Festival della Satira di Salerno, seconda edizione: intervista ad Emanuela Marmo

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Dal 17 dicembre al 4 gennaio a Salerno c'è il Festival Internazionale della Satira. Trovate tutte le informazioni ed il programma sul sito ufficiale della manifestazione. Già che c'ero, quando è arrivato il comunicato, ho fatto qualche domanda ad Emanuela Marmo, una delle organizzatrici del festival. Ecco quello che ne è venuto fuori, buona lettura.

La situazione controculturale in Italia è raggelante. C'è una cappa di conformismo che copre tutto: penso a giornali come Frigidaire - ho visto che avete anche Vincino tra gli ospiti - possibili negli anni ottanta, che oggi sarebbero di sicuro banditi dallo zelo di qualche idiota...

La satira è destinata all'estinzione, come, che so, l'avanspettacolo? Quali sono le difficoltà di organizzare una manifestazione del genere?

La Satira non è destinata all’estinzione; sui canali tradizionali è troppo spesso destinata a confondersi con altri generi. Sulle speranze di sopravvivenza o di diffusione del genere satira conta moltissimo la risposta della gente che deve liberarsi dalla sua entità astratta di pubblico, cioè di consumatore di cultura, e deve invece pretendere e avvertire l’esigenza di spazi deputati alla crescita. È difficile organizzare un festival di fronte ad una maggioranza che associa per lo più la satira a grossi personaggi televisivi. È difficile farlo in un contesto in cui si è più abituati alla comicità. È difficile ma non impossibile. Questi aspetti sono tutto sommato normali. L’ interlocuzione con i destinatari di un progetto non è mai scontata. Vivo con più ansia le relazioni con gli Enti Pubblici e con i privati a cui, come tutte le associazioni culturali, non finalizzate al lucro, anche noi ci rivolgiamo. Il mio Staff, i miei compagni di avventura, sono professionisti precari o neolaureati. Gli Enti pubblici, se decidono di assegnarti un contributo, non possono superare una certa percentuale del bilancio complessivo, ed erogano il finanziamento ed erogano il finanziamento su fatture quietanzate. Quindi le spese vanno anticipate e c’è sempre almeno un 50% da coprire con risorse proprie. Abbiamo pertanto cercato di coinvolgere privati, ottenendo purtroppo risultati poco più che simbolici. In parte operiamo in una congiuntura economica sfavorevole, in parte le sponsorizzazioni confluiscono verso manifestazioni di altro tipo. Anche in questo caso la risposta consapevole delle persone- persevero nel non definirle “pubblico”- è decisiva. Se il nostro festival diventa una loro scelta, una loro necessità, andrà avanti.

Mi auguro che pian piano i cittadini, la collettività, i giovani, le famiglie, i lavoratori e i professionisti possano essere i nostri unici editori. Quando le adesioni sono tante, le bigliettazioni possono mantenere i prezzi bassi. E questo Festival può veramente diventare la manifestazione di tutti. La vera difficoltà che incontro ogni anno è di trovare imprenditori locali d’accordo con questo principio:la sponsorizzazioni dovrebbero essere concepite come atti filantropici e come investimenti.

Ho l’ impressione che qui si stenti a sostenere iniziative nascenti e si preferisca andare sul “sicuro”, confermando eventi già consolidati e noti. Mi pare un atteggiamento che rispecchia una mentalità più che una risposta data a me e al nostro Festival.


Si può ridere della camorra?
Se ridere della camorra deve servire a sdrammatizzare, sconsiglierei di farlo. La satira ad ogni modo, non riderebbe mai “della” camorra, ma solo e soltanto CONTRO la camorra. Il fine della risata satirica è ferire, colpire, ridicolizzare. Vorrei tanto che i satiristi italiani lo facessero con la stessa frequenza con cui giustamente avversano le distorsioni della politica. La camorra è un cancro, ed il cancro non è un a ferita da leccare, è un male da bombardare. Sarebbe bellissimo se i giovani affascinati dalla vita ai limiti, quasi romanzesca, che la mafia promette loro in alternativa ad una vita anonima, cominciassero a vedere la vergogna ed il ridicolo di una scelta esistenziale del genere.

Se i camorristi venissero messi all’ indice, al pubblico dileggio, ma chi vorrebbe essere come loro? E chi più ne avrebbe paura?


Tra i nuovi autori, chi secondo te ha qualche possibilità di farsi strada? Soprattutto: esiste una nuova generazione di autori - e ti parlo sia di vignettisti che di autori in senso stretto - dopo quella degli anni settanta e ottanta? A me sembra che sia tutto molto fermo, che si guardi ancora molto al passato

Per rispondere a questa domanda riprendo un argomento della prima. I giovani autori hanno abbandonato i canali tradizionali, non disegnano più vignette, realizzano video o animazioni, non scrivono monologhi o spettacoli, ma danno vita a progetti più complessi e confusi con la vita reale, vivendo in una sua continua rielaborazione. Tutto questo sta avvenendo, ma è ancora informe, mancano delle punte di spicco. Per questo si ha l’ impressione di un mancato ricambio.

Dalla fine dell’ 800 in poi non sono mancate esperienze satiriche all’ avanguardia. Penso ai situazionisti, ma anche all’esperienza del “Male” che non era semplicemente una rivista, era un laboratorio artistico permanente che produceva non solo articoli ma performances. In Francia Le Canard Enchainè, in Inghilterra Private Eye, perdurano perché sono riviste di giornalismo satirico. Anche da noi con Travaglio, Sabina Guzzanti, Beppe Grillo si fa strada una satira di contro-informazione. Ma io giudico artisticamente più interessanti artisti e gruppi di artisti le cui condotte comunicative - non solo i contenuti- sono d’assalto e di rottura. Penso al gruppo di anonimi Wu Ming o a tantissimi che purtroppo in maniera ancora eccessivamente amatoriale e confusa, lavorano su “You Tube” o attraverso i loro blog

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