Nemmeno nell’Internazionale comunista proliferavano tanti “commissari” come nel Partito democratico.
Per lanciare segnali ai furbetti del caminetto, mettere in riga colonnelli indisciplinati e rianimare truppe sfilacciate, la ricetta di Walter Veltroni sembra essere quella dei commissariamenti.
Una strategia che è stata già etichettata come la “longa manus” di Veltroni sui territori. Una carta che è però sintomatica di una crisi ampia e profonda del Pd e che, stando alla storia, poi travolge chi la gioca.
In definitiva lo stato del Piddì è quello descritto da alcuni suoi massimi dirigenti: “la somma di debolezze” (Arturo Parisi), “ un partito male amalgamato” (Massimo D’Alema), “un guazzabuglio irrisolvibile” (Massimo Cacciari).
La “tarantella” napoletana è l’iceberg di una realtà con un partito senza idee e senza leadership e che può passare, anche a livello nazionale, dalla farsa alla tragedia.
A mezza voce, Veltroni annuncia “rinnovamenti” che, come dice sarcasticamente Marco Follini “rimangono solo pie intenzioni”.
Anche ieri Ore 12 ha affrontato la questione del rapporto sindaci-partiti-istituzioni. Un sindaco ha il diritto-dovere di fare la giunta che crede, ma un partito ha il diritto-dovere di valutare e giudicare in consiglio comunale e tra i propri iscritti ed elettori e fra i cittadini se sostenere o no quella giunta voluta dal sindaco.
Il Pd, a Napoli (e non solo) dica se gli sta bene o no la giunta comunale della Iervolino e la giunta regionale di Bassolino. E se non gli sta bene tolga (con i suoi consiglieri) la fiducia a sindaco e governatore.
In altre parole ciò significa assumersi responsabilità politiche, assolvere un ruolo politico e istituzionale reale.
La leadership di Veltroni si è così logorata che rischia di essere “bruciata” anche in un consiglio comunale. Il problema dell’azzeramento e del ricambio va quindi ben oltre la periferia, investendo il centro e, per primo, il segretario del partito.