile da decifraree: da un lato, Renzi non può illudersi di avere anche il potere di sciogliere le Camere. Dall'altro, Mattarella si prenderebbe mai la briga di dare l'incarico a un altro possibile presidente del Consiglio (sarebbe il terzo consecutivo) senza tornare al voto?

Insomma: anche se la situazione in Parlamento può sembrare a molti di calma piatta, e anche se l'interesse collettivo dovrebbe essere rivolto essenzialmente al prossimo appuntamento elettorale, per il quale è già sdoganato l'orrendo anglicismo election day, la letterina di Renzi racconta un divenire fluido e imprevedibile.

A questo punto, anche se non ci crediamo del tutto, se si votasse a settembre non ci stupiremmo troppo.

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